Michele Guardì: “Dicono che sono uno dei potenti in Rai, ma non è vero. I miei fuorionda a Le Iene? Mi hanno fregato”
Michele Guardì, 83 anni, siciliano di Casteltermini, ha firmato oltre mezzo secolo di televisione italiana: Unomattina, Scommettiamo che?, I Fatti Vostri, in onda da 35 anni. E con il carattere fumantino che in molti gli riconoscono non arretra, nemmeno dopo i fuorionda violenti rivelati dalle Iene e la richiesta della Cisl di lasciare per "comportamenti inaccettabili". Anche perché, racconta, da ragazzo lo chiamavano "il pacificatore".
Del varietà svela la regola ("se mi diverto io, sono sicuro che si divertono anche gli altri") e indica in Fiorello l'unico che oggi sa farlo. Boccia la cronaca nera, considera la televisione del dolore "fortunatamente superata" e fissa un limite: se una storia "può far piangere anche solo una mamma, quella cosa non va fatta". Poi ricorda Fabrizio Frizzi e Alberto Castagna, sorride di Giancarlo Magalli, che "per una battuta travolgerebbe chiunque", e sulle offerte di altre reti risponde da gentiluomo: una bella donna non va in giro a raccontare le proposte che respinge. Si dice "paesano" più che provinciale, ancora democristiano e convinto che "se uno invita Meloni non è meloniano". E la pensione? "Non ci penso proprio".
Ha iniziato nel 1969 con la Rai siciliana. Intorno c'erano i figli dei fiori, le contestazioni studentesche e le lotte operaie. Hanno segnato i suoi esordi?
Io sono sempre stato dalla parte di quelli tranquilli. Mi occupavo di fare spettacolo, quindi non entravo mai in nessuna vicenda di contestazione.
Non si è mai sentito coinvolto?
No, ma perché io ho sempre fatto spettacolo, fin da piccolino. Quindi non avevo altri interessi e guardavo in una direzione soltanto.
Nel 1977 arriva alla Rai nazionale con Secondo voi di Pippo Baudo. Erano gli anni di piombo. Neanche in quel periodo ha avvertito delle influenze?
Mai, mai e poi mai. Io facevo i miei bei programmi tranquillamente, il resto non mi interessava. Non ho mai avuto nulla di cui lamentarmi né nulla da contestare. Anche nella vita privata sono una persona pacifica. Da ragazzi mi chiamavano “il pacificatore”. Se gli amici litigavano intervenivo io, me li portavo a pranzo o a cena, e facevano pace.
Negli anni Ottanta arriva il grande successo con il varietà e con Antonello Falqui. In qualche modo ha accompagnato la spensieratezza del Paese in quegli anni.
Ricordo con nostalgia i pomeriggi passati a casa di Antonello a preparare i nostri programmi.
Oggi il varietà è sempre più raro. Quali sono gli ingredienti fondamentali?
Non avere sguardi né indietro né avanti a quello che può essere politico. Bisogna pensare a divertirsi personalmente e se mi diverto io, sono sicuro che si divertono anche gli altri.
Perché negli ultimi anni il varietà è scomparso o finito in seconda e terza serata?
Il varietà alla vecchia maniera, con la grande orchestra, i grandi attori, i grandi comici, costava tanto. E oggi quelle somme non ci sono più. Pensi che io mi ero messo in testa di far arrivare Jerry Lewis dall'America e l'ho fatto arrivare. Costava, però era Jerry Lewis.
Se oggi si investisse nel varietà, l'investimento potrebbe ancora fruttare?
Sì, perché se dai 100, ne torna sempre almeno 100. Non c'è dubbio!
L'unico che sembra riportare il varietà in tv è Fiorello.
Perché lui è simpatico, intelligente e capisce il vento che tira.
È rimasto il migliore su piazza?
Sì, penso proprio di sì. Quel tipo di varietà lo sa fare solo lui, è rimasto l’unico.
La televisione oggi è divisa tra reality e cronaca nera. A lei piace?
A me la cronaca nera non piace. Pensi che a Unomattina in famiglia ho una rubrica che si chiama Le buone notizie: rispetto a tutta la giornata della trasmissione, è quella che fa tre punti in più. La gente vuole sapere belle cose, non ne può più di morti ammazzati e di guerra in Ucraina. Per carità, è giusto informare, ma basta con le esagerazioni.
Eppure chi lavora in tv è convinto che le cattive notizie portino più ascolti.
Lo scoop, per i giornalisti, è uno scoop. Quindi è giusto che lo facciano e che se ne parli. Ma per le persone che stanno a casa sentire le buone notizie è sicuramente meglio che sentire che hanno sgozzato 40 persone in un sottoscala.
Ha inventato molte trasmissioni di successo. Qual è la sua ricetta?
Due regole. Prima: il rispetto del pubblico. Seconda: se una storia interessa e incuriosisce un milione di persone, ma fa piangere anche solo una mamma, quella cosa non va fatta.
Regole in controtendenza con la cosiddetta “televisione del dolore”.
La televisione del dolore è una televisione, credo, fortunatamente superata. Perché, come le dicevo, il pubblico non ne può più di cattive notizie.
Perché la Rai, dove lavora da tantissimi anni, oggi è così in difficoltà negli ascolti?
No, non mi sembra che sia in grande difficoltà. La Rai, come tutte le televisioni, ovviamente risente dei momenti di grande difficoltà che vive il Paese. Ci svegliamo con l'Ucraina e andiamo a dormire con la Palestina: capisce bene che la gente non ne può più.
Nel 1985 ha firmato Domenica In. Oggi con Mara Venier sembra fare un po' fatica.
Mara è veramente brava, glielo dicevo l'altro giorno: "Io ti ammiro, perché anche nei giorni di maggiore difficoltà ti sai barcamenare bene. E hai la classe e l'eleganza per trattare tutto con i guanti di velluto". Anche le storie che purtroppo fanno parte della quotidianità negativa.
C'è un consiglio che le ha dato?
Io dico sempre: non datemi buoni consigli, so sbagliare da me.
Ha inventato Unomattina, ma la cronaca nera è entrata anche lì.
Unomattina apre la mattinata, e se la vita presenta aspetti negativi non ci si può coprire gli occhi con il paraocchi e fare finta che non sia vero, e che tutto vada bene madama la marchesa. È chiaro che il programma che apre la giornata deve vedere che cosa sta succedendo nel mondo. E nel mondo, purtroppo, i guai sono tanti.
Milo Infante, che lei ha tenuto a battesimo con Insieme sul Due, ideato da lei, oggi punta moltissimo sulla cronaca nera.
Non so dare buoni consigli. Ognuno è grande e vaccinato. E fa quello che pensa.
Ha sempre detto di essere rimasto affezionato ai conduttori che ha scelto.
Certo. Con loro ho condiviso anche momenti della vita privata, ci siamo incontrati con le famiglie, ci siamo frequentati fuori dalle trasmissioni. Il mio percorso non è soltanto di lavoro tecnico, ma è di incontro umano. Altrimenti non lo faccio. Se con una persona non ho rapporti umani, non ci lavoro. E in alcuni casi ho saputo scegliere quelli da non frequentare.
Ha accompagnato i primi passi di Fabrizio Frizzi e di Alberto Castagna. Le mancano?
Moltissimo. Con Fabrizio tutto va ricordato con affetto, perché lui era uno che viveva le storie che raccontava emotivamente, da uomo, non solo da presentatore. Qualche volta l'ho visto proprio con il groppo alla gola. Lui era un uomo che faceva i programmi, non un presentatore che presentava. Con Alberto Castagna, invece, una volta ci siamo fatti venti minuti di risate insieme: dovevamo fare la telepromozione di un minuto e mezzo, alla fine abbiamo cominciato a ridere, lui da dentro e io da fuori, dalla regia. Minuti memorabili, che hanno fatto uno share altissimo, la gente è impazzita. Lui era di una simpatia straordinaria.
Però quando Castagna passò a Mediaset lei non la prese benissimo.
Inizialmente dissi: ma come? Poi ho saputo la cifra e ho pensato: io non gli posso dare nemmeno un decimo di quella cifra, per cui mi sono messo il cuore in pace. Se questo è l’elemento su cui si basa una scelta… anche riempire le tasche è una cosa importante.
A lei non è mai arrivata un'offerta da Mediaset o altre reti che l'ha fatta vacillare?
Guardi, quando me lo chiedono rispondo sempre che una bella donna che riceve delle avances e le respinge è una persona senza classe se va a raccontarle in giro.
Quindi è arrivata ma, per educazione, preferisce non dirlo?
Lo sta deducendo lei.

Ne I Fatti Vostri è diventata famosa anche la sua voce fuori campo, quella del "comitato", quasi come la Gialappa's Band. Chi ha copiato chi?
Nessuno, io mi sono ispirato a quello che sentivo al mio paese, quando mettevano gli altoparlanti fuori dal municipio, così l’ho inserito in televisione. Se c'erano delle feste dicevano: "Il comitato organizzatore". E cercavano gente: "Ho bisogno di quattro ragazzi alla biglietteria, altri tre al campo sportivo, due a fare gli scontrini e uno a fare i biglietti a quelli che entrano". E ho inserito quel modello nella mia tv, me lo sono inventato da solo.
Nella sua televisione è sempre stato importante lo sguardo sulla piazza, sui paesi, sulle persone che vivono la vita di tutti i giorni. La provincia è lo specchio dell’Italia?
Quando mi dicono "tu sei un provinciale" quasi mi offendo, perché in realtà io sono paesano. Che è molto di meno.
Uno dei volti più famosi de I Fatti Vostri, che dura da oltre 35 anni, è Giancarlo Magalli. Un suo pregio e un suo difetto, visto che il vostro rapporto è stato altalenante?
Giancarlo Magalli è una persona che per una battuta travolgerebbe chiunque. Si diverte a farle, e inizialmente per me era un problema, ma poi mi sono detto: se lui è fatto così lasciamolo fare, visto che è anche molto bravo. E mi sono divertito tantissimo con lui.
Nel 2023 però Magalli l'ha accusata di averlo quasi cancellato dalla storia de I Fatti Vostri per non scontentare, a quanto pare, Salvo Sottile.
Magalli dice quello che pensa senza guardarsi attorno. In questo lo apprezzo molto.
Anche quando dice cose critiche su di lei?
Eh certo, è il suo pensiero. Che ci posso fare?
Eppure dicono che lei sia permaloso.
No, non è assolutamente vero.
Massimo Giletti ha raccontato che lei, una volta, l'ha fatto quasi svenire.
Diciamo che ha esagerato nel racconto. Ero talmente stressato nelle mie richieste che, dagli e ridagli, alla fine mi disse: "Michele, guarda che mi sto sentendo male". Ma era per lavorare al meglio, per fare bene la trasmissione. E un po’ l'ho fatto anche per divertimento.
C'è un po' di sadismo nel ruolo di regista?
No, sadismo no. Il dovere legato al lavoro.
Un po’ estremo, non crede?
Guardi, è quello che chiedo a me stesso. Se devo fare una cosa, fossi anche stanco da schiattare, la faccio fino alla fine. Quindi non vedo perché non debbano farlo tutti.
Tiberio Timperi ha detto che lei schiaccia chi non ha personalità. E ha risposto che raramente ha lavorato con persone senza personalità.
Io sono questo, prendere o lasciare. Chi mi vuole bene, chi non mi vuole deve sapere che sono fatto così. Anche perché so che poi non esagero davvero. Questa è la verità.

Nel novembre 2025 la Fistel Cisl le ha chiesto di lasciare I Fatti Vostri, denunciando suoi comportamenti aggressivi.
No, non era un sindacato, era una persona sola che usava quella sigla sindacale. Poi si è capito che potevano stare tutti calmi, perché non c’era niente di concreto. Sì, forse avrò un po' esagerato, però che vuole che sia.
Quando dice "avrò un po’ esagerato" si riferisce alle parole o ai modi?
Magari sarò stato un pochino sgarbato. Però non è che per un gesto o per un atteggiamento si possa crocifiggere una persona.
Quando Le Iene hanno trasmesso suoi fuorionda piuttosto violenti alla fine lei si è scusato. Ma l’uscita di quelle registrazioni l’ha considerata un colpo basso?
Non mi sono indispettito. In realtà, chi è che dietro le scene non ha detto qualcosa di sgradevole? Parlo di politici, di artisti, di gente dello spettacolo, di chiunque lavora ogni giorno. A me mi hanno beccato e mi hanno fregato. Pazienza…
Anche la critica televisiva spesso non l'ha trattata bene. Ha raccontato di aver incontrato Beniamino Placido, che la criticava, e di averlo sfidato su Kant.
È vero, perché lui mi dava dell'ignorante. Placido abitava vicino a casa mia, un giorno l’ho visto passare e gli ho detto: "Buongiorno, mi permette? Vorrei parlarle di Kant, oppure preferisce di Dante Alighieri?". Ci siamo messi a discutere di cose importanti e alla fine ha capito che proprio una bestia ignorante non ero. Da lì in poi ha smesso di scriverlo.
Con Aldo Grasso, che ancora oggi critica le sue trasmissioni, non ha funzionato.
Vede, il critico fa il proprio mestiere, poi sta al pubblico valutare se lo fa con astio, con una presa di posizione preconcetta o meno. Lui era partito, diciamo, in contropiede. Poi, però, abbiamo avuto un dialogo sereno e in fondo non ho avuto di che lamentarmi. Aldo Grasso fa il mestiere del critico, perché non deve farlo? In generale io sono molto accomodante.
C'è un critico che apprezza più di altri?
Non leggo nessuno e non ho niente da dire su quello che fanno. Ognuno fa il suo lavoro.
Sullo stile dei suoi programmi ha detto che non bisogna mai far sentire il telespettatore meno colto della trasmissione. È ancora di quest'idea?
Sempre, se ti poni di fronte al telespettatore come quello che dice "io la so lunga", il telespettatore si sente estraneo e sminuito, no? A parte che non è mai vero che, noi che facciamo la televisione, la sappiamo più lunga del telespettatore.
Non si rischia di inseguire il pubblico al ribasso?
Io non voglio apparire colto. Voglio apparire informato, che è un'altra cosa.
Una questione di misura?
Esatto, di misura.
È stato anche uno dei primi a portare i politici nella televisione popolare, come per esempio Giulio Andreotti.
Sì, perché anche il grande politico è grande nel suo settore, ma nella vita privata è un uomo normale, come tutti gli altri. Ho chiesto ad Andreotti: "Presidente, verrebbe a parlare della sua vita privata?". E lui: "Perché no? Volentieri". Quando è venuto Al Paradise (nel 1983 su Rai 1, ndr), Oreste Lionello gli faceva domande non adeguate, così a un certo punto Andreotti si è fermato e gli ha detto: "Mi si faccia domande chiare e io do risposte chiare".
Se oggi invitasse Giorgia Meloni la accuserebbero come “meloniano”.
Ma per carità… Non ci ho pensato e al momento non invito politici nei miei programmi, perché faccio un altro tipo di programma. Ma se uno invita Meloni non è meloniano e se invita Schlein non è schleiniano. Invita il politico per quello che è come persona, sapendo che cosa può dire e che cosa può fare, senza limitargli il diritto alla libertà di pensiero.
Oggi si parla di TeleMeloni in Rai, ma lei che lavora in Rai da sessant’anni, ha vissuto a ogni cambio di governo anche il cambio di etichette?
È quello che la gente da fuori ama dire. Ma non bisogna dimenticare che la tv è lo specchio della vita reale: quella è la vita e quelli sono i personaggi che abbiamo a disposizione.
Le ingerenze politiche l’hanno mai limitata?
No, non ho mai avuto problemi con il mondo politico, perché l'ho frequentato in maniera solo ed esclusivamente professionale, da persona che fa il varietà. E non ho mai avuto problemi.
Non ha pensato neanche per un momento di lasciare la Rai?
Ma perché? Ci sto così bene.
Ha attraversato diciannove direttori, un record. Oggi grandi professionisti dopo una o due stagioni rischiano di bruciarsi. Come si resiste così a lungo nella tv pubblica?
Mi hanno tutti riconosciuto una grande autorità professionale, per cui non sono mai intervenuti per darmi delle limitazioni. E quindi mi sono trovato bene con tutti.
In un'intervista storica con Claudio Sabelli Fioretti, veniva descritto come uno degli uomini più potenti della Rai. Era davvero così potente o uno dei più bravi?
Sa che cos'è? Quando fai programmi di successo, la gente si chiede: ma questo come fa a fare programmi del genere? Chissà com'è potente, chissà che mezzi ha a disposizione, chissà chi lo sostiene alle spalle. Ma io semplicemente faccio bene il mio lavoro.
Che cos’è per lei il potere?
Il potere, per me, attiene alla mia libertà di azione. Io sto lì, faccio il mio lavoro, devo dire che non mi è mai stato chiesto nulla, nessuno mi ha mai detto di non fare questo o quello. Oppure, ancora peggio: fai questa cosa perché serve a noi. Perché mi hanno riconosciuto un'autorità di pensiero che ho sempre dimostrato e che non è mai stata intaccata.

Oggi sono considerati potenti in tv Bruno Vespa, Antonio Ricci, Maria De Filippi, Davide Parenti. C'è qualcuno che apprezza in particolare?
Li ammiro tutti, abbiamo rapporti di normale cordialità perché fanno bene il loro lavoro. Sinceramente, quando mi metto lì e mi guardo Porta a Porta dico: che bella televisione.
È un fan di Bruno Vespa.
Sì, anche perché Bruno è equilibrato, rispetta le opinioni di tutti: destra, sinistra, centro. Le persone che rispettano il pensiero altrui sono persone che io amo particolarmente.
In questa intervista dimostra di essere uno degli ultimi veri democristiani.
Democristiano è una nota del pensiero. Democristiani eravamo e siamo, perché poi ci siamo rimasti, equidistanti. Me la ricordo la Democrazia Cristiana nel mio paese. C'era l'avvocato Pellitteri, un sindaco rispettoso di tutti. Quando i comunisti facevano gli scioperi, l'avvocato se ne stava dietro la sua scrivania, in silenzio e con educazione, diceva: "È bene che facciano un po’ di bordello, perché la vita quotidiana comprende anche la ribellione".
Viste le sue origini siciliane anche un po’ gattopardiano.
No, io sono per il cambiamento. Mi piace che il mondo si evolva e che le cose, specialmente per i giovani, vadano avanti. Che tutto resti com'è non lo condivido.
Si pente di qualcosa?
No, non ho nulla da rimproverarmi. Perché prima di fare qualcosa io l’ho sempre pensata.
Non sbaglia mai?
Come tutti, per carità, sbaglio. Ma cerco di essere equilibrato. Altrimenti non sarei in una regia televisiva, ma su un altare.
C'è un suo programma di cui è particolarmente fiero?
Sicuramente I Fatti Vostri. E la prego di scriverlo: lo devo molto a Giovanna Flora, coautrice con me del programma, che gli dedica la sua vita forse più di quanto faccia io.
E un conduttore che l'ha rappresentata meglio di altri?
No, tutti. Ognuno era giusto per il programma che facevo.
Negli ultimi anni si è dedicato anche alla narrativa, da Fimminedda a Il polentone e La ciantona, fino ai racconti ambientati a Castroianni. Che giudizio si dà come scrittore?
Ho iniziato ricordando mio nonno Michelangelo, che era un raccontatore di storie. Parlo degli anni Trenta e Quaranta: la sera riuniva tutti i parenti e i vicini nel cortile della nostra bella casa di paese e raccontava, inventava storie. Io ho ereditato da lui il piacere del racconto. Per questo amo scrivere. E mentre scrivo è come se avessi dentro qualcosa che c'era già e lo lascio sulla carta. Le devo dire, con poca modestia, che mi piace il mio modo di scrivere.
L’autostima non le manca.
È così evidente?
Nessun rimpianto neanche nella vita?
No, non ho rimpianti. Le cose che volevo fare le ho fatte tutte, quelle che non sapevo fare non le ho fatte. E tutto è andato secondo quello che volevo.
E non mi sembra neanche pronto alla pensione.
Quando mi dicono "pensa alla pensione", penso sempre di andare in un grande albergo. La pensione come abitazione, ha capito? Ma alla pensione dal lavoro non ci penso proprio.