Ilaria D’Amico: “Mi lanciò Arbore. Grillo fu scorretto e rompemmo l’amicizia. Santanché? Non si è mai scusata”

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La conduttrice si racconta a Fanpage.it: “I primi passi a Rai International. All’estero ero famosa, mentre in Italia nessuno sapeva chi fossi. A Sky eravamo liberi di stare con la schiena dritta perché avevamo una dirigenza che ci sosteneva”. Su Campioni: “Mi volle Pier Silvio Berlusconi”. L’intervista a Grillo su La7: “Fece il suo soliloquio e se ne andò. Mi incazzai molto”.

“Non voglio esserci a tutti i costi. Se e quando ci sarà lo stimolo giusto tornerò con un mio programma”. Ilaria D’Amico lo afferma con la sicurezza di chi non si sente messa in panchina dalla televisione, ma al contrario ha usato il lungo periodo di pausa per fare ordine nella propria vita: “Ho rimesso a posto i miei spazi familiari e mi sono concessa quel tempo di cui avevo bisogno”, racconta a Fanpage.it. “Ho il piacere di dedicarmi a ciò che ho costruito. Lo considero un privilegio”.

Romana, classe 1973, la D’Amico aveva in realtà in testa tutt’altra carriera: “Mai avrei pensato di approdare al giornalismo. Sì, mi piaceva scrivere, ma era mia intenzione diventare un avvocato di diritto internazionale”. Motivo per cui all’Università aveva optato per la facoltà di Giurisprudenza alla Sapienza: “Allora il mondo era affollato di gente che voleva fare l’avvocato o il giudice. Oggi la situazione è cambiata e forse è un bene. Il numero di avvocati, solo nella Capitale, era davvero troppo alto”.

Il percorso si interruppe a pochissimi esami dalla laurea: “Avevo scelto quell’indirizzo sull’onda di Mani Pulite. Il mondo stava cambiando velocemente ed io volevo far parte di quel cambiamento dall’interno. È sempre stato un mio pallino essere dentro le mutazioni”. La vita, tuttavia, regala sempre delle sorprese e imprevisti che uno non aveva messo nel conto: “Non terminai l’Università per il semplice fatto che sul fronte professionale la macchina si mise in moto senza fermarsi più. Secondo me lo spazio per terminare gli studi avrei potuto trovarlo, ma quando entri in un’altra dimensione tutto cambia. Mia madre comunque ancora me lo rinfaccia. Era contraria all’idea che iniziassi a lavorare prima della laurea. A distanza di tanto tempo ammetto che mi dispiace e sarei tentata dall’ipotesi di reiscrivermi”.

L’imprevisto – chiamiamolo così – ebbe le sembianze di Renzo Arbore, il primo ad immaginare per lei un avvenire nel piccolo schermo. “Aveva un legame strettissimo con Arnaldo Santoro, papà del mio amico fraterno Massimo. Si creò una frequentazione familiare. Si pranzava assieme nei weekend, si suonava, si raccontavano storie ed aneddoti. La sua telefonata fu davvero inaspettata. Non avevamo mai parlato prima di lavoro”.

La volle a Rai International per “La giostra del gol”.

Era il direttore artistico del canale e sosteneva che servissero volti mediterranei che rappresentassero l’Italia oltre confine. Il programma trasmetteva in chiaro all’estero le partite della Serie A. Era una sorta di ‘Diretta Gol’ con tutte le partite in chiaro per chi viveva lontano dall’Italia. C’era il grande Gianfranco De Laurentiis al commento, mentre io mi occupavo di tenere insieme il racconto calcistico e le altre rubriche dedicate al Belpaese. La trasmissione si allungava fino alle otto di sera. Era una specie di ‘Domenica In’ per gli italiani in giro per il mondo. Un successo incredibile.

Se all’estero era famosa, in Italia risultava invece completamente sconosciuta.

Proprio così, almeno fino a quando non sbarcai su Rai 3. Era una sensazione strana. Mi invitavano in Cile e Argentina nei programmi di punta e, al contempo, nessuno nel mio Paese sapeva chi fossi. Furono anni di palestra vera. ‘La giostra dei gol’ fu un’esperienza sperimentale e formativa. Accumulai tante ore di dirette e quando arrivai a Sky mi trovai facilmente a mio agio.

Citava Rai 3. “Cominciamo bene” e “Timbuctu” la resero nota al grande pubblico.

Avventure splendide. A ‘Cominciamo bene’ trovai Corrado Tedeschi e fu divertentissimo lavorare con lui. Ci incontravamo alle 6.30 in camerino e iniziavamo a ridere, nonostante il sonno micidiale. Si pranzava e si usciva assieme. Per quel che riguarda i compagni di viaggio sono sempre stata fortunata e il discorso va esteso anche a De Laurentiis, che ritengo il mio padre televisivo. Mi aiutò ad inserirmi nell’universo calcistico, un mondo di cui non sapevo nulla. Studiavo molto e Gianfranco apprezzava il mio impegno. Mi suggeriva di andare al bar il lunedì mattina per ascoltare i discorsi sul pallone e mi sgridava perché spesso sembravo troppo secchiona. Ma la mia era solo insicurezza. Un giorno mi disse: ‘Quando sei pronta prenditi tutto lo spazio che vuoi. Io ti farò da spalla’. Un uomo di immensa generosità.

Nell’estate 2003 nacque Sky. Come arrivarono a lei?

Non ci furono provini. Alla direzione di Sky Sport venne nominato Giovanni Bruno, che era stato alla guida di Rai Sport e che quindi mi conosceva bene. Aveva tentato invano di portarmi chiaro in Rai senza riuscirci. Se non eri un interno l’impresa si rivelava assai ardua.

Battezzò “Sky Calcio Show”.

Bruno mi stimava, mi reputava brava e ripeteva che prima o poi avremmo lavorato assieme. Quando lo sostituirono a Rai Sport pensai che affermarmi nel calcio sarebbe stato impossibile. Ma un giorno, a sorpresa, squillò il telefono: ‘Ciao, sono Giovanni, ti va di venire a Sky?’. Ammetto che dopo la ‘Giostra del gol’ non credevo che la mia carriera in quel campo sarebbe proseguita.

Una donna al timone del principale programma calcistico. Percepì in azienda un iniziale pregiudizio?

No, affatto. La filosofia di Sky fu quella di creare una parità naturale e non forzata tra uomini e donne. Respirai piuttosto un ambiente diverso nei corridoi.

In che senso?

La proprietà era americana e lo notavi nella mentalità e nel modo di realizzare le cose. Eravamo nelle condizioni di fare tutto. Venivo dalla Rai, dove servivano liberatorie, mille passaggi burocratici. A Sky no. Spesso parlavi direttamente con l’amministratore delegato. Avevi bisogno di qualcosa? Chiedevi e ti rispondevano subito. Lo spirito era quello del ‘vai e spacca’. Dovevamo conquistarci gli abbonati e nei primi anni si sentì il clima pionieristico che non poteva esserci sulla tradizionale tv di Stato. Molti colleghi vennero da Tele+ e Stream e costruimmo una squadra eccellente. Fabio Caressa, Giorgio Porrà, Alessandro Bonan, Stefano De Grandis, per citarne alcuni, sono stati compagni di viaggio fantastici.

Nessun problema nemmeno con calciatori e allenatori?

Si verificò qualche episodio, ma solo nel primo anno. Un mister pluridecorato, in particolare, mi contestò a più riprese le domande. Ad un certo punto ribattei a tono: ‘Di cosa vuole parlarmi, del tempo? Mi dica lei’.  Poi mi contattò attraverso la redazione per chiarirci. Negli anni è stato uno dei miei più grandi estimatori. Eravamo liberi di stare con la schiena dritta perché avevamo una dirigenza che ci sosteneva, Sky si sentiva partner e finanziatrice del calcio, alla pari, non in sudditanza e non arrogante. Due parti legate da un vincolo di rispetto reciproco.

Nel 2004 ecco “Campioni”.

Mi contattò Pier Silvio Berlusconi. Fu lui a volermi fortemente alla conduzione. A suo avviso ero il volto perfetto per quel progetto. Non fu semplice convincere Sky. Per la loro mentalità i volti principali di rete dovevano godere dell’esclusiva. La trattativa fu estenuante, spiegai che non avrei sottratto nulla all’azienda.

Il programma ci mise un po’ a carburare.

Fu una cottura a fuoco lento, poi però esplose e divenne un reality generazionale ancora oggi di culto. Le partite del Cervia la domenica facevano ottimi ascolti e gradualmente conquistammo pubblico.

L’anno seguente non concesse il bis.

Fu una meravigliosa esperienza umana. A ‘Campioni’ ho conosciuto due autrici che poi sono diventate tra le mie migliori amiche. Ma non era la mia tazza di tè, per dirla all’inglese. Non rimasi perché mi pareva un prodotto azzoppato che non era decollato pienamente. Andava interpretato diversamente da come l’avevo pensato io ed una stagione mi sembrava abbastanza. Senza contare la fatica. Nel fine settimana ero a Sky e il lunedì dovevo essere per la diretta su Italia 1 a Milano Marittima, cittadina che in inverno era completamente deserta. Ad ogni modo, ho bei ricordi.

Nel 2006 Sky si aggiudicò per la prima volta i diritti dei Mondiali e l’Italia trionfò. Il colpo perfetto.

Vivemmo quel mese con una grandissima euforia e adrenalina positiva. Ma ci facemmo veramente in quattro, anzi in dodici. Eravamo pochi e riuscivamo ugualmente ad essere ovunque. Non c’era paragone tra il numero dei nostri inviati in Germania e quelli della Rai. Arrivai a lavorare anche per sedici ore al giorno. Ero in conduzione costante e di fianco a me si alternavano Bonan e Porrà. Si partiva a mezzogiorno e si salutava a mezzanotte, a volte anche alle 2, a seconda degli eventi. Alla fine ero dimagrita un sacco.

Sentivate gli occhi addosso, o vi consideravate gli outsider a fronte dell’ampia platea di cui godeva la Rai?

Non so se ci sentimmo degli underdog. Di sicuro, avevamo un pubblico differente da quello del servizio pubblico. I nostri abbonati erano più giovani e ci spiegarono da subito che i target tra le due realtà erano differenti. Gli spettatori più tradizionalisti rimasero sulla Rai, ed era normale e giusto così. A noi interessava ottenere gli apprezzamenti degli abbonati e della critica che, devo dire, andarono oltre ogni aspettativa. Il nostro venne accreditato come il racconto originale di quel Mondiale, grazie anche alle frasi iconiche di Fabio (Caressa, ndr). Io stessa, dopo quella spedizione, ricevetti una marea di premi.

In quello stesso anno firmò forse lo scoop più importante della sua carriera: l’intervista a Muammar Gheddafi.

Fu un colpaccio. Una di quelle robe che pensi che non succederanno mai, ma poi accadono. Fu il frutto di una semina partita da lontano. Conoscevo il figlio di un ex diplomatico libico molto amico del figlio calciatore di Gheddafi. Era stato lui a favorire il suo arrivo al Perugia. Avendo una ‘passionaccia’ per la politica gli buttai lì l’idea di un’intervista, consapevole che non si sarebbe concretizzata. Si verificò tuttavia l’assalto al consolato di Bengasi, con Gheddafi che decise rilasciare dichiarazioni, rifiutandosi però di farlo con i canali tradizionali. Accettò di farlo con Sky. Avvisai subito Emilio Carelli, che era direttore di Sky Tg24, e partii immediatamente. Fu una trasferta estenuante.

Perché?

Aspettai tre giorni. Ci fissava gli appuntamenti e non si presentava. Non dormii mai. Finalmente una mattina ci chiamarono per comunicarci che era la volta buona. Ci vennero a prendere e ci trasferirono in un posto deciso da loro. Mi accolse all’interno di una tenda. Avrei dovuto avere a disposizione a malapena 15 minuti. Alla fine diventarono 55.

L’intervista a Beppe Grillo non fu meno complicata.

La trattativa fu decisamente più complessa di quella per Gheddafi (ride, ndr). Con il leader libico la tensione era relativa alla questione ambientale, con Grillo invece mi si chiedeva di essere la garante di una persona non garantibile. Ed io ero la prima a non voler mettere il bavaglio ai suoi pensieri.

Era il 1° aprile 2009 e il fondatore del Movimento Cinque Stelle scelse “Exit” per tornare a parlare in televisione. Lei riuscì dove tanti altri avevano fallito.

Frequentavo Beppe come amico. Andavo ai suoi spettacoli, con altre conoscenze comuni cenammo spesso assieme. C’era un bel rapporto e mi venne in mente di raccontare il Movimento che stava nascendo. Gli telefonai e la prima reazione fu un ‘no’. Ma poco dopo mi richiamò: ‘Se mi mandate in diretta, la faccio’. Gli spiegai che il programma era live e che avrebbe potuto parlare liberamente, affrontando i temi che ci interessava approfondire.

La vigilia a La7 non era stata serena. Telecom era proprietaria della rete e Grillo in quel periodo prendeva quotidianamente di mira Marco Tronchetti Provera.

Grillo non infierì su Telecom. Non sparò per niente a zero perché aveva stima di Franco Bernabè. Il problema fu che bersagliò molti altri, senza affrontare gli argomenti sul tavolo e senza rispondere ad alcuna domanda. Non ci furono interazioni, fece il suo soliloquio e se ne andò. La lessi come un’imboscata e mi incazzai molto. Sono cose che non si fanno.

Uno show che, immagino, compromise la vostra amicizia.

Abbastanza. Ma oggi non provo alcun tipo di rancore. Delle persone mi tengo gli aspetti positivi e con Grillo ho condiviso momenti di ilarità.

A quel punto si scusò col pubblico.

Fu inevitabile. C’ero rimasta male. Avevo garantito un contraddittorio e a lui di parlare liberamente. Comprendo che lui volesse affermare ciò che altri prima gli avevano impedito di dire, però doveva sapere che mi avrebbe messa nei casini. Non mi avvertì delle sue intenzioni. Non utilizzi una mia diretta per fare quello che ti pare e poi andartene. Detto questo, l’esperienza a La7 resta indimenticabile. Con ‘Exit’ abbiamo formato giornalisti che ancora adesso sono colonne dei migliori programmi d’inchiesta in onda. Lo sento come un figlio che dovetti lasciare per altri figli in carne ed ossa e perché a quel punto Sky divenne irremovibile: ‘Esclusiva o ci salutiamo’.

“Brava, complimenti. È stata sufficientemente cattiva”. Silvio Berlusconi si espresse così dopo un faccia a faccia con lei.

Era la vigilia delle elezioni del 2013 e Sky Tg24 mi affidò il compito di intervistare tutti i leader politici. Quando mi disse quella frase, a fine intervista, non ero lucida. Stavamo per chiudere, ma avevo altre trecento domande da fargli.

Lo intervistò pochi giorni dopo lo scontro memorabile con Santoro.

Quando scoprii che sarebbe andato a ‘Servizio Pubblico’ poco prima di venire da me mi cadde il mondo addosso. Passai la serata a cancellare e cambiare le mie domande. Tutto quello che uscì da Santoro non glielo chiesi io. Ma la ruota girò magicamente a mio favore.

Cioè?

Ci fu una coincidenza favorevole: il giorno dell’intervista, Ruby Rubacuori andò a deporre per la prima volta al Tribunale di Milano. Avrei parlato di quello e lo dissi al suo staff, precisando che non ci sarebbero state imboscate. Loro vollero sapere solo se erano previsti preconfezionati. Risposi che il programma era esclusivamente di parola. Nessun filmato, solo domande. Alcune le riproposi anche tre volte per ottenere una risposta.

Fu proprio Berlusconi ad inaugurare quella serie di confronti.

Lo aveva chiesto lui e fui felicissima di accontentarlo. A dicembre c’era stato un evento del Milan che Galliani e la figlia Barbara affidarono a me. Qualche giorno prima dell’evento avevo subito un breve ricovero e Berlusconi, che era stato informato, venne a ringraziami per non essermi sottratta all’impegno con loro. Gli dissi che si sarebbe potuto sdebitare venendo in trasmissione. Così fece, a patto che avesse l’assicurazione di essere il primo dei leader intervistati.

Decisamente più sgradevole fu il duello verbale con Daniela Santanchè, che fu tutt’altro che tenera: “Se le mettessero una telecamera nelle mutande stia pur certa che il giudice scoverebbe qualche reato”.

Mi chiamarono tanti uomini per esprimermi solidarietà e sottolineare la volgarità di quella frase. Erano disgustati da un gesto senza senso. Fu una frase uscita male, pronunciata da una donna verso un’altra donna. Lì per lì provai fastidio, ma la brutta e sciatta figura fu tutta sua. Non ricevetti mai le scuse.

Il programma in questione era “Tango” e il suo partner era Giuseppe Cruciani. Abbinamento stranissimo.

Costruimmo un rapporto molto positivo e lui può confermarlo. Fu rispettoso, ci trovammo bene. Per paradosso, fu quasi troppo remissivo. Tra noi mancò la contrapposizione che le nostre idee divergenti avrebbero potuto generare. Personalmente ho sperimentato il suo lato meno spavaldo, probabilmente dettato dal precedente insuccesso di ‘Radio Belva’ che lo aveva scottato. In quella fase stava cercando la sua cifra. Per me fu una bella scoperta e il rapporto di amicizia prosegue tuttora.

Nel 2022 rientrò in Rai, stavolta con un talk politico. “Che c’è di nuovo” fu però un clamoroso flop.

Tra noi giornalisti televisivi c’è un mantra che amiamo ripeterci: ‘Mai andare in Rai durante un cambio di governo’. Purtroppo si paralizza e polarizza tutto e si crea un clima che ho sempre detestato. Io amo essere a servizio delle mie idee, non di quelle degli altri. Mi chiamò Mario Orfeo perché avevano bisogno di un programma che proponesse inchieste e dibattito politico, sulla scia di ‘Exit’. Io ero perplessa sulla possibilità di occuparmi di politica in Rai e chiesi se in azienda fossero tutti convinti. Mi risposero in coro di ‘sì’.

Che periodo era?

Febbraio-marzo del 2022. Il premier era Draghi e si sarebbe votato un anno e mezzo dopo. Le mie titubanze riguardavano anche l’eventuale mio spostamento a Roma, ma verso aprile firmai il contratto.

Draghi cadde a luglio.

Esatto. Il primo pensiero fu: ‘Sono Paperino. Non lo faccio più’. Ma il gruppo si era formato e io stessa mi ero appassionata al progetto che aveva Orfeo come massimo garante.

Anche Orfeo saltò.

Passò alla direzione del Tg3 e al suo posto agli Approfondimenti si insediò Di Bella. La trasmissione era stata praticamente ammazzata in culla. Ti pare normale che un programma d’informazione in prima serata non fosse in onda durante la campagna elettorale? Il prodotto che avrebbe dovuto raccontare la cavalcata verso il voto si ritrovò messa in un angolo. L’avvio fu spostato costantemente. Ci informavano che lo studio non era pronto e intanto i temi di attualità che avevamo preparato scadevano. La prima puntata andò in onda tardissimo, il 27 ottobre, quando si era già formato il governo Meloni.

Un disastro annunciato.

Secondo te aveva senso cominciare a fine ottobre, con tutti gli altri che erano tra l’altro partiti con larghissimo anticipo? Facciamoci due domande e diamoci le risposte.

Attualmente la vediamo in video solo come opinionista.

Non mi sento una opinionista. Lo faccio quando mi va. Vado da Paolo Del Debbio perché è stato molto carino nel corteggiarmi. Sono affezionata. A ‘4 di Sera’ mi trovo bene. E’ un contesto in cui si può parlare e non si urla.

Una voce di sinistra in un talk a dir poco filogovernativo.

Non sono una conservatrice e mi rendo conto di rappresentare una voce progressista. Ma quando mi esprimo non faccio sempre un servizio ad una sinistra schierata. Non penso, ad esempio, che sicurezza e tasse siano parolacce che la sinistra non debba pronunciare. La mia concezione di Paese non è veterocomunista. Sono convinta che la moderazione possa essere ancora rappresentata con passione, nonostante per molti sembri un brutto termine.

Pensa di rientrare, un giorno, dalla porta principale?

Mi vengono proposte tante cose, ma non sento che mi sia giunta quella giusta. Mi riaffaccerò quando arriverà qualcosa capace di riaccendermi. Non deve essere necessariamente un programma di politica. Il mio non è snobismo, sono stata in tv ininterrottamente per ventotto anni e posso permettermi di scegliere cosa fare e di immaginare qualcosa in tv o altrove che piace a me.

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