Fanpage Rumore Festival 2026

“A Gaza il trauma continua, restiamo vicini ai palestinesi”: Rizzi e Bucciarelli al Rumore Festival

A cura di Giulia Renda
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Damiano Rizzi, psicologo impegnato nella cura dei traumi della popolazione palestinese, e Fabio Bucciarelli, fotoreporter che da anni documenta i conflitti sul campo, si confrontano insieme a Valerio Nicolosi sulla devastazione che la guerra ha portato nella Striscia di Gaza.

Damiano Rizzi e Fabio Bucciarelli sono stati tra gli ospiti del panel “Il mondo in guerra”, condotto da Valerio Nicolosi, autore del podcast quotidiano Scanner, durante la prima giornata di Rumore, il festival di Fanpage.it. Lo psicologo e il fotoreporter hanno affrontato temi legati ai conflitti internazionali, partendo dalle proprie esperienze sul campo e da ciò che hanno visto e vissuto in prima persona.

Rizzi: "A Gaza, il trauma non ha un dopo, ma è un continuo"

Rizzi ha spiegato cosa significhi occuparsi della salute mentale in un contesto come Gaza. Partendo dal lavoro che Soleterre porta avanti sul campo, anche all'interno dell'ospedale Nasser, ha raccontato una condizione in cui il trauma non ha il tempo di diventare passato, perché la violenza continua a far parte della vita quotidiana delle persone. "Noi psicologi abbiamo una parola che si chiama disturbo post-traumatico. Significa che curiamo il trauma dopo che è successo un evento traumatico. Ma nelle aree di guerra non c'è un post. La mente non si può riorganizzare dopo un evento traumatico, ma si deve necessariamente, costantemente, quotidianamente organizzare su un trauma continuativo del presente".

È da questa riflessione che Rizzi arriva a proporre un modo diverso di raccontare ciò che accade alle persone che vivono in questi contesti: "Dovremmo coniare un termine, dovremmo parlare di sindrome palestinese oppure ancor di più parlare di sindrome di Gaza o sindrome della Cisgiordania". L'idea è quella di provare a dare un nome a una sofferenza che non si esaurisce in un singolo evento traumatico, ma che si alimenta ogni giorno, senza lasciare alle persone il tempo e le condizioni per elaborare quello che stanno vivendo.

Rizzi ha spiegato che tutto ciò è ancora più forte e pesante quando si tratta di bambini, costretti a crescere in un ambiente in cui ogni rumore può riattivare la paura e in cui non esiste una vera sensazione di sicurezza."Alcuni regrediscono, perdendo capacità che avevano già acquisito, altri arrivano a desiderare la morte, dopo aver perso quasi tutto". Durante il suo racconto, ha ricordato anche Musa, un bambino di undici anni gravemente ferito mentre cercava di procurarsi del cibo, per il quale il sostegno psicologico significa anche accompagnarlo nella riabilitazione e provare a restituirgli una prospettiva di vita.

Ma chi cura un trauma quando la causa di quel trauma non smette di esistere? Per Rizzi, la risposta non può essere cercata soltanto negli ospedali o nel lavoro degli psicologi. La cura passa anche da ciò che accade fuori. "Il trauma peggiora se il paziente resta solo, peggiora nella solitudine", ha detto, e ha aggiunto "Il trauma è curato non soltanto dallo psicologo che sta dentro l'ospedale, ma anche le persone in piazza possono curare il trauma perché fanno sentire considerati e degni di vita persone che non hanno più nemmeno da mangiare. È la comunità, quindi, a poter diventare parte della cura".

Nel dialogo con Nicolosi, Rizzi ha poi collegato la guarigione al tema della giustizia. "Per chi ha subito un abuso, sapere che l'abusante non paga per queste conseguenze è una continua e ripetuta ritraumatizzazione", ha spiegato. Per questo, secondo Rizzi, la giustizia non riguarda soltanto la politica o il diritto internazionale, ma anche la possibilità stessa di curare le persone: riconoscere ciò che è accaduto e le responsabilità di chi lo ha provocato significa restituire un senso di verità a chi ha subito la violenza.

Il sumud palestinese, le radici di un ulivo

Rizzi ha poi restituito un immagine al pubblico, quella dell'albero d'ulivo, della resilienza, del Sumud. Per descrivere la capacità del popolo palestinese di resistere e restare legato alla propria terra: "All'ulivo più gli togli l'acqua e più affonda le radici nella terra per cercare acqua". Tutto ciò racconta la forza di un popolo a cui viene tolto tutto, ma che continua a sentirsi parte della propria terra.

Rizzi ha infine espresso il desiderio di andare oltre il conteggio delle vittime: "Sono stanco di stare a raccontare e a contare il numero di persone morte, ferite e uccise e vorrei dare le mie energie per cercare di capire come fare ad aprire Gaza. Perché il rifiuto della guerra deve essere il punto di partenza per costruire una società diversa".

Bucciarelli: "La variabile per fare giornalismo è il tempo"

Sul palco subito dopo Rizzi, Nicolosi ha parlato con Fabio Bucciarelli, fotoreporter e scrittore, del lavoro dei giornalisti in Palestina e di come sia cambiato dopo il 7 ottobre. "A Gaza i giornalisti internazionali non possono entrare liberamente e sono i reporter palestinesi sul campo a continuare a raccontare ciò che accade, spesso a rischio della propria vita", ha affermato Bucciarelli.

Ci si è interrogati su quanto fosse cambiato il modo di lavorare sul campo e quali fossero oggi le difficoltà per chi vuole documentare quello che succede. Il fotoreporter ha spiegato che, per ottenere l'accreditamento necessario a lavorare in Israele e documentare la Cisgiordania, è richiesto il GPO, un documento rilasciato dal governo israeliano. Secondo Bucciarelli, si sta cercando di favorire l'ingresso dei giornalisti assunti direttamente dalle testate, rendendo più difficile quello dei collaboratori esterni. Una limitazione che incide anche sulla possibilità di raccontare ciò che accade sul campo.

Ma le difficoltà non riguardano soltanto l'accesso ai territori. Bucciarelli ha parlato anche delle condizioni in cui oggi si fa informazione. "La variabile per fare giornalismo è il tempo, ci vuole tempo per conoscere una cultura, tempo per entrare in empatia, tempo per entrare in contatto e poi tirare fuori la macchina fotografica".

Per questo, secondo Bucciarelli, informarsi non può significare soltanto scorrere i social e fermarsi ai titoli. "Bisogna leggere, conoscere la storia e cercare fonti diverse, uscendo dalla velocità degli algoritmi. Noi dobbiamo sapere le cose giuste e anche poche", ha detto, ricordando che il racconto della Palestina non può cominciare e finire con il 7 ottobre, ma ha bisogno di un contesto storico per essere davvero compreso.

Il suo discorso si è poi concentrato sul ruolo del fotogiornalismo e sulla responsabilità di chi sceglie di raccontare la guerra. "Se tu quel dolore non lo senti, come puoi passarlo alla gente?", si è domandato Bucciarelli, spiegando perché il lavoro sul posto non possa essere sostituito dalla semplice rielaborazione di notizie e immagini realizzate da altri. È da qui che nasce quella che ha definito "La resistenza del giornalismo". Continuare a raccontare, usare le parole giuste, dare contesto alle notizie e costruire una comunità di persone disposte ad ascoltare e informarsi.

Si è chiusa così la prima parte dell’incontro di Scanner, dove Valerio Nicolosi ha unito il racconto di chi lavora ogni giorno accanto a chi subisce la guerra e quello di chi cerca di documentarla.

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