Roberto Inciocchi: “Ascolti bassi per Patù? Il mercoledì è infernale”. E su Meloni e faziosità: “Il voto non è reato”
Roberto Inciocchi, 58 anni, vent'anni a Sky TG24 e tre stagioni di Agorà su Rai 3, dal 7 ottobre conduce in prima serata su Rai 2 Patù – La passione delle idee: tre ore e mezza di storie, reportage, ospiti e perfino un'intervista "impossibile" ad Alan Turing affidata agli avatar dell'intelligenza artificiale. L'esordio però è stato in salita: 1,5% di share alla prima puntata, 1,2% e 135mila spettatori alla seconda, e attorno alla Rai infuriano le polemiche.
Ma in questa intervista non si nasconde. Ammette che le prime puntate "non sono andate bene", ma assicura di essere "uno che non molla mai". Che il mercoledì sera è "una foresta inestricabile", con "tutti i big" intorno. E con onestà intellettuale ammette che la critica di Aldo Grasso è corretta: "Una stella polare". Poi, sulle accuse di faziosità in TeleMeloni, rivendica che "nessuno può dire che io sia un giornalista di parte". E non commenta il caso Ranucci in nome di una regola aurea: “In Rai non si parla di Rai". Sul linguaggio sempre più violento lui si affida a parole "potabili per tutti", perché "talvolta diventano armi", e racconta di aver visto in una tv cinese "avatar che parlano, non si ammalano, non vanno in ferie" e di aver pensato: “Mamma mia…”.
Partiamo da Patù – La passione delle idee. Che cosa volevi portare nella Rai di oggi?
Volevo raccontare le storie delle persone e raccontare un po' il senso di questo Paese. Questo era l'obiettivo all'inizio, l'avevo detto, ed è quello che continuiamo a fare, tentando ovviamente di migliorare sempre la trasmissione. Questo è quello che mi ero prefisso.
I dati, però, non sono stati favorevoli: 1,5% di share all'esordio, 1,2% e 135mila spettatori alla seconda puntata. Come pensi di reagire con la tua squadra?
Sapevamo fin da prima di cominciare che sarebbe stato molto complicato. Un programma nuovo, su una rete delicata, in una serata infernale. Quando decidemmo di scegliere il mercoledì non c'erano ancora tutti questi big che hanno scelto di “giocare” il mercoledì. Però siamo andati avanti ugualmente. Abbiamo fatto due trasmissioni che non sono andate bene, però bisogna continuare, stare tranquilli. L’avevo detto in conferenza stampa: servirà tanto tempo. Per una serie di motivi, anche tecnici, non solo di qualità del programma.
Come mai su Rai 2 è così difficile?
Su Rai 2, soprattutto in quella serata, è diventato davvero un mercoledì infernale. Ma dobbiamo andare avanti. Io sono tranquillo e dispiaciuto, ovviamente, perché tengo al mio lavoro, però dobbiamo lavorare con tranquillità. La squadra è compatta, una squadra di bravissime persone e di bravi professionisti, perciò stiamo rivedendo diverse cose. Però a me non piace cambiare tutta la struttura del programma, credo ci siano tantissime cose buone. Tenteremo di mettere mano dove si ritiene che si possa migliorare, per un risultato soddisfacente su Rai 2 serve tempo. Certo, un conto è dirlo prima, un conto è dirlo dopo. Dispiace quando le cose non vanno, ma io sono uno che non molla mai.
I conduttori ormai sembrano diventati come gli allenatori di calcio: non c'è più tempo, dopo due-tre partite sbagliate può arrivare l’esonero.
È un’immagine giusta quella che usi. È un po' così, nel senso che il risultato deve arrivare immediatamente. Però questa è una trasmissione particolare, lo sapevamo. E abbiamo contro sei-sette trasmissioni piene di big. Esordire con una trasmissione nuova su Rai 2,era evidente che avrebbe avuto difficoltà, molte difficoltà. L'unica cosa da fare, l'unico linguaggio che conosco, è mettermi a lavorare con la squadra e migliorare. Credo che le prime due trasmissioni siano state di grande dignità, di questo sono certo. Se decidi di fare una trasmissione nuova, da zero, su Rai 2, che parte il mercoledì, non puoi che crederci per un periodo. Noi intanto lavoriamo sedici ore al giorno. Poi vediamo quello che succederà.
Intorno però le polemiche non si fermano. Da ultimo è intervenuto persino l'Usigrai, sia sugli ascolti bassi che sui compensi dei conduttori.
Guarda, siamo tutti grandi e abbiamo le spalle larghe. Questo è il gioco, è sempre stato così e sempre sarà così. Certo, mi dispiace, ma per me è relativo quello che succede intorno. Perché la televisione, come dico spesso, è molto democratica. Se questa trasmissione, a condizioni date, riusciamo a portarla al 3%, le cose cambiano in un attimo. Se salgo con gli ascolti, tutto rientra, com’è sempre stato. Se non salgo, poi vediamo quelle che saranno le conseguenze. Non c’è altro da dire: sono dispiaciuto, ma tranquillo e determinato.

Dagospia prende di mira te e Antonino Monteleone. Neanche questo ti smuove?
Io non ho mai risposto a una critica, mai! Se cerchi, non trovi nessuna risposta, perché non è nel mio stile. Non c'è alcun tipo di polemica da parte mia. Funziona così: il mio compito è lavorare e, in questo caso, tirare su questa trasmissione. Poi attenzione, abbiamo fatto due puntate, non ne abbiamo fatte venti. Non c'è nessuna risposta da dare, bisogna solamente lavorare e tentare di invertire la rotta. Poi è normale che sulla Rai tutti scrivano tutto e il contrario di tutto. Da parte mia, testa bassa, lavoro e nessuna risposta alle polemiche.
Non hai letto neanche la critica di Aldo Grasso? Secondo lui c'era un accumulo di troppi argomenti.
Guarda, io ho preso quella critica di Aldo Grasso come una stella polare. Perché se dopo la prima puntata l'avessi fatta io, la critica, avrei scritto quello che ha scritto Aldo Grasso. È giustissimo. Il problema è che questa è una trasmissione di tre ore e mezza, che è un tempo infinito in Tv. Tentare di sistemare le cose in tre ore e mezza e metterle esattamente al punto giusto, lì dove possono essere performanti, è molto complicato. Soprattutto perché bisogna inserire tanti argomenti. E un po' di talk bisogna mettercelo dentro. Viviamo un tempo in cui i big fanno talk, lo fanno molto bene, e il talk dà risultati. Ma per una trasmissione nuova è molto complicato puntare sul talk. Ho letto quella critica e l'ho sposata tutta: adesso serve una Tv più veloce, raccontare le storie e renderle appassionanti.
È un po' come giocare in Nazionale: se vinci sei un eroe, se perdi…
E Rai 2 non ha un'abitudine, non c'è uno storico di approfondimento a quell'ora. Se metti tutto quanto insieme è chiaro che si tratta di una sfida apparentemente impossibile. Quando l'abbiamo proposta, il marketing della Rai ci disse: guarda, abbiamo davanti una foresta inestricabile. Però dentro c'è un percorso invisibile che si può fare. Noi proviamo a farlo.
Durante una delle puntate un passaggio criticato è stato quello sull'uso dell'intelligenza artificiale, quando un tuo avatar ha intervistato Alan Turing, uno dei pionieri dell’AI. Ma chi decide che cosa dice l'intelligenza artificiale?
Questo è un tema infinito, davvero gigantesco. Per dirla in maniera molto semplice, le intelligenze artificiali vengono programmate in modo che possano dire, riflettere, sulla base di quello che tu vuoi che dicano. Questo è uno dei grandi problemi. Noi abbiamo fatto un'operazione molto semplice, quasi didattica. Proprio per mostrarla in una maniera televisiva. Perché abbiamo portato Alan Turing? Perché è l’inventore dell'intelligenza artificiale, il primo che sviluppa il concetto di imitation game. Ci è sembrato un esperimento carino per dire: attenzione, stiamo entrando in un altro tempo, guardate i rischi dell'intelligenza artificiale. Un modo pop un po’ diverso per mostrare il prossimo futuro.

C’è poi chi critica quello che hai detto a Un giorno da pecora, dove hai ammesso di aver votato per una delle forze dell'attuale maggioranza.
Esercitare il diritto di voto non credo che sia un reato, no?
Si viene etichettati come “di parte”.
Non lo so, non credo. Io arrivo da un mondo, quello di Sky, che è di cultura anglosassone. La mia storia dimostra quella che è la mia professionalità. Anche gli anni di Agorà dimostrano che ho tenuto la trasmissione in maniera assolutamente equilibrata. Posso rispondere così: prendete la mia storia e nessuno può dire che io sia un giornalista di parte.
La Rai dei tuoi sogni è in stile BBC?
Io sono l'ultimo che deve dirlo, però ho le mie idee. Mi piace una televisione molto veloce. Ora siamo un po' resistenti all'intelligenza artificiale, ma pochi giorni fa ho visto una televisione cinese con uno studio tutto elaborato con AI e avatar bellissimi che conducono, non si ammalano, non vanno in ferie. Noi ci arriveremo tra cento anni, forse è una cosa giusta, perché c'è tutta la questione dei posti di lavoro. Però una televisione più dinamica è necessaria. A me per esempio piace spostarmi molto. Ho fatto anche una trasmissione live che era tutta in esterna, tutta improvvisata, e ancora oggi la gente mi dice che la ricorda con piacere. Era un esperimento riuscito di televisione dinamica. Io mi muovo molto in studio, ma non è un movimento per il movimento. È un movimento perché bisogna occupare lo spazio, attrarre il telespettatore non solo con i contenuti, ma anche con quello che sta vedendo nello schermo. Questa è la mia idea di televisione. Quella fatta con l'intelligenza artificiale forse arriverà fra cento anni. E io ne sono molto spaventato.
Rischiamo di essere sostituiti come esseri umani?
Ancora no, ma quando ho visto quella televisione cinese ho detto: "Mamma mia…" .
Sul caso Report e Sigfrido Ranucci-Valter Lavitola, da giornalista, che idea ti sei fatto?
Io sono arrivato in Rai all’inizio degli anni Novanta, Saxa Rubra era appena stata aperta. Era un altro tempo, un'altra Rai ovviamente, ma la prima cosa che mi dissero, ed era una regola aurea che per me vale ancora oggi: in Rai non si parla di Rai. Non è che non voglia risponderti, però non mi piace parlare delle cose della Rai, soprattutto delle cose che non mi riguardano direttamente. Io devo pensare a un programma, lo devo ritirare su, dobbiamo andare avanti e basta. Penso che le tante polemiche non facciano mai bene all'azienda.
C'è troppa litigiosità in Rai?
Ma sai, viviamo il tempo di un mondo esasperato, che probabilmente travolge un po' tutti. Però, ti ripeto, mi piacerebbe una Rai che non parlasse di Rai. E non perché non voglia rispondere: il giorno che non sarò più un giornalista della Rai risponderò alle domande sulla Rai. Ma penso che, come mi hanno insegnato, questa dovrebbe essere la regola aurea.
Prima parlavamo di AI, ma anche i social hanno sconvolto il mondo dell'informazione. Consiglieresti ancora a un giovane la strada del giornalismo, nonostante tutto?
Oggi è il tempo del reporter diffuso: ognuno accende un telefonino, fa un video e in qualche modo racconta una storia, diventa un cronista. Se un giovane venisse da me con il fuoco sacro per questo mestiere, gli consiglierei di farlo ma dicendogli che deve sapere tutto ciò a cui va incontro. Quando abbiamo cominciato noi era un altro tempo. Per farti un esempio, la velocità: avere una notizia per primo era un grande valore. Oggi non lo è più, perché la notizia arriva molto prima attraverso i social. La cosa che dico ai giovani è che il grande discrimine è scegliere le notizie e verificarle. Oggi abbiamo una grande responsabilità: scegliere cosa mettiamo in onda. Perché siamo nel tempo del verosimile, l'immagine può non essere sempre vera. Meglio non mandare in onda una cosa su cui hai dubbi piuttosto che mandare in onda qualcosa che trae in inganno i telespettatori. Quindi a un giovane direi di sì, sapendo che è molto complicato e che forse è in parte un altro mestiere rispetto a quando abbiamo cominciato noi. Però per me è sempre il mestiere più bello del mondo.
Anche le parole spesso causano divisioni e discussioni insanabili. Tu come le scegli?
È verissimo, perché le parole hanno assunto un significato politico. Ho sempre sostenuto di utilizzare le parole con grande garbo, cioè che siano potabili per tutti. È un esercizio importante, perché le parole sono armi. E anche il tono di una conduzione cambia molto la percezione. A mio avviso dev'essere un tono che sappia accogliere e non respingere. Quando parli di temi molto divisivi, e ce ne sono tanti, l'importante è seguire una regola di accoglienza verbale, in modo che si possa, fino a un certo punto, ragionare insieme. Questa è un'altra stella polare, per me, di ciò che ho sempre fatto e che continuo a fare. Poi ognuno ha il proprio modo di pensare. Io penso che sia necessario essere corretti. Se parlo di un tema sensibile, mi deve poter ascoltare una parte e l'altra. Poi ovviamente ci saranno gli scontri, però io, da conduttore, devo essere il perno attorno al quale tutto possa essere ascoltato da tutti. Proprio perché le parole, ti ripeto, talvolta diventano molto pericolose.
Un’altra sfida difficile, visto che fuori dalla Tv crescono gli estremismi e le proteste.
Certo, comporta tanti rischi, ma non voglio credere che la televisione funzioni solamente con la contrapposizione esasperata. È innegabile che la contrapposizione funziona, ma voglio credere che possa funzionare anche con un linguaggio intelligente, che sia potabile per tutti. È un grande rischio, una sfida come hai detto, però nessuno si può snaturare. Io ho creduto e credo ancora fortemente, te lo dicevo all'inizio di questa chiacchierata, che attraverso le storie, da una parte e dall'altra, si possano comprendere molto meglio le situazioni critiche. Voglio crederci e vado avanti tranquillo. Poi, come in tutto, vediamo cosa succederà.
Tornando a Patù, c'è un ospite o un tema dei sogni che ancora non sei riuscito a portare?
Oddio, non lo so, perché affrontiamo di tutto. Ad Agorà in tre anni ho portato centinaia di ospiti, ci sono stati tutti. Diciamo che è una banalità, ma in questo momento mi piacerebbe intervistare Zelensky. Proprio perché è una figura controversa. Mi piacerebbe sapere cosa pensa veramente, cosa sente in questa situazione, i rapporti con Trump, il fatto che debba farsi da parte per nuove elezioni. Un personaggio che inizia come attore e poi si trova ad affrontare una guerra del genere. Forse in questo momento è l'intervista più necessaria.
Per chiudere con un argomento più leggero, se Roberto Inciocchi non avesse fatto il giornalista, sarebbe diventato un musicista di pizzica, vista la passione per la taranta?
Di sicuro! Io sono musicista, parto da voce bianca, a otto anni, e se non avessi fatto il giornalista avrei fatto il musicista. Poi in questi ultimi tempi ho scoperto la musica popolare, mi sono appassionato, e passo pure per un esperto, che però non sono.
C'è un musicista che ascolti sempre, magari nei momenti difficili?
Da ragazzino suonavo il pianoforte, e sono abbastanza di quel filone un po' romantico italiano. Ma se devo scegliere un autore è Lucio Dalla. Secondo me è inarrivabile. È stato un genio.