Enzo Miccio racconta l’amore tossico che lo ha cambiato: “Persi il mio ex due volte, non sono mai riuscito a parlarne”
Dietro l’immagine di Enzo Miccio, quella del personaggio televisivo impeccabile, abituato a parlare di stile, eleganza e perfezione, c’è anche un uomo che ha conosciuto "l’inferno e il paradiso allo stesso tempo con la stessa intensità". Nel suo libro Quando l'amore non basta (Cairo editore) c’è ciò che definisce "la mia più grande storia d’amore", ma anche quella "più travagliata, più faticosa e più dolorosa" che abbia mai vissuto. Una relazione nella quale, racconta, "sei in una gabbia, sei nelle sabbie mobili", e dalla quale uscire non è stato semplice. "Io non sono più lo stesso", ammette oggi, spiegando quanto quell’esperienza abbia compromesso "la spensieratezza e la leggerezza". Eppure, nonostante tutto, Miccio non ha smesso di credere nell’amore: "Non ho perso la voglia di innamorarmi". La sua storia è anche un invito a riconoscere i segnali di un amore tossico e a chiedere aiuto: "Chiedete aiuto, non aspettate troppo tempo".
Il tuo personaggio è noto al grande pubblico come maestro di armonia e di stile. Quanto è stato faticoso togliere l'armatura del personaggio per mostrare la crepa di una storia così intima e tormentata?
È stato molto doloroso, una scelta molto sofferta, che ho meditato dopo veramente tanto tempo. Sono uno molto discreto, amo la mia privacy, soprattutto per quanto riguarda la parte personale, sentimentale e familiare. Di me si sa ben poco, se non del personaggio pubblico. Tutto quello che è personale l'ho sempre evitato perché non mi piace essere oggetto di conversazioni.
E stavolta cosa è successo?
Dopo questa storia ho sentito proprio l'esigenza di farlo, forse perché scrivere è anche terapeutico, volevo tirare fuori tutto quello che avevo vissuto in quegli anni. Anni che sono stati difficilissimi e bellissimi allo stesso tempo, anni in cui ho conosciuto l'inferno e il paradiso con la stessa intensità.
Perché proprio in questo momento?
In realtà questa idea mi è venuta dopo la sua scomparsa (dell'ex compagno, ndr), di lui non faremo mai il nome. Questa persona purtroppo non c'è più e quindi al dolore si è aggiunto altro dolore che ho voluto tirare fuori. I francesi dicono "fermer la boucle", metterci un punto, chiudere il cerchio. Non so se sarà così, però mi è servito molto per andare a esaminare ancora più a fondo quello che è stato, i codici comportamentali di una persona che ha una patologia di questo tipo e che ti vive accanto.
Cosa ha mosso la mano sul foglio?
Sono uno molto critico, non voglio passare per uno scrittore. Però mi sono anche detto: hai vissuto una storia talmente intensa che, se questa cosa può servire anche a una sola persona che magari si trova o si è trovata nella tua situazione, fallo, perché gli puoi dare magari una mano. Può essere utile.
Non citeremo mai il nome e l'identità di questa persona. Potrebbe passare come una forma di rancore, invece a me è sembrata una forma di protezione.
Hai colto in pieno. Il problema era proprio questo: che la gente potesse pensare solamente al libro come alla denuncia di una storia malata, invece io racconto anche una grande storia d'amore, difficile, complicata, con un finale terribile, ma pur sempre una grande storia d'amore. Mi fa piacere arrivi una bellezza di fondo, quella di un sentimento che ha resistito nonostante tutto.
Come ti ha trasformato?
Sono diverso, non sono più quello di dieci anni fa, ma non ho perso l'entusiasmo e nemmeno la voglia di innamorarmi, continuo a crederci fortemente in questo sentimento che è il motore della nostra vita.
E oggi ci riesci davvero a guardare i sentimenti nello stesso modo autentico oppure poi qualcosa si è rotto?
Beh, spensieratezza e leggerezza sono state un po' compromesse. Però poi ti fai forza, cerchi di trovare l'energia nelle persone che ti sono intorno, nella persona che ami. Ma ecco, lo slancio non c'è.
Anche la persona che ti accompagna oggi nella vita deve guardare quel lato e deve comunque farlo suo.
Deve comprendermi, perché chi mi sta al fianco non ha un ruolo facile. Parlare fa bene e anche attraverso questo libro vengono fuori delle cose che magari tu non hai avuto il coraggio o l'occasione di raccontare.
Si evince che tu abbia vissuto un amore tossico. In un sentimento di questo tipo, si impara a essere respinti oppure alla fine è una condizione che si rifugge?
Si impara, diventa la normalità. Sei in una gabbia, è come stare nelle sabbie mobili. Lo metti in conto, sai già che quel momento di pace durerà tre giorni, un weekend, tre ore, ma che poi verrà compromesso.
Nel libro descrivi anche la tua famiglia di origine, un mondo del Sud ancorato al dovere, privo di dimostrazioni d'affetto tangibili. Pensi che l'idea che l'amore coincida con la sopportazione abbia condizionato la tua tendenza a resistere in una relazione così dolorosa e complessa?
Ti dò una risposta tecnica, perché questi sono argomenti che ho indagato in terapia: assolutamente sì. È un lavoro che ho fatto da super adulto, quando mi sono accostato al me fanciullo per capire dei meccanismi che avevo vissuto, che avevo assorbito. Benché tutto dall'esterno potesse sembrare sano, perché io non posso dire di essere nato e vissuto in una famiglia malsana, alcune dinamiche mi sono accorto possono aver generato delle carenze affettive.
A un certo punto si parla proprio di questo sentimento di forte instabilità e di "limerenza". Quando hai capito che quella vertigine non era un amore solido ma semplice dipendenza?
Non c'è stato un momento preciso. L'unico momento è stato quando ho deciso di mettere il punto definitivo, perché tutto il resto non era una roba lucida, del tipo "adesso si fa così". Ho iniziato a ragionare un po' meglio nel momento in cui ho avuto il sostegno di un terapeuta: prima da solo, poi di coppia, poi solo lui, poi di nuovo tutti e due … Ed è quello che vorrei dire con questo libro: chiedete aiuto, non aspettate troppo tempo.
Anche perché gli atteggiamenti tossici dell'altro rischiano di scavare un solco.
Credo che non fossero comportamenti consapevoli. Lui è la persona che mi ha amato talmente tanto che non poteva pensare di farmi del male. Voglio sia chiaro che il disagio era talmente grande, anche per lui, che non pensava in modo conscio di far male a me. Non si rendeva conto nemmeno di fare male anche a se stesso, figuriamoci. Non era un manipolatore consapevole, alla base, ti assicuro, c'era un rapporto sentimentale importantissimo, solo che era totalmente incapace di gestirlo.
Tutto questo ti ha portato a dover spiegare alla rete di affetti, tua madre in primis, quello che stava accadendo?
Non l'ho mai fatto.
Ne parli davvero per la prima volta in questo libro?
Sì, non ne ho mai parlato con nessuno prima di ora. A parte la persona che mi ha seguito in terapia.
Analizzando bene tutta la storia, è comprensibile: per anni ti sei sentito ciclicamente rifiutato, per poi, alla fine, arrivare al punto di attivare un gigantesco rifiuto dell'altro. Una mattina a Parigi rimani fuori casa ad aspettare che apra e lì si accende una lampadina. Cos'è accaduto?
Dopo aver fatto terapia e aver acquisito maggiore sicurezza, mi sono sentito un po' più forte. Ho sentito che potevo dire no per una volta, che potevo farcela, quando fino a quel momento la sensazione era totalmente opposta.
È una confessione intima che hai voluto condividere soprattutto per le donne, con le quali, per i loro matrimoni, intrattieni spesso un rapporto professionale sì ma anche molto intimo. Qual è, secondo te, la difficoltà culturale più grande che oggi mina ancora alcune relazioni?
L'incapacità di ammettere di essere inciampati nell'uomo sbagliato. È un fallimento, è avere paura di non farcela, avere paura di mettersi a nudo, che le persone ti giudichino. Ma molto spesso, rimanendo ingabbiati in questa situazione, non te ne rendi conto e quindi non hai, per esempio nel mio caso, neanche la forza di parlarne con gli altri.
E sei intermittente nei sentimenti.
Lui era una persona enorme professionalmente, aveva Parigi ai suoi piedi, e non solo. Però gli mancavano delle cose che non aveva mai avuto, anche l'abbraccio di una madre. E allora, senza voler fare lo psicologo, capivo che aveva bisogno di famiglia, di normalità, e cercavo di fargli avvertire questo contesto con la mia. Infatti adorava mia mamma.
E questo senso di famiglia lo ha accompagnato fino alla fine, negli ultimi giorni della sua malattia, quando ti ha chiamato per dirtelo nonostante vi foste lasciati.
È stato complicato perché lì abbiamo capito che i sentimenti non erano cessati del tutto ed è stato doppiamente doloroso perché abbiamo dovuto separarci per forza. Non so che cosa sarebbe successo se lui fosse forse ancora vivo. Non lo so, forse non mi avrebbe mai più cercato, io non l'avrei mai fatto. Però sono certo che, nel momento in cui ho avuto questo segnale, sono corso sul primo aereo per raggiungerlo a Parigi. Nemmeno a cuor leggero, la paura era tanta per quanto stava accadendo. Era un anno che non lo sentivo e non sapevo la malattia a che punto fosse, come stesse davvero lui.
Oggi ti immagini e vivi un senso di famiglia diverso?
Sì. Un senso più consapevole, cioè più scelto da me. È un po' più razionale. Sto tirando fuori una parte importante del mio carattere, perché io sono un Toro, sono molto con i piedi per terra. Ma un po' sono anche uno che è innamorato dell'amore, che non può fare a meno di stare, di condividere.
Hai scoperto un modo di amarti di più, che altro non è che ascoltarsi nei propri bisogni, no?
Brava, ascoltarmi, termine migliore non può esserci.
Alla fine di tutto, di quel periodo cosa pensi di voler trattenere e cosa fai fatica a scrollarti di dosso?
Il grande amore che ho ricevuto, che mi ha riempito in tanti momenti di questi lunghi anni. Li voglio conservare nel mio cuore, perché ci sono delle cose che non dimenticherò mai. E ci sono delle cose, invece, che mi hanno fatto talmente male che solo il pensiero di ricordarle mi devasta. Pensavo che la scrittura mi avrebbe aiutato, come mi aveva detto il mio terapista, ma in realtà non è stato proprio così. Ho bisogno ancora di tempo.
Magari non più la comprensione quanto l'accettazione, che a un certo punto prende più spazio del dovuto.
Sicuramente, ma già saper distinguere le cose, potergli dare un nome, per me è stato una conquista enorme.