Angelo Mellone: “Se Mara lascia Domenica In ho un’idea che cambierebbe tutto. Chi critica la tv non la vede”

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Angelo Mellone, direttore dell’Intrattenimento Day Time Rai, torna a teatro con “Ripetizioni d’amore” e si racconta a Fanpage.it: “Io non volevo fare il direttore, ma serve sensibilità artistica per farlo”. Su Domenica In: “Ho delle ipotesi di un eventuale nuovo programma che cambierebbe completamente tutto”. Sui critici: “Linea Verde fa 3 milioni e non se ne accorge nessuno”.

Il registratore non è ancora acceso e Angelo Mellone sta già parlando di Napoli. Della corriera che prendeva da Taranto, della Napoli Ferrovia di Ermanno Rea, di una città che conosce da quasi 35 anni e dove ha ambientato il suo prossimo romanzo, in uscita ad aprile per Mondadori. Incontriamo il direttore dell’Intrattenimento Day Time Rai nel suo ufficio di Via Teulada, davanti al famoso schermo che trasmette nove canali insieme. L’occasione è “Ripetizioni d’amore”, lo spettacolo che il 5 e 6 novembre torna al Teatro Golden di Roma. Ma la conversazione va inevitabilmente oltre, e presto diventa una replica.

Ai “critici col monocolo”, che secondo lui “hanno capito poco e devono criticare a prescindere”. A chi la tv la giudica senza guardarla: “La maggior parte della gente che critica la televisione evidentemente non la vede”. A chi legge ogni scelta con la lente ideologica: “Quello che non ti sta bene, lo tagli dalla fotografia”.

Rivendica gli ascolti uno per uno: Linea Verde che fa 3 milioni di spettatori “e non se ne accorge nessuno”, Camper che all’inizio “è stato abbastanza ostacolato dentro l’azienda” ed è diventato “il grande successo dell’estate”. Rivendica i volti, a partire da Peppone Calabrese, “l’anticonduttore”: “Se fai un giro con Peppone e con Quaranta fuori dalle Ztl, la gente ti dice ‘Vieni a mangiare a casa, fatti la foto’”. E difende Italiana da chi la chiama sovranista, e il “povero caciocavallo” da chi ne fa “una specie di simbolo del male”: “Se è un reato raccontare la bellezza italiana, mi dichiaro colpevole”.

Poi il futuro di Domenica In, se Mara Venier lasciasse davvero: “Ho delle ipotesi di un eventuale nuovo programma che cambierebbe completamente tutto”. E la Lazio, per cui ha rinunciato all’abbonamento: “Certe volte per amore devi soffrire”.

Dicevi che Napoli la conosci da quasi 35 anni.

Il prossimo romanzo mio, che esce ad aprile con Mondadori, è tutto ambientato a Napoli.

Di cosa parla?

È la storia di un editor quarantenne napoletano, e si svolge tutto sul saliscendi della funicolare.

L'hai trovata cambiata, Napoli?

Io vengo da Taranto, e Taranto e Napoli sono due città per certi versi molto simili, tant'è che la fiction di Maurizio de Giovanni ambientata nel passato, Il commissario Ricciardi, l'hanno girata a Taranto. Perché la città vecchia di Taranto è stata ritenuta la più simile per ricreare l'atmosfera dei vicoli, dei mercati della Napoli della prima metà del Novecento. I nobili tarantini vivevano a Napoli. Paisiello, che ha scritto l'Inno del Regno delle Due Sicilie, era tarantino. Ci sono tante similitudini che me l'hanno sempre resa una città molto familiare, molto vicina, anche nelle sue situazioni di corruzione, di degrado. Poi c'è il cambiamento in meglio, e anche il cambiamento col punto interrogativo: da un lato la gentrification, dall'altro il fatto che, come altre città, come Matera ad esempio, sono diventate delle grandi trattorie-B&B a cielo aperto. L'overtourism porta appresso anche gli aspetti negativi, però vedere i turisti alla Sanità o ai Quartieri Spagnoli porta comunque una chiave positiva. E poi è questo lo spirito del tempo: i miei figli, che sono romani, cantano le canzoni napoletane, tramite la trap. Non è solo la musicalità del napoletano, è proprio la costruzione del dialetto che fa in modo che i testi si appoggino benissimo sulle barre. Un mese fa sono stato a suonare a Capri e abbiamo fatto un duetto veloce con Ste, la sua voce è fantastica. Ritrovare adesso la scena musicale napoletana straviva, dopo la grande fase di Pino Daniele, di James Senese, del rock, pop, jazz, soul, funk napoletano: sono solo contento.

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La copertina di Ripetizioni d'amore.

Parliamo di Ripetizioni d’amore. È stato prima un podcast con Chora Media, poi il debutto a marzo. E adesso torni a teatro. Portandolo in scena, hai capito qualcosa di più sull'amore?

Io sul tema amore ho scritto tantissimo, ma veramente tanto. "Nelle migliori famiglie", un romanzo da cui poi è stato tratto un film, "Storia di una notte", con Anna Foglietta e Giuseppe Battiston, parla di una coppia che si scoppia e che, sulla base di un grande dolore che arriva in una notte di Natale, è costretta a stare dentro il pronto soccorso, nella neve di Cortina d'Ampezzo, e a scongelare i dissapori. Lo vedo dal fatto di essere cintura nera di separazione. Lo vedo osservando soprattutto i miei figli grandi, come vivono il mondo dei sentimenti.

È cambiato?

Il nostro mondo era molto più semplice. Vivevo in un mondo in cui i separati erano pochissimi ed erano dei casi di studio. Mi ricordo che c'era una mia amica che aveva una madre separata, e guardavo madre e figlia che vivevano da sole come degli alieni. In generale vivevi all'interno di un percorso di vita dove era naturale: trovo una brava ragazza, trovo un buon ragazzo, ci sposiamo, mettiamo su famiglia, facciamo i figli. Nel bene e nel male, anche coi pizzichi sulla pancia, e stiamo insieme per tutta la vita.

E poi?

Poi la mia generazione è stata la prima che ha vissuto l'esplosione delle separazioni. Lo dico anche nello spettacolo: io, come generazione X, ho un piede nel mondo dei genitori. Matrimonio, casa, figli, famiglia, chiesa, percorsi di vita, invecchiamo insieme per sempre, nel bene e nel male, coi pizzichi, senza pizzichi. Però rimaneva tutto dentro la famiglia. E invece la generazione successiva è quella dell'esplosione della precarietà del lavoro, della casa e dei sentimenti.

I cinquantenni di oggi chi sono?

Sono il ponte. Nell’immaginario sono più vicini ai boomer. Ma la generazione Z in poi, che sono i nostri figli, ha vissuto in famiglie spesso sfasciate, sempre di più. Ci si sposa sempre di meno in chiesa, e non è solo un fatto religioso. Noi abbiamo l'immaginario, che è la nostalgia dei pranzi di famiglia pieni di persone, di queste coppie che sono invecchiate, e il presente, che è diverso. E poi vedi i figli. Non a caso oggi spesso i figli vanno a cercare più i nonni dei genitori. Perché i nonni sono la garanzia della stabilità, dell'affetto. E noi siamo tutti nevrotici.

Un lato positivo c'è?

Posto che la separazione se la possono permettere i molto ricchi e i molto poveri – i primi se la possono permettere, i secondi non hanno niente da perdere – adesso hai sempre la possibilità di dire: “C’è un nuovo inizio”. Io il nuovo inizio l’ho avuto a 50 anni e ho detto: "Fammi interrogare un po' su ‘sta roba qui". Il fatto di aver trovato un amore solido a 50 anni è un miracolo o è una cosa che può accadere a chiunque? E poi, seconda questione: ma io nel passato che cosa ho combinato? Ho detto: "Fermo". E mi sono messo a studiare.

Com'è l'amore a 50 anni? Sono due solitudini che si incontrano, o due stabilità un po' diroccate che ne formano una nuova?

È una sommatoria, e dipende. C'è tutto quello che dici tu e c'è anche l'ipotesi di una nuova felicità mai scoperta. Sono dosaggi di condizioni psicologiche, sentimentali, di vita, di rapporto molto diverse. Se sono due solitudini che si incontrano, si fanno compagnia. Se sono due sgangheratezze che si incontrano, prima o poi la sgangheratezza viene fuori, se non la ripari. Oppure ti puoi dare davvero un'altra possibilità, in cui affronti il tema del sentimento con una consapevolezza e una maturità nuova. Ecco perché sono tornato nel passato: per imparare da chi ha studiato molto più di me, da chi ha scritto molto più di me sull'amore, e anche dalle storie passate.

Nello spettacolo racconti molto di te?

Ti faccio un esempio: una poesia che ho dedicato a mio nonno. Io ho perso il mio papà a 13 anni, e quindi il papà di mia mamma è stato un po' un padre. Anche se una volta, ricordo, gli ho detto incazzato: "Tu non sei mio padre". Poi, mentre lo dicevo, mi sono sentito l'ultimo schifo della terra. Lui ha accusato il colpo. Ma è stato una persona incredibile. È morto dieci anni fa, è stato bisnonno dei miei due figli grandi. Ecco, quando leggo la poesia su di lui, sul nostro rapporto, tu non pensi a mio nonno. Tu pensi al tuo. Incarnare una storia nel proprio vissuto, se la sai scrivere in un determinato modo. Tu, sentendo le cose che racconto della mia vita, il rapporto coi figli, pensi alla tua, alla tua nostalgia, alla tua malinconia. Io vorrei avere l'energia che avevo a 30 anni e la consapevolezza di adesso, così come nel rapporto di coppia. Vorrei avere l'energia che avevo vent'anni fa, il tempo libero che avevo vent'anni fa, e sgravarmi un po' di responsabilità. A vent'anni pensare di restare solo è impossibile: hai tutta la vita davanti. Adesso non ho tutta la vita davanti, ma ce n'ho un pezzo. Potrei tranquillamente anche vivere da solo e sarei felice lo stesso, sarei sereno lo stesso. È proprio una scelta, nel senso che la scegli non per necessità. Poi certo, se uno non sa stare da solo è un altro discorso. Però io vedo tante infelicità in giro. Vedo tante nevrosi, vedo una generazione, soprattutto i più giovani, condannata a dire che è libera e felice. Questa illusione della libertà infinita ha prodotto tante nevrosi, tante fragilità.

Nello spettacolo parli delle app di incontri. Aiutano?

A prendere scorciatoie, sì. Ma le scorciatoie, producendo l’illusione della libertà infinita, ti mettono in condizione che, anche quando credi di aver trovato sull’app il partner ideale, dici: “Ma siamo sicuri che sia lui? Non è che continuo a cercare?”. E non la finisci più. Un mio antico amico, Claudio Risé, dice che quando tra milioni di scelte potenziali fai una scelta, e quindi coltivi il senso del limite, in quel momento diventi adulto. Sei bambino; diventi adulto nel momento in cui accetti il limite. Non avremo mai la felicità assoluta, non troveremo mai la donna perfetta o l’uomo perfetto, la storia perfetta. Però, senza accontentarsi, puntando in alto, a un certo punto ti basta. E lì diventi grande.

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Angelo Mellone alla presentazione degli ultimi Palinsesti.

Uno immagina un direttore sulle sue, un burocrate, espressione di un certo tipo di potere. Tu sali sul palco, apri il cuore, ti esponi al giudizio degli altri. La strizza prima di andare in scena è la stessa di quando fai un palinsesto?

Purtroppo non ho paura. Io sono molto più timido qua che quando salgo là sopra. Là sopra ci sto benissimo. Per paradosso, sono molto più timido, e nelle relazioni private molto più pudico. Ma quando salgo lassù, se mi dicessi "Sali in mutande e racconta le barzellette", salgo in mutande e racconto le barzellette. Anzi, più gente vedo, più mi diverto. Lì mi sento assolutamente libero, perché è come se ci fosse qualcosa che mi mette in condizione di essere totalmente autentico. Perché sul palco vale tutto.

La domanda che ti fanno sempre è "quante cose fai".

Partiamo da un dato: io non volevo fare il direttore. Quando Giampaolo Rossi me lo chiese io risposi candidamente: “Obbedisco”. Ma continuo a ritenermi un autore, prima di ogni altra cosa. Non considero la gestione del potere una priorità di vita, e questo certe volte non viene capito. Per me è garanzia di libertà intellettuale.

Quindi?

Se mi chiedi che cosa faccio nella vita: scrivo. Scrivo musica, scrivo libri, adesso scrivo per il teatro, scrivo per la televisione. La mia vita è scrittura. Per me fare il direttore è stato un bell'incidente della vita, ma non mi sono mai costruito la carriera per arrivare lì. A me piace creare programmi televisivi. A me piace, ed è un demone positivo, cambiare, fare, sperimentare, studiare. La parte gestionale è un effetto di questa cosa. Per me è naturale che un dirigente editoriale abbia una sensibilità artistica. Dico sempre ai miei colleghi: se fai il direttore editoriale devi essere prima di tutto il capo editoriale, e la gestione è il mezzo che ti permette di fare quello. Quando crei un palinsesto, quando vedi un programma, quando leggi una scaletta, devi avvertire: "No, questo è sbagliato, questo va cambiato, fallo così". Vale per la musica, vale per un copione, vale per una scena, vale per una nota di regia. Motivo per cui, come è noto, io amo di più i programmi di montaggio rispetto ai programmi di diretta in studio: il programma di montaggio è quello che più avvicina il mondo della televisione a quello del cinema, al racconto. Non a caso negli anni abbiamo chiamato poeti, sceneggiatori, critici letterari, scrittori. Io voglio le sceneggiature anche di una puntata di un programma. Non perché dobbiamo fare fiction, ma perché dobbiamo raccontare una storia. L'ambizione è costruire prodotti che non scuociono, che non finiscono con la diretta. La diretta ha il pregio dell'adrenalina ma il difetto della biodegradabilità: una notizia delle 8 alle 13 è già acqua passata. Un programma di montaggio lo puoi mandare in replica altre dieci volte e vale tanto quanto un documentario, una fiction o un film. Un direttore deve essere prima di ogni altra cosa un creativo. Poi la gestione, la burocrazia ci sta, ma è un altro mestiere.

Siamo abituati a pensare ai direttori come a dei parrucconi ingessati.

Qua dentro sono vissuto spesso come un alieno. Sono quello un po' strano. Ma io mi alzo alle 5, alle 5:30 della mattina, tutti i giorni, e per due ore, due ore e mezzo leggo, scrivo, studio, suono. Se mi sveglio dopo le 6 ho buttato la giornata. Non sono un nottambulo: sono produttivo solo la mattina. Motivo per cui non sono mondano, non mi piace la notte, non vado da nessuna parte. Se mi vuoi ammazzare, fammi tornare alle due a casa.

La prima cosa che fai la mattina?

Apro gli occhi, possibilmente. Poi vado a fare il caffè e prendo il vassoietto. Sono   uno degli ultimi cinquantenni che ancora mangiano le merendine e i biscotti, con la crema, la marmellata e il cioccolato. E poi o leggo a letto, o studio musica a letto, o scrivo a letto col pc, oppure suono. E alle 7:30 leggo la rassegna stampa.

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Il tweet di Angelo Mellone sui "critici col monocolo"

Sabato su X hai scritto che con Tv Talk, dalle 15:30 alle 16:20, Rai3 diventa la seconda rete nazionale, e che Linea Verde Italia batte di oltre un punto il tg della concorrenza. E poi l'avviso "ai critici col monocolo".

Ti aggiungo anche una cosa: domenica scorsa Linea Verde ha fatto 3 milioni di spettatori. E credo che per la terza settimana di seguito sia il programma con lo share più alto di tutta la televisione, tranne il Tg1, che è inarrivabile. E non se ne accorge nessuno.

Perché, secondo te?

È un mix. Partiamo da un dato. C'è un pregiudizio culturale del mondo televisivo, e ce l'hanno anche tanti conduttori, per cui i programmi in studio valgono di più, sono la serie A, e i programmi fuori studio sono la serie B. Quando sono arrivato, tanto lo dico, parlai con Andrea Fabiano, che all'epoca mi affidò come capostruttura un sacco di programmi. Gli dissi: "Ma posso fare anche le Linee Verdi?". E Andrea: "Ma perché?". "Perché quello è un giacimento narrativo che viene considerato poco, ma secondo me è un giacimento narrativo enorme su cui possiamo investire, perché siamo italiani". L'Italia è un posto dove, se partiamo io e te, tu appassionato di storia dell'arte, io di enogastronomia, un altro di cinema, di design, di archeologia, e visitiamo lo stesso luogo, possiamo raccontarlo in venti modi diversi. Perché come biodiversità culturale e naturale l'Italia è un posto unico al mondo. Tutta questa unicità la Rai l'ha frequentata tantissimo, ma non l'ha mai messa al centro della missione di servizio pubblico. Il tema della promozione del Made in Italy adesso ce l'abbiamo anche nel contratto di servizio, e per fortuna. E dobbiamo fare ancora di più. Il Made in Italy è un laboratorio narrativo incredibile. Il che significa andare fuori dallo studio e non avere un atteggiamento pedagogico. Non abbiamo bisogno del maestro Manzi versione 4.0, ma di raccontare i luoghi in maniera serena, leggera, ma profonda.

Ma i critici ti chiedono di raccontare anche il degrado, lo spopolamento.

Spesso la leggerezza viene considerata, appunto dai critici col monocolo, superficialità. Premesso che la battaglia contro lo spopolamento delle aree interne e del Sud è una mia missione di vita, come Angelo, non come direttore della Rai, lì ci stanno i programmi di inchiesta giornalistica. Non è che vai da PresaDiretta e dici: "Sì, però, quando fai un'inchiesta sui cantieri, c'è tanta gente felice che lavora". Scusami, io racconto un'altra cosa. Questa direzione ha una missione di intrattenimento, di infotainment e di edutainment. Io non faccio programmi giornalistici di inchiesta. Quando so che delle persone vanno a visitare dei luoghi che magari stanno a 30 chilometri da casa e non conoscevano, perché hanno visto la puntata di un programma di territorio, io ho fatto servizio pubblico. È successo in un piccolo paese del Vallo di Diano, famoso per un fagiolo: facciamo la puntata lì, una piccola produzione, ed entro la settimana i fagioli sono finiti. Quindi c'è un tema di serie A e serie B. Per me il territorio è tanto quanto la serie A, e in certi casi, se guardi gli ascolti, è proprio serie A e Champions. Quando fai 3 milioni e ti accorgi che fai, anche domenica scorsa, abbondantemente di più della prima serata, uno deve pensare: "Ma che sta succedendo? Perché accade una cosa del genere?". Peppone Calabrese, Fabio Gallo, Margherita Granbassi: 3 milioni di spettatori. E non è che dieci anni fa era così. Quando io ho preso Linea Verde, stava sul 17,5% di media.

“Patriottismo dolce” che passa per “sovranista”. Parliamo del canale 57. Parliamo di Italiana.

Ma che vuol dire sovranista? Certo, se per sovranismo si intende essere dei sovrani nel racconto della propria terra, allora sì. Uno dovrebbe esserne felice. E invece pur di attaccare il progetto qualcuno, che dovrebbe approfondire meglio le cose, si è inventato che sono il direttore del canale. Il canale dipende da Direzione Distribuzione e prende materiale da tante direzioni, il Daytime è solo la direzione che ha contribuito di più al progetto e fornisce più programmi.

Quando partono le produzioni originali di Italiana?

A gennaio.

Con quali volti e con quali idee?

Ci sono diverse linee narrative. Una è utilizzare i talent che già abbiamo e che sbancano sulla generalista, chiedendo loro di fare prodotti nuovi che incontrino le necessità di una rete specializzata, comunque a basso budget, ma soprattutto che siano capaci di diventare, come dicono quelli bravi, catchy anche sui social. Perché abbiamo necessità di andarci a prendere un'audience differente, più giovane, target differenti. È l'obiettivo di medio-lungo periodo che ci siamo prefissi con Italiana, che comunque in meno di un mese ha già doppiato gli ascolti precedenti. In più, scovare produzioni a budget contenuto che già ci sono, un po' come fanno altre televisioni specializzate: dare a prodotti non di nicchia, ma che non sono mai andati sulla generalista, una messa in onda televisiva congruente con la qualità. Poi diventare nel medio periodo, mi auguro il prima possibile, il media partner di tutti gli eventi dedicati al Made in Italy e al racconto del territorio che si svolgono in Italia. E ai nostri talent chiederemo di essere meno conduttori e più persone. Io non voglio Massimiliano Ossini che conduce Unomattina: voglio Massimiliano Ossini in quanto Massimiliano, che mi racconta, che ne so, la sua terra. O Federico Quaranta, o Andrea Delogu, o Peppone Calabrese. Voglio un racconto più personale.

Questi sono i nomi che troveremo su Italiana?

Sì. Stiamo lavorando con loro, perché non abbiamo alcuna intenzione di fare una fotocopia di quello che c'è già. Italiana nasce e rimarrà una grande vetrina dell'enorme magazzino di materiale che abbiamo. I critici col monocolo, che hanno capito poco e devono criticare a prescindere, non si sono accorti che abbiamo già in onda Mario Soldati, le meravigliose puntate del Cantagiro. E il Cantagiro perché è interessante? Perché vedi l'Italia di sessant'anni fa, ma il Cantagiro era un viaggio per i territori italiani. Vale Zavoli, valgono tanti documentari che abbiamo fatto. Linea Verde nasce come una specie di mega tutorial per gli agricoltori. Ma non c'è più Geppetto e non c'è più il contadino con l'aratro, la vanga e il cappello di paglia: quella è l'iconografia. Adesso gli agricoltori sono meccanizzati, usano i droni, gli artigiani usano l'intelligenza artificiale. Tu racconti l'evoluzione. Certo, se è un reato raccontare la bellezza italiana, mi dichiaro colpevole.

Non mi pare sia reato.

Però hai capito? Quando leggi editorialisti che partono da Italiana, "il canale nazionalista, superpatriottico", eccetera, e vanno a finire a parlare di regimi autoritari. O quando vedi il povero caciocavallo considerato una specie di simbolo del male da un certo giornalismo progressista. L'italianità è anche questa. Siamo pieni di scrittori italiani che non puoi capire se non vai a raccontare i luoghi dove sono nati e vissuti. Nella prima giornata di Italiana non se n'è accorto nessuno, a proposito di destra, sinistra, fascismo, antifascismo: abbiamo mandato in onda una bellissima puntata del Provinciale su Fenoglio e "Una questione privata", uno dei romanzi più belli del Novecento. Fenoglio, i partigiani di Fenoglio, le Langhe: come fai a capirli se non conosci le vecchie terre della Malora, che adesso sono terre ricchissime? Come fai a capire D'Annunzio senza le pecore, senza l'Abruzzo? Come fai a capire Gadda? Come fai a capire Alvaro? Come fai a capire Ermanno Rea se non giri Napoli? Non c'è l'alto e il basso, e Umberto Eco mi avrebbe dato ragione. Come dire che fa più cultura la lirica del folk: non sono d'accordo. Musica Mia è un programma di altissimo livello culturale, dedicato alla ricerca quasi etnomusicologica del folk. Se riduci la pizzica al balletto… Ma la pizzica è una cosa seria, la pizzica ha una storia.

E non c'è sovranismo nella pizzica?

Ma non c'è sovranismo da nessuna parte. Io voglio essere sovrano del raccontare l'Italia come dico io, la nostra identità nazionale. Lo spiego ai miei figli: "Ragazzi, prima va conosciuta l'Italia". E va conosciuto l'enorme privilegio che ci è stato assegnato senza che ce lo fossimo meritato: nascere qua, nella nazione più bella del mondo, dove si è inventato quasi tutto. Una volta che hai metabolizzato questo, viaggi all'estero, vai a vivere da un'altra parte, ma sempre con questo. L'altro giorno sono stato a una premiazione: c'erano, boh, 68 stelle Michelin dentro una sala del Senato. E vedi questi grandi cuochi, anche internazionali: "Io sono orgoglioso delle mie radici, la nonna, la mamma, la cucina italiana. Senza quella roba là sarei uno sperimentatore senza radici". L'Italia non sono i grattacieli di Milano. L'Italia è altro. L'Italia non è una nazione metropolitana: noi siamo una nazione di province. Ed è il vero provincialismo pensare che dobbiamo fare i grattacieli per essere come il Nord Europa.

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Angelo Mellone con Mara Venier.

Parliamo di Domenica In: come sta andando? Sei contento?

Domenica In sta andando bene. Sono contento, tenendo presente che quando fai un programma puoi avere un approccio ideologico o un approccio empirico. L'approccio ideologico non serve assolutamente a nulla. Domenica In quest'anno nasce da un lunghissimo confronto che ho avuto con la conduttrice, con Mara Venier.

Perché sei anche autore, anche se nella gerenza non ci sei.

Sarebbe ridicolo. Però, insomma, ho contribuito alla costruzione del programma da autore, come ho fatto con la nascita del programma di Caterina Balivo, come ho fatto con Il Provinciale, come ho fatto per Musica Mia, con tutti i programmi nuovi. È il mio mestiere.

Si può fare di più?

Si può fare di più. Si deve fare qualcosa di più. Abbiamo modificato molto. Intanto la scena: abbiamo messo la band di fronte alla conduttrice, non nascosta com'era lo scorso anno, e abbiamo cambiato qualcosa della band. Abbiamo completamente rivoluzionato il pubblico, ed è stata Mara a volere i ragazzi. Il promo che ci siamo inventati è stato buona la prima: l'abbiamo registrato in due minuti ed è diventato virale. Ne sono contento. Mara Venier è molto serena, il gruppo autorale è più coeso. Ho affidato il programma al mio vicedirettore vicario, Anna Nicoletti, che ha le idee molto chiare su come deve andare il programma e ci si sta impegnando in maniera molto forte, come fa sempre. Ci sono sicuramente margini di miglioramento. Quando fai un programma in diretta dovresti fare un mese di rodaggio. Credo che entro la fine dell’anno sarà compiutamente quello che deve essere. E devo dire che Mara ha avuto l'intelligenza e la saggezza di dire: "Sì, cambiamo qualcosa e lo facciamo insieme".

Mara nelle interviste ripete, ormai quasi come un format, "questa è l'ultima e lascio”. Lascerà davvero? Stai già pensando al futuro? Al dopo-Mara?

Io tengo presente e leggo quello che Mara dice ogni volta. Questa è una cosa di cui parleremo tra gennaio e febbraio, perché la decisione ci deve essere. Intanto bisogna ascoltare davvero la volontà della conduttrice, che dice: "Non ci crede nessuno, ma quest'anno è davvero il mio ultimo anno". Se fosse davvero così, sarei costretto a trovare una soluzione alternativa. Se non fosse così, vediamo. Quando fai il mio mestiere, così come mandi dei format in onda, devi pensare che se quel format va male, o se non rinnovi il contratto con una società, devi comunque già avere l'alternativa in mano.

E tu ce l’hai?

Ho delle ipotesi di un eventuale nuovo programma che cambierebbe completamente tutto. Ce le ho. Però mi sembra molto prematuro parlarne. Ne parleremo dopo Natale. Tra gennaio e febbraio.

Com'è nato Camper?

Camper ha un'origine molto divertente, che non ho mai raccontato a nessuno. C'era Antonio Di Bella, il mio direttore, che stava facendo la transizione. Mi dice: "Guarda, Angelo, dobbiamo pensare a un programma che vada alle 2 di pomeriggio d'estate, alle 14". Io stavo giocando a tennis. Cambio campo, e gli scrivo: "Il programma non so cos'è, ma si chiama Camper". In genere, se trovo il titolo, vuol dire che il programma c’è.

A volte funziona così anche per gli articoli: si parte dal titolo e si scrive.

È la stessa cosa, sì. Poi con Marcello Ciannamea, all'epoca, e la direzione Distribuzione e Palinsesti ci dicemmo… L'idea del programma è mia, l'idea che stia a mezzogiorno è loro: do sempre merito a chi ha avuto la buona idea. Camper è stato piuttosto difficoltoso perché avevo un basso budget. Allora ci siamo messi a cercare anche un aiuto istituzionale, delle Regioni, degli enti.

Con partner pubblici, quindi.

Con partner pubblici. All’inizio è stato un programma che ha incontrato qualche problema all’interno dell’azienda, e adesso, già dall'anno scorso, è il grande successo dell'estate. Certificato coi numeri. Poi, che non piaccia a qualcuno…

Perché ha avuto problemi?

Perché il budget di partenza era molto basso, perché veniva considerato un programma fuori target, perché qualcuno lo riteneva naif. Qualcuno ha anche provato a snaturarlo ma alla fine, se uno è testone… Anzi, abbiamo addirittura raddoppiato: abbiamo fatto Camper e Camper in viaggio. Il giugno del 2026 è stato il giugno del daytime del weekend con gli ascolti più alti degli ultimi quindici anni. E quest'anno Camper, anche con l'aiuto del MASAF, ha fatto numeri importantissimi. Anche lì vedi: non è l'alto e il basso, è accogliere le differenze.

Con Peppone Calabrese.

Che è l'anticonduttore, la cui forza è esattamente quella: se fai un giro con Peppone e con Quaranta fuori dalle Ztl, la gente ti dice "Vieni a mangiare a casa, fatti la foto". La maggior parte della gente che critica la televisione evidentemente non la vede. Lì dentro abbiamo avuto gruppi folk e antropologi, grandissimi chef e sociologi della comunicazione.

Tutto materiale che a sinistra dovrebbe piacere, insomma.

Dovrebbe piacere a chiunque. È solo che tagli, no? È come la foto: quello che non ti sta bene, perché ti toglie la lettura ideologica, lo tagli dalla fotografia. Sì, il folk, sì, un po' di caciara, perché è nell'indole di Peppone. Ma abbiamo avuto anche profondissimi ragionamenti di antropologia del cibo, sulla partenza e sulla restanza, sulla memoria, sulle radici.

Una delle polemiche su Camper, quest’anno, è stata quella sulle repliche d’estate. Cosa è successo?

Il mercato televisivo è completamente diverso da quello del passato: prima, d'estate, la televisione si spegneva. Una delle mie fisse, poveracci quelli che lavorano con me, da quando sono direttore, è dire che l'estate non va in vacanza. È evidente però che i tecnici devono andare in ferie, il personale deve andare in ferie. Se fosse per me, sarei sempre aperto, tutto aperto. Ma anche in quella stessa settimana hai Unomattina News e Unomattina Estate in diretta, che vanno in produzione originale, e Reazione a catena. Per me Rai1 dovrebbe essere accesa tutta l'estate. E un punto di dolore è che ancora dalle 14 alle 16, lo dico, si vada avanti con le repliche. Mi auguro che quest'anno l'azienda ci metta in condizione di coprire anche quel buco narrativo. Però, se prendi la televisione fino a sei-sette anni fa, a mezzogiorno non succedeva niente. Adesso abbiamo messo in sicurezza un'intera fascia: c'è il pubblico che vede Antonella Clerici con i suoi grandi successi fino a fine maggio, Peppone fino a settembre, e Camper. Camper quest'anno nasce dall'accordo col MASAF per celebrare la cucina italiana patrimonio Unesco. La cucina italiana è cucina domestica, la cucina dei territori. E la cucina è un prodotto culturale: Artusi ha scritto un libro di letteratura. C'è molta più storia, molta più memoria, molto più prodotto culturale dentro un caciocavallo che in tanti romanzi celebrati.

In chiusura: la Lazio.

La Lazio è la grande sorpresa del campionato di quest'anno. E io sono di quelli che con forza, insieme a tanti altri, hanno aderito alla protesta.

Cosa rappresenta per te?

Per me la Lazio è qualcosa in più di una squadra di calcio per cui tifo: è una storia. È una polisportiva di cui il calcio è un pezzo, ma è una storia enorme, gloriosa e sempre molto poco raccontata. I giocatori sanno che c'è un'intera comunità di tifosi che li ama e li sostiene.

E la protesta?

Non nasce da bambini che fanno i capricci, ma da adulti che vengono insultati. Chiunque gestisce una squadra di calcio, a maggior ragione una squadra con la storia enorme che ha la Lazio, ha il dovere non solo di gestire ma di rispettare quella storia, e chi quella storia la incarna, come comunità, come popolo di tifosi. Credo che si sia creata una frattura tra la società e la stragrande maggioranza dei tifosi che è difficilmente sanabile. Mi auguro che ci sia la possibilità di sanarla. Le scelte le abbiamo fatte tutti insieme e ognuno individualmente: non è che qualcuno mi abbia detto "Devi fare così". Mi sono consultato con i miei figli: c'erano tre abbonamenti, adesso non ce li abbiamo più. Poi certo, ci sono scene patetiche, tipo a Lazio-Monza: in macchina, a 300 metri dallo stadio, ad ascoltare la partita, o ad andare a salutare i giocatori prima che entrino nello stadio. È una protesta che sta facendo il giro del mondo, che ci costringe, ma ci spinge anche, ad andare in trasferta in massa, ove e quando possibile. E che però dimostra un principio che vale anche nei rapporti di coppia: certe volte per amore devi soffrire. La grande sofferenza è non andare allo stadio. Ma è una scelta d'amore.

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