Alessandro Rostagno, l’ex critico tv rompe il silenzio dopo 15 anni: “Ho scelto Dio, non giudicherò più niente”
Al Caffè Torino di piazza San Carlo, già frequentato negli anni da Cesare Pavese, Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi, tra arredi d'epoca, il soffitto a cassettoni e la massima che campeggia sopra al banco del bar ("caldo come l'inferno, puro come un angelo, dolce come l'amore"), i camerieri ti servono ancora in giacca e panciotto. È il salotto della torinesità più classica. È qui che, dopo quindici anni di sparizione, abbiamo ritrovato Alessandro Rostagno, 60 anni compiuti da poco: niente social, niente tv, niente articoli sui giornali. Il critico che negli anni Duemila scuoteva di polemiche Buona Domenica, L'Isola dei Famosi, Ciao Darwin, X Factor e tante altre trasmissioni, si presenta con una bandana arancione, un giubbotto azzurro, pantaloni tecnici, scarpe con le dita. Spariti i capelli rossi arruffati e il pizzetto luciferino, gli occhi celati da un paio di occhiali con lenti a specchio, in questo ambiente liberty sembra un alieno.
Ma in fondo lo è sempre stato, anche quando imperversava in tv. E nell'eloquio è rimasto quello di allora: il ritmo incalzante, le citazioni ben assestate (da Shakespeare a Socrate, da Céline a Unamuno), l'erudizione usata come clava di scuola sgarbiana, la battuta pronta di chi è passato dal cabaret di Zelig, quasi un’avanguardia della stand up che sarebbe esplosa pochi anni dopo: "Se ogni 30 secondi non c'era una battuta, il pezzo decadeva", ricorda. Dopo questa riapparizione, ci ha raccontato tutto: perché ha lasciato tv e vita pubblica ("accoglievo qualcosa di più grande"), la fede ("l'unica certezza è Dio"), il flop di Scalo 76 e la televisione dello scontro (compreso quello con Antonella Elia) che contiene "un elemento diabolico". E, per la prima volta, si rifiuta di criticare chiunque: "Non giudicherò più niente".
Quest'anno hai compiuto sessant'anni, lo scorso 5 marzo.
Non credo nel tempo.
In cosa credi?
Credo in Dio. Anzi, io non credo neanche in Dio, perché "credere" ammette la possibilità del dubbio, mentre io mi affido totalmente: l'unica certezza per me è Dio. Mi ricordo che quando l'ho enunciato in tv ho usato proprio la formula "credo in Dio", per non andare oltre i tempi ridotti di un dibattito di un talk. E ha creato, non dico scalpore, ma stupore. Perché uno che è un loico, un retore, non te lo aspetti su una posizione del genere. Io lo trovo assolutamente naturale, anche perché la dialettica è un dono, non ho nessun merito. Da bambino cercavo di perfezionarla, mi svegliavo anche di notte per cercare sui dizionari i sensi secondi, terzi. Ma il dono è quello. Non avrei potuto costruirlo: è assolutamente inedificabile.
Facciamo un passo indietro. Chi era Alessandro Rostagno prima della tv?
Ho fatto il liceo classico e studi di giurisprudenza. Ho iniziato qui a Torino, poi, visto che mi ero prefissato delle tempistiche, sono andato a concludere a Pavia, dove potevo farlo con più fluidità. Ci tenevo a imboccare la strada per diventare uditore giudiziario, ed è una strada che adesso mi fa sorridere. Subito dopo la laurea sono andato un anno a Napoli, nello studio che preparava meglio all'esame, e intanto lavoravo in uno studio legale qui.
Com’è avvenuto il salto dall’ambiente giudiziario a quello giornalistico?
Casualmente, il mio babbo aveva un amico che bazzicava l'ambiente giornalistico. Io guardavo tanto cinema, ho scritto una critica, gli è piaciuta molto e da lì è scattato qualcosa. Attraverso altri contatti sono arrivato a Repubblica. I miei genitori volevano ovviamente la strada classica, forense o giudiziaria, e a un certo punto ho detto molto candidamente: non ho nessuna passione. Trovavo già insopportabile stare in quelle stanzette dove una folla di soggetti dibatteva di fronte a un poveretto. Le pratiche non mi venivano naturali e mi sono riversato sulla scrittura. All'inizio con guadagni che tendevano a poco più di zero.
Dal cinema sei ben presto passato all'arte.
Avevo una relazione con una ragazza che studiava legge, ma era anche critica d'arte nella zona torinese. La domenica ci trovavamo e scrivevamo insieme. Piacevano molto, tanto che le regalavano dei quadri. Questo mi ha avvicinato all'arte, fino a curare il catalogo di una mostra dei futuristi, quando dirigevo un settimanale e avevo conosciuto un signore che aveva una galleria a Palermo e una a Portofino.
Il tuo stile era pungente. Quando hai capito che poteva funzionare?
Mentre facevo legge avevo partecipato a Zelig. Organizzavano serate per trovare nuovi talenti, sono salito sul palco e poi ho fatto qualche apparizione nel locale, perché mi veniva naturale trovare la chiave ironica. Come in Socrate: l'ironia ti serve per accedere a un secondo livello, oltre il senso omologato. Io l'ho praticata e mi è venuto naturale riproporla nella scrittura, per renderla meno piana e più frizzante. Quello che all'inizio mi stupì parecchio è che nelle critiche cinematografiche io iniziavo sempre con una battuta, dalla prima parola. Poi andavo in televisione e mi trattavano come uno serio. Serio sì, ma fino a un certo punto… Se Pozzetto fa una battuta non lo confondi per Stefano Zecchi, no?
Nel 2002 su Libero, scrivevi di Furio Colombo, allora direttore dell'Unità: "Da uomo vero qual è, non ha versato nemmeno una lacrima. Gli avrebbe rovinato il fard". Un’ironia che, allora, era rara sui giornali, poi sdoganata da Marco Travaglio.
È una battuta, come ti dicevo. Su Libero avevo in prima pagina una rubrica, Mano armata, e nei pezzi inserivo quelle battute. Poi su Tuttosport facevo un’altra rubrica simile, ma con battute sul calcio. E quando sono passato al Corriere dello Sport facevo battute dello stesso tipo in prima pagina, in una rubrica che si chiamava Colosseo. Nasceva sempre da lì, dal cabaret. Quindi che cosa mi rimproveravano? Trattatemi da comico, non da filosofo.
Tutti, al tempo, ti hanno preso molto sul serio.
Per un certo periodo scrivevo con uno pseudonimo, Tommaso Perfetti, perché firmavo già pezzi per Repubblica di Torino e per L'Espresso e non volevo portare il mio nome in contesti opposti. Ho anche scritto per qualcun altro, bazzicando artisti di Zelig. Una volta andai a Parma con un amico avvocato: c'era una piazzetta con uno di quei palchetti estivi, la via era vuota. Abbiamo cominciato a parlare e alla fine la via era piena. Mi viene naturale. E dev'essere così: a un'amica scrittrice ho detto che io mi ascolto dire quello che sto dicendo per capire come la penso. Lei, immediatamente, mi ha detto che condivideva. Io non costruisco un artefatto per esporre ciò che ho pensato: sento le musicalità che si raggrumano, e da quel coagulo emerge un significato che è assolutamente mio, proprio perché è vero.
Poi arriva la tv, il mezzo perfetto per certe ambiguità. Il primo è stato Paolo Limiti?
Il primo doveva essere Emilio Fede. Ero andato a intervistarlo al Tg4 e si era appassionato a una rubrica che poi ho fatto da Limiti, La morale della favola: prendevo un fatto e ne parlavo. Lì conobbi il meraviglioso Gianfranco Funari. Mi vide entrare in albergo e mi indicò: "Il poeta". Io dissi: “Ma no…” E lui: "Io e te lavoreremo insieme". Passa del tempo e mi telefona: "Ciao, sono Gianfranco, ti ricordi cosa ti avevo detto?". Andavo da lui, mi mandava su Odeon subito dopo la diretta, e nel frattempo, in regia, parlavo per capire i movimenti.
Da lì Buona Domenica, Domenica In, L'Isola dei Famosi, Ciao Darwin, L'Italia sul Due, X Factor. In quegli anni eri convinto che la tv sarebbe stata la tua vita?
Non credo di aver proiettato nulla. Mi viene naturale la parola orale, ma anche la scrittura, più faticosa, è molto appagante. Infatti ho scritto Tutto in una stanza, un libro che non aveva parti narrate, solo dialoghi, proprio per riprendere quell'oralità che amavo e che amo.
Scrivevi anche: "Francesca Neri fa compassione anche senza tosse". E di Luisa Ranieri: "Se Maria Callas avesse saputo di Luisa Ranieri avrebbe fatto la sarta".
Luisa poi l'ho conosciuta, una persona deliziosa, delicatissima. Come spiegavo precedentemente, l'intento era battutistico, non c'era nessuna malignità di fondo. E negli altri casi si trattava comunque di qualcosa di estremamente lieve.
Ricordo che molti se la prendevano e il pubblico era diviso sulla tua figura.
Da noi la comicità yiddish non è così praticata. Anche adesso c'è stata un'esplosione, sempre misurata, della stand up, ma sono racconti meno legati ai tempi della battuta. Quando frequentavo molto quel contesto, qualcuno mi diceva che ero addirittura troppo battutista: per me, se ogni 30 secondi non c'era una battuta, il pezzo decadeva. Ritmo, ritmo, ritmo. Il più bravo in Italia, al di là delle scopiazzature, era sicuramente Daniele Luttazzi.
Per le polemiche che scatenavi, con citazioni colte, eri stato accostato a Sgarbi.
Ci siamo conosciuti grazie alla sua attuale compagna, Sabrina Colle. Dovevamo recitare insieme a teatro a Milano, perché un regista si era divertito all'idea, e l'avevo conosciuta durante le prove. Poi un giorno a Roma, nel camper adibito a camerino, bussò lei: volevano incontrarmi. E mi disse: "Vittorio è al bar, avrebbe piacere". Vittorio Sgarbi è delizioso. In questo momento di sofferenza per lui ho difficoltà a parlarne, ma è un soggetto dal tegumento spinoso e dal contenuto meraviglioso. Al di là di tutto, parlo di quello che ti trasmette: il modo in cui ti guarda, in cui ti si stringe accanto, in cui si rivolge agli altri.
Ti sentivi sgarbiano?
Lui nasceva dalla critica d'arte, con quella contrapposizione con Federico Zeri, che diventò molto virale prima della viralità. Io nascevo da un ambito più legato alla brillantezza, che arrivava fino al battutismo. Poi certo, la musicalità, la petite musique di Céline proposta a livello orale, è talmente rara che non mi stupirei se ce ne fossero due casi in tutto il panorama. Soltanto due, però. Perché c'è un agire strumentale e un agire comunicativo. Il comunicativo può essere solo quello, il resto è strumentale: la parola è serva di un pensiero che normalmente è mercantile. A me questa non interessa, e credo neanche a Vittorio.
Tra le tue frasi celebri c’era questa, che è una sorta di manifesto, per giustificare la tua presenza in trasmissioni considerate trash: "Se io sublimo la merda sono bravo". Ti valse, da parte de Il Giornale, la definizione di "maestro di sintesi".
La sintesi era anche in quello che dicevo: chiudere con la battuta. Mi ricordo che quando andai a presentare il libro da Gigi Marzullo mi dissero che avevo un minuto e mezzo. Non avevo nessun cronometro, parlai, e alla fine mi dissero: incredibile, sei stato esattamente nei tempi. Insomma, devi saper calibrare i suoni nel tempo che ti viene concesso. Quella frase devo averla detta in una trasmissione con Maria De Filippi dove era ospite anche Aldo Busi. Mi spiace di non aver mai incontrato Maurizio Costanzo, che ho sempre considerato in modo estremamente positivo.
A un certo punto, visto il tuo sdoppiamento tra critico televisivo per i giornali e personaggio protagonista nelle trasmissioni più popolari, un blogger arrivò a chiedere la “separazione delle carriere”
Bisogna considerare quello che viene detto e scritto, e in base a quello valutare l'equilibrio soggettivo. Oggi questa polifonia è molto diffusa. Allora c'era legata alla qualifica di critico. Ma le classificazioni sono sempre fuori luogo: è come imprigionarsi dentro delle casette.
TvBlog scrisse un lungo articolo intitolato "Il critico che ha perso l'aureola".
Credo ai santi, credo in Dio. Non credo che un qualsiasi artista con un'impronta ironico-satirica possa aspirare a nulla del genere.
Se fossi stato presentato come comico, forse non ci sarebbero state tante polemiche.
Io non sono nato con la volontà di fare il critico televisivo o un altro tipo di critica. Vedevo molto cinema e mi sono trovato a curare una piccola rubrica. Poi scrivevo per Repubblica di fatti che vedevo a Torino, per L'Espresso un pezzo su un fatto locale diventato nazionale, che non c'entrava nulla con la tv. È stato un modo di scaricare a terra una potenza in ambito letterario, teatrale o televisivo. Poi resta alla considerazione di chi legge e di chi ascolta valutare. A me interessa soltanto essere aderente a quello che sono.

Con la critica ufficiale che rapporto hai avuto, per esempio con Aldo Grasso?
So che una volta, in una rubrica, aveva ironizzato sul fatto che avessi un sito con le mie foto, come se fossi un vanesio. Io sapevo appena che esistesse. Con la critica televisiva non ho avuto rapporti, con quella di altri ambiti, d’arte o musicale, mi sono trovato benissimo.
Però sei arrivato addirittura a scegliere Lele Mora come agente tv.
Abitavo vicino a Milano e andavo i pomeriggi a Rai 2, dove c'erano molti suoi artisti, ed ero incuriosito: all'epoca si parlava moltissimo di quel fenomeno. Non ci sono stato molto e non credo di aver mai partecipato a una trasmissione trovata da Lele Mora. Mi telefonavano direttamente, partecipavo, e gli dovevo anche pagare la percentuale. È vero che mi aveva programmato tutto un percorso, in modo serio, ma non ricordo una trasmissione trovata da lui. Dopo un po' me ne sono andato, perché non c’erano contratti, era tutto sulla parola.
A proposito di viralità prima che venisse coniata la definizione di viralità, c’era un altro blog, Kunt a Kinte, che raccoglieva tutte le tue apparizioni e i tuoi scritti.
Mi ricordo di una ragazza che aveva curato un sito con immagini e articoli su di me. Una volta, durante una trasmissione romana, mi chiese di incontrarci. Le dissi volentieri, ma prendi contatto con… E lei, immaginando di avere a che fare direttamente con me, si arrabbiò moltissimo, perché si sentiva trattata come una qualunque e non privilegiata in quanto la curatrice del “mio” sito. Certe cose, nel momento in cui si dà loro spazio, tracimano. Io, in quella fase, vivevo momento per momento, senza un obiettivo. Nell'avvocatura sai che ci sono delle tappe, in questo mestiere invece ti cambia sempre tutto. Una volta feci uno spettacolo alla Sala Umberto di Roma: non avevo nulla da proporre, salivo sul palco, chiedevo al pubblico una parola a caso e partivo da lì a parlare. Era la sala a creare, insieme a me, una sonorità. Lì conobbi anche Piera Degli Esposti.
Poi arriva uno dei momenti più forti in tv, quando hai definito Antonella Elia un "rudere" e una "bellezza fatiscente". Vi siete chiariti, ma quando lo rivedi cosa pensi?
Non l’ho mai più rivisto, perché l'oralità non va ripetuta, non è un libro. Io non guardo mai nulla di ciò che ho fatto. Posso dire semplicemente che quello è stato anche uno dei motivi del mio allontanamento dalla tv: non volevo più partecipare a situazioni che fossero solo di contrapposizione. Al di là del tema trattato, la mission era lo scontro. E in quella partecipazione, per mia responsabilità, si cercava soltanto quella sorta di “sangue” che si può creare, senza toccare niente di interessante al di là della messa in scena.
Quel tipo di scontro oggi è sdoganato e moltiplicato dai social. Ti senti un pioniere?
Ci sono stati dei casi precedenti, Vittorio Sgarbi sicuramente. Oggi c'è la pillola dello scontro che viene rimbalzata dai social, ma non c'è più nessun tema come oggetto di interesse. Tutto è degno di essere messo in scena purché sia scontro. Poi il “sangue”, il crime spopola perché incide sulla viralità. In alcuni casi vedi una disposizione curiosa, a ventaglio o semicircolare, che ricorda il Costanzo Show e potrebbe farti pensare che non ci siano scontri. Invece ci sono i contendenti, una tesi precostituita dal programma e lo scontro è inevitabile.
Hai avuto la possibilità di condurre un programma, co-condotto con Lucilla Agosti: Scalo 76. Ma è stato chiuso per ascolti bassi. Un flop per chi criticava i flop degli altri?
Purtroppo è nato malissimo. Avevo partecipato a un programma collaterale, il processo a X Factor, e il direttore di allora, Marano, era estremamente soddisfatto e disse che mi avrebbe proposto la conduzione di qualcos’altro. Mi telefonò: "Devo essere un pazzo, ma abbiamo pensato a te". Dopodiché Rai 2 venne immediatamente sovvertita, cambiò tutto, e anche il programma dovette essere ripensato da un momento all'altro, compreso il ruolo della Agosti. Prima della puntata d'apertura cercai di sottrarmi, feci delle telefonate. Il problema è che avevo firmato quando c'era una struttura che poi era stata completamente sovvertita.

I tuoi detrattori non vedevano l’ora di fartela pagare?
Mi sembrava naturale. Se in partenza avevo cercato di fuggire, non potevo immaginare che quello che si sarebbe scritto potesse essere buono. Potrei dire, con una battuta, che qualunque cosa scritta su quella trasmissione sarebbe stata più lieve di quella che io avrei scritto su me stesso.
Hai mai pensato di provare la strada dei social, come altri personaggi a cavallo tra informazione e televisione, che negli anni sono diventati molto seguiti?
Non mi riguardano in nessun modo. In Re Lear Shakespeare dice: non ho strada, quindi non ho bisogno di occhi. E io non avevo una strada, un percorso. Quando arrivava una situazione che poteva portare più notorietà o qualche appagamento personale, la vivevo in quel momento, e subito dopo non sapevo che farmene. Sono sempre stato in una fase in cui avevo un punto interrogativo, non un punto esclamativo. Avevo iniziato con studi su tutt'altro fronte, e per moltissimo tempo non ho letto niente. Poi ho letto in modo esclusivo, totale, radicale, assoluto: mi sono chiuso in un monolocale a Bardonecchia, prendevo libri ovunque, un po' li compravo, un po' in biblioteca. Volevo leggere di tutto, sapere di tutto.
Non hai più cercato la tv, o è la tv che non ti ha più cercato?
All'inizio sì, quando muovi i primi passetti nel giornalismo cerchi le opportunità. Con Emilio Fede, per esempio. Dopodiché mai. Il mio numero era talmente diffuso che mi chiamava il conduttore, l'autore, il capo progetto, chiunque. Ma io sono assolutamente antitetico a qualunque prospettiva mercantilistica: quando ho investito uno, se mi è andata bene, ho perso 90. Anche nelle trattative, non sono mai riuscito davvero a rendere servile il verbo.
I social non ti hanno incuriosito?
A un certo punto c'è stato un progetto che mi interessava, perché non era un ambito di scontro: una trasmissione di espressione artistica che andasse a prendere artisti giovanissimi di tutta Italia, per approfondirli e commentarli in modo scanzonato, senza esacerbare il rapporto. L'arte in tv è trattata spesso in modo molto istituzionale, quindi ha qualche difficoltà, e si era pensato a un ambito legato ai social e al podcast, che resta estremamente praticabile. Ho anche scritto esattamente quello che volevo fare, è piaciuto moltissimo, ma poi occorreva tradurlo, e lì sono mancati determinati ganci. C'era la casa di produzione, c'erano gli sponsor, ma non si è riusciti a far collimare le posizioni.
Intanto per il pubblico sei scomparso.
È stata una scelta che sentivo mia e l’ho vissuta con gioia. C'è stato un momento in cui è arrivato qualcosa dalla Rai e io ho detto no. La volta successiva ribadii il no e sentii che il soggetto si era un po' impermalosito. Ma non l'ho vissuta come una rinuncia, perché accoglievo qualcosa di ben più grande. Se avessi fatto una televisione redditizia e appagante dal punto di vista personale, non avrei mai avuto quello che ho avuto in questi anni. Lo dico in modo molto netto e sincero.
Che cosa hai accolto?
Delle priorità che esulano completamente dal lavoro, che riguardano la sfera personale e che potevano essere praticate solo in quella fase. Per praticarle bisognava fare una scelta e l'ho fatta con gioia: certe esperienze le avevo già fatte, le altre non avrei potuto rinviarle né replicarle. È un ambito che nasce dalla consapevolezza di sé, di chi siamo, e di ciò che ci unisce ad altri soggetti. Io ho un unico affidamento totale, che è Dio, e in Dio trovo il piacere e la volontà di vivere rapporti con altri fratelli, figli di Dio, che possono avere i ruoli più disparati. Non c'è nessun ambito religioso. Se vuoi un riferimento, ti do lo scrittore spagnolo Unamuno, per il quale la fede è una scelta, non un abbandono. Dio come esperienza diretta.
Come ci sei arrivato?
Senza cercarlo. Questo rapporto implica che tu veda là dove non avevi visto. In Re Lear si dice anche: non vede perché non sente. Quello che io non avevo sentito in certi anni, perché ero ricolmo di letture, di filosofi. A un certo punto leggevo solo filosofia, ma ero anche troppo pieno di me stesso per riuscire a sentire quello che ero e quello di cui avevo bisogno. Imperversavo nella mente, nella dialettica, nella retorica, nell'eristica, dove non ti serve dimostrare niente se non che la tua tesi prevalga. Poi ho trovato qualcosa di talmente superiore da dissolvere quello che c'era prima. Qui siamo a Platone: se hai creduto a un'ombra, una luce te la spazza via e ti chiedi: ma dov'era? A cosa ho creduto finora?
E l’ombra della tv si è dissolta?
Da quel momento non mi sarebbe stato impedito di partecipare a qualunque cosa, purché non di separazione, perché diventava autolesionistico per me. Nella televisione della separazione c'è un elemento diabolico: diavolo deriva dal greco diaballo, che significa separare. Io ricerco invece l'unità. Socrate, con la maieutica, portava vari soggetti a un'unità. Lo scontro di per sé non arriva mai a una finalità, perché non la vuole: deve rappresentare solo se stesso.
Nella pratica quotidiana, cos’hai fatto in questi quindici anni?
Ho ricevuto moltissimo e dato probabilmente in minima parte. Tutto questo si traduce in attività legate a dei rapporti che vanno vissuti, e che hanno portato molti cambiamenti. Credo di aver traslocato 17 o 18 volte, in continuazione. Con tutta una serie di implicazioni, vissute in modo assolutamente piacevole e gioioso, perché arrivava costantemente linfa nuova. Se prendo tutto quello che hai citato, televisione, spettacolo, scrittura, rispetto a quello che è arrivato dopo è infinitesimale. Rispetto i contributi altrui, ma quello che è venuto dopo è di una tale portata da rendere evanescente ciò che prima, in molti casi, era flatus vocis.
Riguarda anche la meditazione?
No, è una consapevolezza. La consapevolezza che ti porta a svolgere attività, a conoscere persone, ad avere relazioni. Una vita ricchissima. A un certo punto ho anche messo da parte tutto ciò che riconducevo alla tv. Ho amato e amo strenuamente Cesare Cadeo, un soggetto di una delicatezza, di una sensibilità uniche. La sera, dopo altre trasmissioni, andavo nel suo piccolo programma per il piacere di assistere a quell'amore. Una volta mi chiamò e io non risposi, proprio perché lo riconducevo all'ambito televisivo. Poi mi venne naturale richiamarlo, ed erano, purtroppo, pochi giorni prima che lui trapassasse.
Fatico sempre a immaginarmi il tuo quotidiano.
Non credo per niente alle scansioni temporali, un luogo vale l'altro. Non ho mai avuto l'interesse dei viaggiatori, non dico appassionati, perché c'è il patire, che dice una cosa diversa. Ho fatto un corso di meditazione trascendentale quando ancora studiavo, poi non l'ho più praticata. Prego, ma non con le preghiere tradizionali: sono preghiere rivelate, non omologate. La conversazione è aperta. Ottieni risposte senza chiederle, trovi di fronte a te dei fatti che ti producono benessere senza che tu l'abbia mai richiesto, e uno chiama l'altro. È la parabola dei talenti: se non li fai fruttare, si disperdono. E io l'ho accolto proprio mentre leggevo quintali di filosofia e parlavo venti ore al giorno. Credo che parlassi anche mentre apparentemente riposavo.
Quando chiesero con insistenza a Carmelo Bene, durante il Maurizio Costanzo Show, quale fosse la sua quotidianità, dopo aver detto che ne era privo, rispose sarcasticamente: “Non mangio l'insalata come Maramao, sono morto per quello”.
La battuta di Carmelo Bene, al di là della blasfemia della sua autobiografia, è riconducibile a un'esistenza del tempo che è già nella fisica quantistica. Negli esperimenti mettono le persone in un contesto in cui non possono identificare gli orari e invecchiano più lentamente. Questi quindici anni per me sono stati un non tempo. Il tempo è misurato da chi si misura in un ambito teatrale. Shakespeare ci ricorda che la nostra piccola vita è circondata da un sogno. Penso a uno scrittore come Pier Vittorio Tondelli, un po' emarginato, che descriveva la realtà come lo stato delle cose esistenti in quel momento. Quindici, dieci, un anno: zero. Carmelo Bene l'ho letto in modo totale negli anni del liceo, poi l'ho abbandonato perché sentivo un carico di mente. In una situazione che sembra molto più elementare, più cruda, come Charles Bukowski, hai la sensazione di qualcosa di vivo, di vero. La cerebralità la puoi apprezzare come un calembour. Ma una verità invece la vivi, ed è per sempre.
Gli anni di critica sui giornali e di televisione ti hanno dato una sicurezza economica?
In determinati appuntamenti viene ben pagata, quindi puoi agevolartene. Non arricchendoti. L'arricchimento fine a se stesso non l'ho mai avuto, altrimenti avrei fatto l'avvocato. Chi immagina di fare lo scrittore in un Paese come questo, a 16 o 17 anni, difficilmente punta all'arricchimento, soprattutto se non pratica determinati generi. Io non li avrei mai praticati. Considero la trama assolutamente inutile in un libro: deve emergere la forma che spinge fuori la sostanza. I più grandi libri, come la Recherche di Marcel Proust o La montagna incantata di Thomas Mann, non hanno una trama. C'è soltanto un pretesto.
Quindi, prima o poi, dobbiamo aspettarci da te un'opera?
Sicuramente, indipendentemente da ogni modalità che non conosco. Perché non la cerco, naturalmente. Quando tu hai un filo che trai da una coperta, che si chiami sport, politica, arte o televisione, se lo tiri in un certo modo ne ricavi tutta la coperta. Non conta da dove parti, ma conta tracciare un percorso che sia un percorso di verità. La verità in sanscrito significa fatto. Se non rincorri il fatto, diventa flatus vocis, come diceva il filosofo Roscellino.

Dei tuoi anni televisivi c’è qualcuno che ricordi con affetto?
Frequentandoli spesso diventi, non dico sodale, ma la frequentazione induce. Non sono autorizzato a fare nomi, ma successe che due conduttrici che andavano per la maggiore mi telefonassero, solo che dando soddisfazione all'una, mi bruciavo l'altra. Non solo professionalmente, ma proprio l'amicizia. Ero stato nell'appartamento di una, avevamo discusso, poi avevo sentito l'altra e partecipato a una sua trasmissione, e la prima si era offesa. Eravamo in una fase di travaglio, almeno così l'ho considerata. Forse errai io.
E nel mondo culturale?
Ho avuto un'amicizia intensissima con una scrittrice. Quando ero a Roma o lei veniva a Milano, girava con un registratorino perché diceva che le mie opere erano verbali, e per conservarle le registrava. Le ho confessato: guarda che io non so come la penso, mi lascio parlare e poi dico, quindi adesso lo so. Mi guardò e mi disse: non ho mai dubitato che fosse così. Quando hai questo tipo di esposizione, anche chi ti viene paragonato resta imparagonabile, se è fedele a se stesso. Una sinfonia la puoi sentire più tua di un'altra, ma resta unica.
Se ti chiedessero oggi di tornare a lavorare come critico televisivo?
Non giudicherò più niente.
Non guardi più la tv?
Capita, ma ormai, dalla mattina alla sera c'è la riproposizione sempre degli stessi temi con le modalità che abbiamo descritto. Mi può interessare qualunque cosa, dalla politica allo sport ai dibattiti sociali, ma non l'ho mai guardata per qualcuno. Gianfranco Funari invece sì: se stavi da lui sei ore, stavi sei ore davanti a un enorme schermo in cui cambiava continuamente canale. Mi telefonò una volta, di notte, dalla clinica, nella fase più delicata della sua malattia. Aveva un filo di voce, faticava a esprimersi, e delle sue condizioni di salute non mi disse nulla, se non perché glielo chiesi io. Voleva invece sapere tutto della giornata televisiva. Aveva il televisore anche in auto, per non privarsi mai di quella visione.
Non c'è nessuno che attualmente ti colpisce più di altri?
Per me è fondamentale l'esposizione, quella che oggi in alcuni casi è più curata: il sorriso della voce. Quello induce a un ascolto più gradito. Ma non darei giudizi, perché il giudizio è una separazione che per me non ha più motivo di essere. Se guardi i titoli dei programmi che vanno per la maggiore, in qualunque ambito si sviluppi un'attività, il ballo, la danza, lo sport, la ristorazione, c'è sempre una giuria. E la giuria ripropone la formula del processo. Non è un'ordalia, è un giudizio miseramente umano che traduciamo in un dentro o fuori. Non sarebbe banale, pur essendolo: sarebbe trito, che è peggio.
Quali erano i tuoi programmi preferiti in passato?
Quando Arbore faceva Speciale per voi, il pubblico era diffuso, i ragazzi presenti erano sparsi, ed emergeva qualcosa da quella situazione. Oggi si pensa che sia più noioso. È il contrario, perché si arricchisce di contrasti. Il problema è che hai tesi e antitesi, ma la sintesi è ripudiata. Mi ricordo una signora che si occupa di musica: le esposi una tesi, lei mi guardò e alla fine disse "mi hai convinto". Che è rarissimo. Prova a mettere un tema che oggi si discute a sedili contrapposti in uno Speciale per voi, o ancora meglio in un ambito circolare, dove il conduttore si limita a far veicolare i suoni: ogni battuta è un arricchimento. E in televisione è fondamentale la non prevedibilità. Se hai due schieramenti, sai già che la Juventus giocherà per fare gol nella porta dell'Inter e l'Inter in quella della Juve.
Sgarbi, da Costanzo, disse che Mike Bongiorno e Pippo Baudo, come simboli dei personaggi televisivi, erano più vivi nelle telepromozioni che nelle trasmissioni.
In generale è così. Gianfranco Funari viveva la promozione dei prodotti. Quando feci quel programma mi chiesero: da giornalista sai che c'è il problema di promuovere i prodotti? Io risposi: farei solo promozioni. Ma alla Funari: lui non leggeva quello che gli avevano detto sulla bottiglia, la provava, la viveva e raccontava il suo vissuto. Anche Mike Bongiorno lo viveva. Io lo conobbi un paio di sere prima che partisse per Montecarlo, dove poi morì. Cesare Cadeo mi disse: c'è una festa di compleanno, vuoi venire? Arrivai lì e c'era Mike. Nella sua capacità di vivere il prodotto c'era quello che Funari, “edicolante”, come amava definirsi, rese popolare, fino a farti sentire il sapore della mortadella prima di assaporarla.
Lasciamo definitivamente la tv. Qual è il tuo pantheon culturale?
Non ce l'ho, perché uno esclude gli altri. Nel cinema, dopo aver visto di tutto, anche di estremamente pesante, la leggerezza di certi maestri italiani mi ha sempre illanguidito. Il neorealismo è una base da cui nasce moltissimo anche del cinema americano. Durante l'università feci un provino per un film tv di Dino Risi, quello che doveva segnare l'esordio di Monica Bellucci da fotomodella, e mi avvicinai all'ambiente della commedia all'italiana. Vittorio Gassman era meraviglioso. E ho avuto una conversazione divertentissima, purtroppo solo telefonica, con Alberto Sordi: lo volevo incontrare, ma stava male. Sentì il mio cognome e lo ripeté a suo modo, con quella risata: era come trovarmelo sullo schermo, solo che al posto della battuta c'era il mio cognome. Gli dissi: guardi, io sono già in ginocchio.
In letteratura?
Ne ho avuti tantissimi. Tondelli, l'ho citato. In filosofia mi ha divertito Manlio Sgalambro quando dice che la verità è il mondo senza l'uomo. E poi le coincidenze che svelano l'armonia dell'universo di Schopenhauer, il velo di Maya. A me non interessa quello che penso: io parlo per liberarmi del pensiero, lo dissolvo. Quella battuta sul sublimare la merda che hai citato: io quella sostanza organica la intravedo nel pensiero, e la parola mi serve per dissolverla e portarmi a ciò che sento come verità. Attenzione, perché l'esposizione è fondamentale. Il poeta romantico scomparso giovanissimo, Keats, nell'Ode su un'urna greca dice: bellezza è verità, verità bellezza. La bellezza che sorge naturalmente dice la verità.
E in musica?
In famiglia c'era attenzione per moltissima musica leggera. Essendo appassionato della musicalità della parola, dei testi, il cantautore è sempre stato estremamente appagante, fino alla summa assoluta, che per me è Franco Battiato. Aveva grandissime capacità, divertimento assoluto, e poi arrivava alla consapevolezza. Ma ci sono stati casi clamorosi che ho apprezzato moltissimo. Per esempio, in modo trascendente, il modo in cui Mango ha deciso di lasciare il corpo, cantando la sua canzone preferita, Oro, è strepitoso.
Viviamo un’epoca turbolenta, tra guerre, crisi di valori ed economiche. Questo tuo sguardo ti rivela qualcosa che chi è immerso nella quotidianità non coglie?
La comprensione logica è comunque fittizia, posso avere spiegazioni meravigliose che poi decadono. Nel momento in cui ti affidi al Padre, tutto questo è un teatro. Jerome Seymour Bruner, per esempio, parla della rappresentazione di sé e degli altri. In quel teatro può succedere di tutto: momenti cruenti, di esasperazione, altri più lieti e delicati. Li guardo con il dovuto distacco, perché vivo in un contesto che mi ha presentato ben altro. Ma la consapevolezza non è uscire dal teatro, è sapere di esserci dentro. E lì puoi viverlo nel modo migliore, sviluppare rapporti e far fruttare i talenti che hai ricevuto. Non dirò mai di no. Se io e te adesso dobbiamo andare in pubblico a tenere un dibattito, conversare con altri di ciò che è sostanza e non ostentazione di parole, partiamo. Io sono il primo, e ci metto il mio.