Francesco Vitiello: “Un Posto al Sole era considerato di serie B. Per l’alopecia non ero a mio agio e lasciai il set”
Il 21 ottobre 1996 andava in onda su Rai3 la prima puntata di Un Posto al Sole, la fiction più longeva della televisione italiana che ha accompagnato e continua ad accompagnare il pubblico nell'access prime time delle terza rete. Un traguardo incredibile, che denota il lavoro e la passione che si celano dietro un progetto che, per lungo tempo, è stato guardato con distacco, come racconta in questa intervista Francesco Vitiello, interprete di uno dei personaggi più sfaccettati della fiction: Diego Giordano. In questi anni sul set e anche fuori ha dovuto affrontare delle sfide che lo hanno messo alla prova, ha testato così la sua voglia di fare l'attore, ma anche il suo coraggio, la sua resilienza, abbracciando anche nuovi progetti, come la sua scuola di recitazione a Caivano.
Francesco celebriamo questi trent'anni di Un Posto al Sole. Siete, di fatto, tra i prodotti più longevi della tv.
Lato fiction sicuramente no, intrattenimento forse sì, penso a Striscia la Notizia ad esempio. Non so se faranno un episodio dove andranno a ripescare delle cose del passato, di certo non ci sarà un episodio speciale.
Che effetto ti fa sapere di aver accompagnato almeno due, se non tre, diverse generazioni di telespettatori?
È una cosa un po' irrazionale, inconsapevole, senza voler esagerare ma stiamo facendo la storia in questo momento, no? Magari qualcuno tirerà le fila di tutto quello che è successo e capirà la portato di quello che è stato Un posto al sole. Noi siamo ancora nel vivo della cosa, ogni tanto ci pensi al fatto di aver accompagnato più di una generazione, ed è gratificante, soprattutto ti fa rendere conto del tempo che passa. È una bella soddisfazione considerando lo scetticismo con cui abbiamo iniziato e il fatto che sia stato considerato un programma di serie B. Nel tempo questa cosa è cambiata e ti rendi conto di come questo prodotto sia stato e sia ancora trasversale.
Tra l'altro siete stati pionieri anche di un certo modo di lavorare alla serialità. Prima di voi, in Italia, non esisteva nulla del genere.
Tutte le grandi serie che passavano in quel periodo nella TV generalista, penso a Beverly Hills, Melrose's Place, Fonzie o Il principe di Bel Air, no? Erano prodotti internazionali molto curati anche da un punto di vista fotografico e Un Posto al Sole ha avuto da subito un look molto televisivo, ma le attrezzature e la tipologia di riprese erano impostate su un sistema serratissimo, per realizzare una puntata e mezza al giorno. Quindi anche la qualità visiva ne risentiva.
Questa cosa era percepita da voi come un problema?
Inizialmente era un limite, per cui qualcuno aveva da ridire sul prodotto, quando in realtà era già un miracolo che fosse già così buono.
Un Posto al Sole è stata una vetrina per molti attori diventati anche nomi importanti del circuito televisivo e cinematografico in Italia. Questo ha contribuito a togliere quella patina di snobismo attorno al prodotto?
Sicuramente ha aiutato, come ha aiutato il fatto che da noi venissero delle persone, come Whoopi Goldberg, che sembrano venire da altri universi. Un posto al sole è uscito dal suo recinto, un recinto che si è allargato piano piano e chi fa questo mestiere non lo guarda più col sospetto, ma anzi desidera farne parte. Oggi per un attore approdare a Un posto al sole è una bella soddisfazione. Mentre prima capitava l'attore che diceva "No, io quella roba lì non la faccio".
Per un periodo, però, hai firmato diversi episodi della fiction da regista. Perché questo passaggio?
È un periodo durato cinque anni, perché il mio personaggio era uscito per un periodo dalla soap. Volevo dedicarmi alla regia, alla produzione, perché comunque stavo attraversando un periodo difficile con l'alopecia, volevo un attimo distaccarmi dallo schermo. Non mi sentivo a mio agio, ma poiché amo questo mestiere e tutto ciò che ruota attorno al racconto audiovisivo, sono approdato alla regia.
Che esperienza è stata quella alla regia?
Gli attori sono molto ego riferiti, in certi casi giustamente, in altri esagerando, credono di essere il centro del mondo, ma quando ti occupi della regia capisci di dover incastrare molte cose e che come attore devi mettersi al servizio, cercando di non tradire il tuo istinto, il tuo desiderio attoriale, ma incontrando le esigenze di una scena. Impari a relativizzare il tutto.
Cos'è che ti ha fatto scattare il desiderio di tornare davanti alla macchina da presa?
Proprio stare fuori mi ha fatto capire quanto mi piacesse fare l'attore, quanto mi mancava. Vedevo i miei colleghi recitare e io l'avevo fatto già per vent'anni e mi sono reso conto di quanto fossi portato per quel lavoro. Fermandomi un attimo mi sono chiesto se effettivamente era era proprio quello che volevo fare, senza poi rinunciare a tutto l'aspetto produttivo e anche creativo che c'è dietro a un progetto.
Facendo parecchi passi indietro, come è arrivato il ruolo di Diego Giordano?
Avevo 14 anni quando ho iniziato. Ma già da bambino, a causa di una passione di mia madre che avrebbe sempre voluto fare teatro, ma non le era stato permesso da bambina, ha deciso di sfogare questa sua passione su di noi. Già da bambini aveva iscritto me e mio fratello ad un'agenzia pubblicitaria. Tant'è che avevamo già fatto delle pubblicità a 5-6 anni. Il mio primo lavoro, avevo 5 anni, esatto, era una pubblicità della Standa. Poi ne ho fatta una per Bauli e da bambino era un gioco, era divertente, ed è andata avanti a singhiozzo negli anni, finché non è capitato il provino per Un posto al Sole e mi hanno preso.
In un'intervista Nina Soldano (Marina Giordano ndr) mi ha raccontato che per lei interpretare il suo personaggio le ha dato la possibilità di vivere mille vite diverse, che probabilmente non avrebbe vissuto pur prendendo parte a molti progetti. Sei d'accordo con questa visione?
Per quanto mi riguarda è stata proprio una vita parallela, soprattutto quando ero più giovane. Interpretare Diego è come se mi avesse costruito anche un po' personalmente, perché mi sono trovato ad affrontare nella vita cose che avevo già vissuto come personaggio. Mi ha un po' preparato a una serie di cose, la fine del primo amore, la crisi familiare. Il fatto che come attore devi entrare emotivamente e razionalmente in certe dinamiche è come se mi avesse fatto da scuola di vita.
Però, possiamo dire che Diego è stato parecchio sfortunato in amore?
Assolutamente sì. Mi verrebbe da dire ben venga! Vuol dire che finché cercherà un amore, continuerà ad essere presente, no? Spesso si dice che la fine di un personaggio, coincide anche nel momento in cui si innamora, mette su famiglia, non sempre è così, chiaramente, però si toccano altri temi poi. Finché un personaggio è in crisi, invece, hai un sacco di materiale di lavoro.
In tanti anni hai mai contribuito alla scrittura di qualche aspetto della tua storia?
Mi è capitato qualche volta di lanciare un input, un desiderio, sono stati momenti sporadici, legati al fatto che con molti sceneggiatori ho un ottimo rapporto di amicizia, capita anche di uscire a cena e magari ci scambiamo idee, ma non è mai stata una prassi strutturata.
C'è un personaggio che quelle mille vite di cui parlavamo, le ha volute abbandonare. Parlo di Peppe Zarbo, con cui hai anche una società, come è stato vederlo lasciare dalla soap?
Sì, abbiamo una casa di produzione insieme. È stato doloroso vederlo andar via, è successo tutto molto velocemente. Con Peppe condividevo quasi una quotidianità, perché oltre a Upas lavoravamo ad altri progetti, stavamo insieme tutti i giorni, abitavamo anche molti vicino. Quando se n'è andato è stata una bella botta, umanamente e professionalmente. Sapevo che per lui era importante avvicinarsi alla famiglia, non ho fatto nulla ovviamente per fargli cambiare idea.
Ti piacerebbe riaverlo sul set?
Peppe è legatissimo al prodotto. Spero che ci sia la possibilità che possa rientrare presto.
Il pubblico ne sarebbe felice. Lasciare un ruolo del genere per dedicarsi ad altro, però, comporta anche delle difficoltà di scrittura, bisognerebbe giustificare un'assenza così prolungata.
È rischioso, anche perché tanti attori, tanti personaggi sono passati da Un posto al sole, per cui cedere il proprio posto non vuol dire che poi dopo te lo tengono in in caldo. Quando hai una famiglia pensi bene a quello che devi fare, ti rendi conto che quella che ti è stata data è una grande possibilità e se hai delle ambizioni, dei progetti, dei sogni provi a costruirli in maniera più ragionata.
E sei riuscito a coltivare qualche ambizione fuori Un Posto al Sole ?
Io e Miriam Candurro, insieme al regista Lorenzo Cammisa abbiamo aperto a Caivano una scuola di recitazione, si chiama Pandora Film Center, sta diventando un vero e proprio hub creativo in un territorio piuttosto complicato. È stato possibile proprio per la riconoscibilità che abbiamo. La scuola è defilata, in una zona industriale, ma sono venuti un sacco di ragazzi. È una cosa che ci ha riempito il cuore di gioia.
Qual è la cosa che dicono più spesso quando si presentano?
Molti dicono di voler essere qualcuno. Attraverso la recitazione riescono ad esprimere la propria personalità. È un'arte che ti fa sentire liberi, capiti, soprattutto non giudicati.
E cos'è che senti tu facendo l'attore?
Fare l'attore richiede una certa dose di coraggio, perché devi tirar fuori cose di te che sono intime e per chi non ha una vocazione esibizionistica, come nel mio caso, richiede, sì la ripeto, la parola coraggio perché ti stai esponendo in qualche modo. Mi sorprende perché me la faccio un po' sotto, ma cerco di controllare quella paura, è una sfida contro me stesso, contro i miei limiti, per cui poi sono contento di di averlo fatto.
In un'intervista hai raccontato di aver dovuto rinunciare a certi progetti come Distretto di Polizia. Hai qualche rimpianto o hai provato rabbia per le rinunce che hai dovuto fare?
In verità no. Il mio è stato un percorso un po' tortuoso, un po' sofferto, proprio perché magari è iniziato così presto, Un posto al sole e comunque tutta la mia vita lavorativa, non l'avevo mai scelta veramente. Io non ho mai avuto il cosiddetto fuoco sacro. Anche l'alopecia l'ho presa come una reazione fisica a quella che era una mia frustrazione di quel momento, una reazione necessaria che mi ha indotto a fermarmi, mi ha costretto a farmi riflettere su quello che era più giusto per me.
In quel periodo, quando sei uscito dalla soap e circolavano anche alcune foto, sono state dette tante cose sul tuo conto. Come hai reagito a quei commenti?
Fortunatamente sono uno che bazzicava e bazzico poco i social, mi faceva ridere quando mi capitava di leggere Francesco Vitiello malato, morto, in fin di vita. Non mi faceva nessun tipo di effetto. Poi, posso dirti una cosa?
Certamente.
L'alopecia mi ha fatto rendere conto di quanto sia, nonostante sia abusatissima come parola, resiliente. Non è una malattia grave, perché non rischi la vita, non hai un handicap forte, però da un punto di vista psicologico è molto difficile da affrontare perché è un cambiamento velocissimo, pazzesco della tua immagine. A me iniziata quando avevo 16 anni, andava e veniva, ma comunque in una forma abbastanza aggressiva. A quell'età si è vanitosi, si passano ore davanti allo specchio, per un ragazzo era una prova da affrontare, io poi ero così esposto mediaticamente, non mi potevo nascondere. Quindi era tutto moltiplicato per due, se non per dieci.
Ma la tua tenacia ha avuto la meglio.
Ho avuto dei momenti di crisi profonda, ma l'ho sempre affrontata. Non mi andava di stare davanti alla camera? Faccio la regia. Metto il cappellino? Ok, lo faccio. Alla fine non è stato poi così drammatico.
C'è un episodio raccontato da Ilenia Lazzarin, che dice di essersi presa una cotta per te quando lavoravate insieme da ragazzi. Ma possibile che non te ne fossi reso conto?
Eh le ho detto a saperlo prima! (ride ndr)
In conclusione, cos'è che dopo trent'anni rende Un posto al sole un pilastro della televisione italiana?
Che siamo bravi. Tutti, dagli sceneggiatori, agli attori, ai registi, ai tecnici, siamo veramente bravi.