Nino Formicola: “Io e Zuzzurro come olio e aceto. Antonio Ricci fu il primo a chiamarmi dopo la morte di Andrea”
“Sono l’unico comico della mia generazione ancora attivo, assieme a Grillo”. Nino Formicola lo precisa all’inizio della chiacchierata, quasi a voler mettere i puntini sulle ‘i’ su una carriera che tuttora prosegue, seppur lontano dal piccolo schermo. “Non sono defunto – afferma a Fanpage.it l’attore milanese – per la gente se non vai in tv è come se non esistessi. Non è così”.
Una vita sul palcoscenico la sua, da solo ma soprattutto in coppia, con l’altra metà rappresentata da Andrea Brambilla, collega, amico e per qualche tempo pure cognato. “Io e lui di televisione ne abbiamo fatta davvero poca, le persone non se ne rendono conto. Dal 1994 non ci siamo più stati in maniera continuativa”.
Passaggi di una carriera lunghissima, cominciata per passione grazie ad una folgorazione: “A casa mia potevo leggere solo determinati fumetti, tra cui Asterix e Topolino, per il resto andavo a teatro con mia madre e fu lì che mi innamorai dei ‘Gufi’. Il cabaret mi entrò nel sangue”.
Sfumata la possibilità di laurearsi in Medicina (“smisi al quarto anno”), Formicola mise in piedi la compagnia dei “Licantropi”: “Anziché formare un complesso, decidemmo di proporre degli spettacolini e in occasione di una serata in un piccolo locale che si chiamava ‘Il refettorio’ conobbi Andrea, che mi osservò e si incuriosì. Nacque così la nostra amicizia e il lungo sodalizio, senza l’ambizione di diventare ricchi e famosi, bensì con l’unico desiderio di esibirci. Oggi il meccanismo si è invertito: lo scopo è diventare ricchi e famosi il prima possibile”.
Per un breve periodo il duo si trasformò in un quartetto, con l’innesto di Marco Columbro e Barbara Marciano: “I nostri agenti Gentile e Marangoni notarono l’esplosione dei Gatti di Vicolo Miracoli e della Smorfia e ci suggerirono di incrementare il gruppo. Formammo la ‘Compagnia della Forca’, che si sciolse quando si prospettò l’approdo a ‘Non Stop’. Columbro era già un attore formato, aveva lavorato con Dario Fo e non voleva cimentarsi negli sketch”.
I provini per lo spettacolo diretto da Enzo Trapani furono ben sette, con l’autore Bruno Voglino che si presentò a Roma nel luglio 1978 per assistere all’ultima audizione, dove fu lanciata per la prima volta la gag del commissario Zuzzurro e dell’assistente carogna: “Faceva un caldo porco e c’erano i Mondiali. Sapevamo che Bruno sarebbe passato, ma non sapevamo quando. Una sera lui e i suoi collaboratori si presentarono a tradimento. Per rinfrescarmi misi la testa sotto all’acqua e i capelli si incollarono. Andrea, per tutta risposta, si sparò all’insù i suoi. I look di Zuzzurro e Gaspare erano stati trovati”.
Il suo nome, invece, venne inventato sul momento.
Esatto. Io un nome non ce l’avevo e Andrea usò quello del titolare del locale, Gaspare per l’appunto. Gli autori della Rai, pertanto, segnarono sulla cartella Zuzzurro e Gaspare.
Anche la ‘s’ sibilante di Zuzzurro ebbe un inaspettato ispiratore.
Era un reale difetto del pianista dei nostri primi spettacoli. Ci faceva molto ridere e ad Andrea quella parlata rimase impressa nella mente, tanto da impossessarsene.
“Non Stop” si registrava a Torino.
Per sei puntate da un’ora rimanemmo su sei mesi. Era la Torino degli anni Settanta, ma ci divertimmo molto. Gran parte del cast pernottava nello stesso albergo, a parte Carlo (Verdone, ndr) che era già una star. La trasmissione era incentrata principalmente su di lui, era la punta di diamante e lo avevamo capito. Nonostante ciò, sia noi che i Giancattivi ottenemmo risultati ottimi. Saremmo dovuti rimanere solo per tre episodi e ci aggiunsero due partecipazioni in più. Non solo: l’anno seguente ci presero per ‘La sberla’.
Come andò?
I Giancattivi sfondarono, noi no. Non eravamo ancora maturi, non possedevamo lo spessore per andare avanti.
In questa fase un ruolo fondamentale lo ricoprirono Teddy Reno e Rita Pavone.
Confermo. Reno ci volle in uno spettacolo di Rita. Serviva uno spazio comico e ci diede carta bianca. Ѐ sempre stata una persona dal fiuto e dal talento innati. Ci consegnò lo show, lo rivoluzionammo e funzionò. Facevamo le maschere, costringevamo i presenti in platea a darci i soldi e in un mese raccogliemmo un milione di lire in mance. Al Teatro Nuovo se lo ricordano ancora (ride, ndr). Fu la nostra prima vera tournée e Teddy ci affidò persino il copione de ‘La ragazza a stelle e strisce’, che non facemmo perché non ci sentivamo all’altezza. In compenso, riprendemmo in mano il testo sei anni dopo e diventò ‘Andy e Norman’.
Ad Antenna 3 esordiste come autori di Boldi e Teocoli.
Sì, scrivevamo i testi del programma ‘Non lo sapessi ma lo so’. Quarantacinque puntate in diretta con sette numeri da consegnare a settimana. A fine stagione la Fininvest ci mandò a chiamare per farci firmare un contratto di esclusiva.
Assistette alla mitologica lite tra Berlusconi e Teocoli.
Si doveva decidere quale trasmissione far fare a Massimo e Teo, ma Berlusconi e Teocoli non viaggiavano sulla stessa lunghezza d’onda. Fino a quando Teo non disse ‘lei faccia i mattoni e le case, allo spettacolo ci pensiamo noi’. Berlusconi, che gli aveva sempre dato del tu, passò improvvisamente al lei. Calò il gelo. Io e Andrea ci saremmo voluti nascondere sotto al tappeto, ma al termine della riunione Silvio ci stoppò: ‘Vi ho contrattualizzato, adesso fateli funzionare’. Teocoli però stracciò l’accordo e se ne andò. Boldi, al contrario, restò e diventammo i suoi autori, sia a ‘Drive In’ che a ‘Risatissima’.
Teocoli non la prese bene. Ѐ vero che vi tolse il saluto?
Se la prese moltissimo. Rimase ad Antenna 3 con Faletti, ma l’anno successivo anche Giorgio arrivò al ‘Drive In’. L’unico a non aver compiuto il grande salto era stato lui e devo riconoscere che una parte di ragione ce l’aveva. Ci aveva messo in condizione di entrare alla Fininvest e si sentì tradito. Ma noi eravamo stati contrattualizzati e non potemmo fare nulla. Comunque, anni dopo ci saremmo fatti perdonare.
Si riferisce ad “Emilio”?
Esattamente. Pretendemmo la presenza di Teo, che Berlusconi non voleva. Insistemmo alla morte. Il programma era tutto scritto e avevamo bisogno di gente con i coglioni. Infatti accogliemmo anche la Gialappa’s. Di Teocoli si possono elencare mille difetti, ma è una persona dalla correttezza intellettuale assoluta. Una qualità rara. Ѐ una persona migliore di quello che si possa pensare ed un fuoriclasse. Purtroppo nella sua carriera ha deciso di farlo part-time.
Al “Drive In”, ad un certo punto, conquistaste il vostro spazio.
In una delle ultime puntate ci sarebbero dovuti essere i Gatti, che saltarono. Il regista Giancarlo Nicotra ci conosceva dai tempi de ‘La sberla’ e ci chiese se avessimo un pezzo da fare al volo. La performance andò più che bene e a Milano i commenti furono positivi. Quando Berlusconi diede incarico di comprarci, gli ricordarono che eravamo già alle dipendenze dell’azienda come autori.
Firmaste un nuovo contratto di tre anni, stavolta in esclusiva.
Eravamo al Teatro Manzoni. Uscii nell’atrio per fumare e mi raggiunse Berlusconi, che ci invitò ad Arcore. Rischiai di svenire.
E?
Rientrai ed andai ad avvertire Andrea, che non credeva alle mie parole. Quindi tornai da Silvio: ‘Dottore, Brambilla pensa ad uno scherzo. Potrebbe venire lei a parlarci?’. Gattonammo tra le poltroncine e ci dirigemmo assieme verso di lui. Se lo trovò di fronte e sbiancò.
Nel 1986 ve ne andaste.
Quell’anno spiega alla perfezione il senso della nostra carriera. Dopo due anni realizzammo che il nostro reale desiderio erano gli spettacoli dal vivo e il teatro. Lo riferimmo a Berlusconi e la sua reazione fu tranquillissima: ‘Perfetto, fate una serata al Manzoni e un’altra al Parioli. Io vi registro e vi mando in onda’. Ma noi non volevamo fare quello, ci interessava la continuità, puntavamo ad una tournée. Silvio capì e ci liberò, chiedendoci solo un paio di incursioni stagionali al ‘Drive In’.
Riappariste in “Festival”, accanto a Pippo Baudo.
Stavamo per passare alla Rai, ci voleva il direttore Guglielmi. Ma Pippo ci telefonò: ‘Non venite di qua, perché vengo io di là’. ‘Festival’ non andava in diretta e le registrazioni potevano terminare anche alle 2 di notte. Lì capimmo che la tv è una roba strana.
In che senso?
Comprendemmo che il programma è sempre più forte. Se pensi che tra i due sei tu quello importante, sbagli tutto. Il pubblico di Baudo non era quello del ‘Drive In’ e ci accorgemmo che dovevamo conquistarci una platea differente. Facemmo qualcosa che non ci apparteneva in pieno, con sketch che puntavano a spettatori mirati che non erano i soliti nostri.
Dormivate all’Hotel Lord Byron e un giorno vi imbatteste in Michael Jackson.
La più grossa figura di merda della mia vita!
Racconti.
Quell’albergo era diventato di moda. Durante le loro tappe italiane ci avevano dormito anche i Duran Duran e Madonna. Noi ci andavamo da sempre e all’ingresso c’era abitualmente la gente ad attendere qualche star. Pure noi eravamo conosciuti e più di una volta ci avevano fermato per un autografo o una foto. Un giorno uscii, sentii le urla, stranamente più fragorose del solito, e mi misi a salutare. Ma nessuno mi filava perché dietro di me si era affacciato Michael Jackon dal balcone.
Citava “Emilio”. Tempo fa lo definì “la catastrofe della nostra carriera”. Perché?
Venivamo dal boom di ‘Drive In’ e non fu percepito come un successo. Publitalia non era contenta degli ascolti, nonostante fossimo il programma più visto della serata, dietro solo a ‘La Piovra’. In ogni caso, guadagnammo il nostro credito emergendo come offerta di nicchia. La considero una trasmissione ‘arboriana’, una di quelle che non tocca i 10 milioni ma che riesce ad intromettersi nei cervelli di un certo tipo di persone. Va detto, inoltre, che ‘Emilio’ aprì le porte a molte innovazioni. Fummo infatti i primi ad usare i led per finti collegamenti esterni. Così facendo allargammo lo studio.
Al “Tg delle Vacanze” rispuntò il doppio ruolo.
Conducemmo un mese noi e l’altro mese Roncato e Sammarchi, per cui fummo anche autori. Andrea rimase in studio, mentre io mi spostai in giro per l’Italia con la troupe per registrare i vari servizi.
A metà anni Novanta accadde qualcosa.
Dopo ‘Dido…menica’, che venne sospeso per bassi ascolti, andammo a parlare con Berlusconi che ci suggerì un anno sabbatico. Poi però scese in politica e non lo vedemmo più. Da quel momento ci rituffammo nel teatro, che per noi ha avuto sempre la priorità. La televisione non era altro che uno spot per portare i nostri fan in sala.
Nel 2002 il primo grande trauma: il gravissimo incidente d’auto di Andrea.
Fu davvero drammatico. Si stava recando a teatro, dove lo aspettavamo per uno spettacolo ed uscì di strada. Lo tennero in coma farmacologico per due mesi e nessuno di noi sapeva cosa sarebbe successo dopo. Non fu divertente, nemmeno un po’. Lo ricoverarono ad Alessandria e rimasi in ospedale fino a tarda sera, quando lo sottoposero alla prima operazione. Fuori dalla struttura trovai un muro di fotografi e giornalisti. Rimasi stupito.
Non se l’aspettava?
No. Una volta risvegliatosi glielo raccontai e la sua reazione fu mitica: ‘Non avevano un cazzo da fare?’. Io e Andrea non abbiamo mai pensato di essere dei numeri uno. Sui giornali ci siamo stati sempre pochissimo e sono stati più i ‘no’ che i ‘sì’, per il disappunto dei nostri commercialisti. Le situazioni collaterali non ci importavano, volevamo solo far ridere. Paradossalmente, dopo cinquant’anni mi rendo conto di quanto la gente ci voglia bene. Mi fermano, mi abbracciano. Fa piacere, a parte quando mi scambiano per Roberto Vecchioni!
Andrea guarì e tornò in pista.
E sul suo incidente basammo il successivo spettacolo, ‘Che botta!’. Zuzzurro entrava in pigiama rosso ed interpretava se stesso insieme ad un logopedista che lo aiutava a riacquistare l'uso della parola.
Nel 2013 non ci fu il lieto fine. Andrea Brambilla morì per un tumore ai polmoni a 67 anni.
Scomparve giovedì 24 ottobre, ma l’ultima volta che lo vidi e ci parlai fu il martedì. Mi riferì che il giorno dopo sarebbero venute alcune persone a trovarlo e mi chiese di vederci direttamente dopo quarantott’ore. Ahimé la sera del mercoledì, mentre ero a teatro a vedere uno spettacolo di Columbro e Iacchetti, mi telefonarono spiegandomi che aveva avuto una crisi e che lo avevano intubato. In quell’ultima chiacchierata né io, né lui immaginavamo che non ce ne sarebbero state altre. Nei mesi precedenti non parlammo mai della sua malattia, nemmeno una volta. Non voleva lui e non volevo io. Andrea non era cretino, sapeva come stava messo, tuttavia progettava il futuro.
Crede che volesse illudersi?
Capii solo in seguito il suo comportamento. Sapeva come stava, ma era convinto di avere più tempo a disposizione. Io ero cosciente che non era così, ma lui era sicuro del contrario. Per questo motivo continuava a parlare di progetti e di cosa avremmo fatto dopo quello stop forzato.
Rivelò che il primo a chiamarla dopo la scomparsa di Andrea fu Antonio Ricci.
Sono grato ad Antonio per quel gesto. Mi spronò: ‘Devi ripartire subito, altrimenti ti spaventi’. E mi diede spazio in ‘Giass’. Per la prima volta mi trovavo senza la mia metà. Ricci mi fornì la forza per ricominciare a sessant’anni.
Dato che siamo in tema, non posso non chiederle un giudizio su “Striscia”.
Non conosco i retroscena e non posso esprimermi, ma siccome tutto ha un inizio ed una fine mi piace pensare ad una cosa: probabilmente anche il ciclo de ‘La Ruota della Fortuna’ terminerà e magari sarebbe bello a quel punto un ritorno di ‘Striscia’, in una nuova versione. Ci sono programmi che non invecchiano nelle formule, dipende da come vengono impostate. Penso che l’allungamento delle trasmissioni dell’access prime-time sia stato una piaga per molti. Se fosse rimasto un appuntamento di trenta minuti, con chiusura alle 21.15, forse ci sarebbe ancora. Il primo che avrà il coraggio di far ripartire una prima serata alle 21, ridando vita alla seconda serata, avrà stravinto.
Torniamo ad Andrea. Affermò: “Io e Brambilla siamo come l'olio e l'aceto”.
Non avevamo niente in comune, eccetto la passione per i libri gialli ed il whisky. Eravamo due persone completamente differenti nei gusti e negli atteggiamenti. Però, proprio come per l’olio e l’aceto, se li mescoli bene viene fuori un’ottima insalata.
Scesi dal palco ognuno andava per la sua strada?
Io avevo le mie frequentazioni, lui le sue, ma passavamo talmente tanto tempo assieme per lavoro che eravamo come marito e moglie. Ci sono stati lunghi periodi in cui Andrea ha visto più me che sua consorte!
Nel 2018 accettò il corteggiamento de “L’Isola dei Famosi”. Firmò per soldi?
No, volevo dimostrare di esistere ancora. Quando Andrea se ne andò morii di fatto anche io. Ancora oggi mi chiamano Zuzzurro, figurati. Eravamo un unicum, l’unico duo dove i nomi possono essere letti in entrambi i sensi. Zuzzurro e Gaspare o Gaspare e Zuzzurro. Questo porta le persone a confondersi. E così, morto lui, morto io. Volli farmi vedere per comunicare all’Italia che il mio percorso continuava.
Il programma la entusiasmava?
Mi avevano già proposto ‘L’Isola’ tempo addietro. Rifiutai perché mi vergognavo, l’avevo sempre presa per il culo. Quando accettai di farla mi imposi di concorrere comportandomi come se fossi stato a casa, dicendo tutto ciò che secondo me gli spettatori avrebbero sostenuto dal divano. Evidentemente funzionò.
Ho una personale convinzione: i comici non dovrebbero mai partecipare ai reality. Siete delle maschere e non andrebbe mai svelato cosa si cela sotto.
Concordo. Ma quando vai in un reality devi pensare che stai facendo televisione. Molti se lo dimenticano. Devi stare attentissimo e sapere che le tue azioni verranno montate, smontate e spezzettate. Altrimenti si verifica quello che sostieni tu.
Riuscì a non cadere nel tranello?
Nei confessionali mi ponevano domande mirate su Tizio o Caio. E io puntualmente replicavo: ‘Non si viene a rubare a casa dei ladri’. Pensavo a come avrebbero potuto usare quella frase e non rispondevo. Poi ebbi fortuna, lo riconosco. I Gialappi, che sono amici, alla vigilia mi segnalarono la Cipriani e mi pregarono di fornire del materiale al loro programma. Invece, a sorpresa, trovai Franco Terlizzi. Intuii che con lui sarebbero potuti uscire siparietti divertenti. La mia regola è sempre stata quella di ridere con qualcuno, mai di qualcuno.
La vittoria di quell’edizione non le aprì nuove porte.
I reality sono una chance televisiva per gli influencer e potenziali opinionisti. A quelli come me non è utile dal punto di vista promozionale. In fondo, perché mai il trionfo all’’Isola’ avrebbe dovuto spingere le persone a venire a vedere un mio spettacolo?
Il presente è a teatro.
Riprenderò ‘Forbici & Follia’ con Max Pisu, poi a febbraio sarò a Milano con ‘Formicoleide’. Il sottotitolo è eloquente: ‘Una volta ero Gaspare’. Non sarà un viaggio nel passato, amo guardare al domani. Sarà uno show di cabaret nuovo. Mi metto in gioco. Se un progetto mi ispira mi ci tuffo.