Roberto Saviano racconta chi è Lavitola e gli errori commessi da Ranucci
Chi è Valter Lavitola? E come è possibile che un uomo capace di muoversi tra potere politico, affari e vicende giudiziarie sia riuscito a costruire rapporti tanto stretti da arrivare a essere considerato un amico fraterno? Ma soprattutto: come si tiene insieme la necessità del giornalismo d'inchiesta di frequentare le proprie fonti e il rischio che quelle stesse relazioni finiscano per condizionare il lavoro?
Sono alcuni dei temi affrontati da Roberto Saviano nell’intervista con Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it, in occasione della seconda giornata del Rumore Festival.
L'intervista si apre con il tema più controverso: il rapporto tra Lavitola e Sigfrido Ranucci, ex conduttore di Report. Qui, Saviano ci tiene subito a precisare: "Innanzitutto, è chiaro che Ranucci è una vittima di questa situazione. Non è mai emerso un suo coinvolgimento nell’attentato". Secondo Saviano, Lavitola avrebbe cercato nel rapporto con il giornalista una forma di riabilitazione pubblica: "Da Ranucci voleva ottenere una reputazione che aveva perso. Non una verginità, sarebbe impossibile, ma una reputazione".
Il rapporto con Ranucci e il confine tra giornalismo e relazioni personali
Per lo scrittore c'è una domanda che riassume questa vicenda e la complessità della prospettiva di Ranucci: "Com'è possibile, dopo l'attentato, non entrare in conflitto con la persona che ha commesso quell'attentato? Quando Lavitola confessa di aver messo la bomba, perché Ranucci ci tiene a dire che, anche se fosse il colpevole, di essere sicuro che non avrebbe mai fatto del male alla sua famiglia?". Parole che rendono il legame tra i due ancora più controverso: "Probabilmente ci sono delle ragioni, magari amicali, di manipolazione".
Per comprendere il rapporto tra i due, Saviano analizza il personaggio di Lavitola partendo dalla sua capacità di avvicinarsi ai centri del potere politico ed economico mantenendo un legame con quelli criminali. "È un uomo che è riuscito a sottrarre allo Stato, con una truffa, 24 milioni di euro". A colpire Saviano è la capacità di Lavitola di muoversi tra schieramenti diversi: pur dichiarandosi apertamente berlusconiano, decide di stampare un giornale per il partito di Antonio Di Pietro. Una contraddizione solo apparente: "Il contrasto serve a prendere posizione, ad attirare un po' di fessi che ci credono".
E conclude: "Studiare Lavitola non è affatto studiare un fesso, non è studiare qualcosa di lontano da noi. È studiare noi".
Poi lo scrittore allarga il racconto agli affari di Lavitola in Africa. Affari legati ai crediti di carbonio, che consentono alle aziende di compensare le proprie emissioni finanziando, per esempio, la tutela delle foreste. Lavitola, racconta Saviano, avrebbe cercato di acquisire territori per avviare operazioni legate a questi crediti, ma un imprenditore dello Zimbabwe, Chimutengo, si sarebbe insospettito. E se il denaro arrivato dall’Italia non fosse destinato a investimenti reali, ma a un’operazione di riciclaggio?
È a questo punto che entra in gioco Sigfrido Ranucci. Secondo Saviano, Lavitola si sarebbe rivolto al giornalista chiedendogli di rilasciare un’intervista al quotidiano zimbabwese The Standard: un articolo nel quale Ranucci parlava di un imprenditore locale che avrebbe utilizzato il nome del presidente del Paese per truffare alcuni italiani. Chimutengo, pur non essendo citato direttamente, si sarebbe riconosciuto in quel resoconto. Secondo lui, però, si tratterebbe di un raggiro di Lavitola, che avrebbe raccontato falsità a Ranucci, attribuendo all'imprenditore la responsabilità dei suoi stessi imbrogli.
"Chi fa giornalismo d'inchiesta frequenta merda dalla mattina alla sera, si rotola nella merda. Il problema è che, in quel caso, c'è stata una prossimità sentimentale e umana molto forte". Per lo scrittore, frequentare una fonte è parte del lavoro, ma il rischio nasce quando il rapporto personale finisce per condizionare il giudizio professionale. "Se tu vuoi conoscere, devi stare vicino. Ma una cosa è frequentarlo, un'altra è entrare in un rapporto tale per cui quella persona determina il tuo lavoro. (…) A un certo punto il corto circuito lo ha messo in una posizione difficile".
Un problema che, aggiunge Saviano, non può essere risolto affidandosi a regole astratte, ma richiede una costante consapevolezza da parte di chi fa informazione. "Il confine lo devi tracciare tu, giornalista, perché non sia tu condizionato e non sia tu manipolato. Ed è difficilissimo".
"Il codice etico Rai è puro arbitrio"
"La politica ha usato questa vicenda per liberarsi chiaramente di Ranucci e per pestare Report". Saviano risponde così a Francesco Cancellato, quando il direttore gli chiede quale ruolo abbiano avuto la Rai e i suoi rapporti con la politica in tutta questa vicenda. Lo scrittore parla anche della propria esperienza personale con il servizio pubblico. "Questo codice etico è servito a colpire anche me. A un certo punto mi hanno bloccato per una una trasmissione, Insider, dicendo che avevo violato il codice etico. Ma mi era stato comunicato ufficialmente? Mi avevano dato la possibilità di difendermi? No, non ne ho mai avuto la possibilità".
Saviano non si limita a criticare il modus operandi della Rai, ma insiste direttamente sull rapporto tra il servizio pubblico e il governo. "È importante capire per chi vale il codice etico? Vale solo per i nemici del governo, oggi di destra, domani magari di un governo di sinistra? La Rai è alle dipendenze totali del governo. Questo è l'orrore".
"È il tempo della non reputazione"
Nella parte finale del confronto con Cancellato, Saviano torna su una parola che attraversa tutta la vicenda: reputazione. "È il tempo della non reputazione. Se in sala ci fosse qualcuno che mi dicesse: “Roberto, voglio fare politica”, la prima cosa che gli direi è: “Perdila, la reputazione.Perdila. Di' che sei un evasore, metti un video intimo online, fai in modo tale che la tua reputazione non esista. A quel punto sei inattaccabile"".
E aggiunge: "La reputazione la può perdere solo chi ce l'ha. La diffamazione non è utilizzata per i nemici: è utilizzata per gli amici. (..)Si è tutti pieni zeppi di contraddizioni. Solo che non siamo tutti uguali, pensare questo è un errore". Una cosa, spiega, è commettere un errore politico o avere difficoltà personali; un'altra è corrompere, mentire sistematicamente, allearsi con progetti autoritari o dimostrare incompetenza.
È qui che Saviano individua il limite della ricerca della purezza assoluta: "Se seguiamo la logica del “chi è più puro”, è finita. Il più puro elimina il più puro. È sempre così. C'è sempre qualcuno che si sente più puro di te, c'è sempre qualcuno che dice: “Beh, però…”. La logica della purezza è un errore".
È la conclusione che tiene insieme i diversi piani dell'intervista: le relazioni opache tra potere e informazione, il rapporto tra un giornalista e le proprie fonti, l'uso politico delle regole e la reputazione trasformata in un terreno di scontro. Per Saviano non basta stabilire se una persona sia credibile o meno, né affidarsi a un codice etico applicato senza criteri trasparenti. Occorre distinguere le responsabilità, interrogare i rapporti di potere e comprendere quando una relazione smette di essere uno strumento per conoscere la realtà e diventa un modo per esserne condizionati.
Saviano conclude: "Quando la purezza diventa l'unica misura del giudizio pubblico, il rischio è che a essere eliminato non sia chi ha commesso gli errori più gravi, ma chi ha ancora qualcosa da perdere in termini di reputazione".