Stefano De Martino: “Il mio Festival populista? No, sarà un Sanremo popolare!”

Immagine
Stefano De Martino a Rumore, il festival di Fanpage.it, parla di Sanremo 2027: il sì arrivato dopo la morte del padre, la serata performance con un possibile secondo vincitore e una tv che non vuole fare a 50 anni.

Un anno fa, sullo stesso palco, Stefano De Martino diceva che alla conduzione di Sanremo non ci pensava. Sabato 10 ottobre è tornato all’Acquario Romano per la seconda edizione di Rumore, il festival di Fanpage.it, da conduttore e direttore artistico designato. Il panel si intitolava “Faccio Sanremo, sì, ma niente di serio” e Andrea Parrella gli ha ricordato subito quella frase. Lui non ha cercato scuse: “Io amo contraddirmi. La contraddizione è la più grande forma di espressione, è la cosa più bella che si possa fare”.

Perché ha detto sì: l’azienda compatta e la morte del padre

De Martino ha ricostruito il percorso che lo ha portato ad accettare. “Il Festival di Sanremo non è un traguardo, ma è lo sviluppo di una carriera. Prima pensavo potesse essere un traguardo. Sanremo non era nei miei radar. Quando si è presentata l’occasione ho pensato che poteva essere l’occasione giusta. Una variazione sul tema. Sanremo è difficile da organizzare, ma semplice nella struttura”. Poi la battuta: “Potrebbe essere l’ultima cosa che faccio, chissà”.

Il passaggio di testimone, racconta, è maturato prima dell’annuncio pubblico. “La condizione migliore per fare qualcosa, ascoltando anche Carlo Conti, è avere l’azienda con un parere unanime. Quando ho capito che tutta la Rai era d’accordo mi sono sentito di dire sì. Quando vedi persone più grandi di te che dicono ‘noi crediamo in te, andiamo’”.

C’è però una ragione che con i palinsesti non ha niente a che fare, e riguarda la scomparsa del padre. “C’è un risvolto personale. Nella mia vita è successo qualcosa che ti fa capire che non sempre abbiamo il tempo di fare una cosa. E allora ho detto sì. Ti guardi intorno e ti dici: ma cosa sto aspettando in realtà? Forse era il timore di non essere all’altezza, ma è un esame che devi dare se vuoi fare questo mestiere”.

“Un’altra soluzione la Rai l’avrebbe trovata”

Sul rapporto di forza tra lui e il Festival, De Martino ribalta la lettura più diffusa. “Ho sentito che poteva essere il momento. Come dicono a Milano è un momento win-win. Credo di essere utile al Festival perché ho incoscienza ma anche un po’ di ore di televisione fatte per provare a fare una cosa fatta bene. Sicuramente serve ancora di più a me il Festival, che il contrario. Un’altra soluzione la Rai l’avrebbe trovata, io difficilmente avrei trovato qualcosa della stessa rilevanza”.

Il lavoro, intanto, procede in parallelo ad Affari Tuoi. Serve una preparazione atletica, dice, “per fare access prime time e Sanremo insieme. Io passo quattro giorni a settimana davanti a delle regioni e nei ritagli di tempo si lavora a Sanremo. Ce la metto tutta, credo di essere abbastanza sul progetto. Tendo difficilmente a delegare”.

La sera è riservata alle canzoni: “Mi dedico alla parte più bella del Festival, che è quella di ascoltare le canzoni prima di voi. Io già piango, ballo, rido su della musica che ho il privilegio di ascoltare in anteprima. Non vedo l’ora che possiate anche voi piangere, ballare e ridere. Almeno lo spero”.

La serata performance e l’ipotesi di due vincitori

La novità regolamentare su cui De Martino si è soffermato di più è la serata performance, che assegna un verdetto autonomo e il pass per l’Eurovision. “Potrebbe accadere che si determineranno due vincitori diversi. È divertente che si esprimano cose diverse nelle due gare. Magari il vincitore della serata performance, che poi andrà a Eurovision, sarà diverso dal vincitore del Festival”.

La scelta, spiega, nasce da una logica di spettacolo: “I pro rispetto allo spettacolo e all’intrattenimento sono troppi di più. Perché la serata cover è sempre così attesa? Perché è diversa. E allora il martedì, il mercoledì, il giovedì vedo già le cover e il venerdì vedo un’altra performance ancora”.

“Sanremo populista? No, popolare”

Parrella gli ha chiesto se il peso dato al pubblico non renda il suo un Festival populista. De Martino ha respinto l’etichetta: “No. Popolare. Noi creiamo una bolla sanremese con un setaccio: la stampa, tv e radio, il pubblico. Fuori da Sanremo questo setaccio non esiste. I termini di successo o insuccesso sono biglietti venduti, milioni di streaming. Quindi ho detto: facciamo che il nostro setaccio esista fino a poco prima della fine. Così noi sapremo raccontare tre pareri diversi. Ma un attimo prima che si lancino fuori, anticipiamo quel risultato”.

L’obiettivo è evitare graduatorie che il mercato smentisce: “Ogni volta vediamo classifiche smentite settimane dopo. Mi sono detto: cerchiamo di dare una classifica che possa essere aderente a quella delle settimane dopo. A volte perché è un diesel, a volte perché il pubblico non ha avuto quel potere”. E ancora: “Dico popolare e non populista perché il nostro lavoro deve essere popolare. Siamo giudicati in termini di ascolti, i cantanti sono giudicati in termini di biglietti e di ascolti”.

La politica sul palco dell’Ariston

Sul tema che ogni anno accompagna il Festival, il conduttore non si sottrae: “Tutto è politica ed è giusto che anche un palco come Sanremo venga giudicato per quello che si dice. Sono fan delle opinioni, non sarà tutto bianco o nero. Se ci sono persone che con il loro modo di fare testimonieranno e metteranno a frutto quel palco per esprimere un’opinione diversa senza movente, io metterò a disposizione quel palco per tutti”.

Il metodo Baudo, passando per Rick Rubin

Il modello dichiarato è uno solo. “Mi ispiro all’esempio massimo che è Pippo Baudo. Era il deus ex machina di Sanremo. Non aveva nessun timore di fare il Sanremo che aveva immaginato quell’anno. Si vedeva dalle scelte. Era bravissimo a fare un Sanremo che segnasse quel tempo. Non voleva accontentare tutti. Baudo era molto popolare e poco populista”.

Il paragone che segue arriva dalla discografia americana: “A distanza di anni io rivedo la stessa filosofia in Rick Rubin. Non devi intercettare il gusto del pubblico, devi fare quello che ti piace e sperare di incontrare il gusto del pubblico. In questo Pippo ha fatto scuola. Metodo Baudo: fai il tuo Sanremo e divertiti”.

“Se volevo una responsabilità facevo il cardiochirurgo”

Da qui discende il titolo del panel. “La difficoltà di fare Sanremo è dribblare le persone che ti dicono che è una cosa decisiva per il mondo. Non voglio sminuire la grandeur del nostro evento, ma non si decide della vita e della morte di nessuno. È una gara di cantanti e alla fine ne vince uno. Che vada affrontato con serietà e professionalità, però voglio dire, se volevo una responsabilità facevo il cardiochirurgo”.

Il che non gli impedisce di riconoscere il valore del rito: “Siamo un paese che per cinque sere si ferma per ascoltare le canzoni. Questo parla benissimo della cultura italiana. In un’epoca come questa è una cosa meravigliosa”.

Il rischio saturazione e una tv che non farà a 50 anni

L’ultima parte dell’incontro ha riguardato la sua esposizione quotidiana. “Me lo pongo il problema di essere tutti i giorni in tv. La presenza così assidua in tv non è mai stata una mia ambizione. Fare l’access significa stipulare un patto di fiducia con il pubblico. Quando sei tutti i giorni davanti alla telecamera, la gente ha una percezione di quello che sei. Questa familiarità diventa lo zoccolo duro su cui fare nuovi progetti. Le persone ti conoscono, conoscono il tuo sguardo sulle cose. Però non credo di volerlo fare ancora per tanti anni”.

De Martino confessa di preferire il progetto alla messa in onda: “Di questo mestiere mi piace la fase in cui si immaginano le cose, rispetto a quella in cui accadono. Posto che l’uno senza l’altro non ha senso. Ma in percentuale è 70-30. Immaginare cosa posso fare al Festival sarà più bello che vederlo realizzato. Uguale per la tv”.

Rivela anche un rifiuto precedente al gioco dei pacchi: “Prima di Affari Tuoi ho detto no a un altro programma quotidiano, non mi vedevo in quella cosa. E se io non mi rivedo, non faccio quella cosa. Il fallimento è dato da un errore di valutazione. Ben venga il fallimento, può succedere”.

E fissa un orizzonte: “Non mi immagino a 50 anni di condurre in televisione. La cosa che più mi affascina è poter dire ‘da oggi io divento quest’altra cosa’ e poi riuscirci. Che è l’esercizio che dovremmo fare tutti. Esprimere tante cose nella vita è il più grande successo che possiamo raggiungere”.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views