Sabrina Brizzola: “Un’operatrice di Vespa mi ha scritto per dissociarsi. La censura è il suo modus operandi”
"Voi giovani dovete studiare". È bastata una frase pronunciata da Bruno Vespa a Porta a Porta per trasformare uno scontro in Tv nel simbolo del paternalismo con cui il sistema affronta il dissenso giovanile. Al centro di quel video diventato virale c’è lei: Sabrina Brizzola, coordinatrice nazionale dell'UDU (Unione degli Universitari). In quest'intervista a Fanpage.it, Brizzola ripercorre quei momenti, smonta la narrazione del conduttore – che aveva liquidato la rabbia sociale dei giovani come semplice "noia" – e critica le vuote promesse del governo sui fondi del Pnrr e sul caro-affitti.
Il caso di Porta a Porta è esploso con un paio di giorni di ritardo, diventando virale il giovedì successivo alla puntata di martedì. Avevi realizzato subito la portata di quello scontro?
Sì, l'avevo percepito fin da subito. Mi sono presa un po' di tempo per elaborare la situazione e capire se dire qualcosa pubblicamente o meno. Ma fin dalle prime battute è stato evidente, a parer mio, che il clima in studio fosse particolarmente teso.
Vespa ti ha detto di "andare a studiare" mentre parlavi del diritto allo studio e dei problemi degli studenti. Come ti sei sentita?
È lo specchio di ciò che viviamo tutti i giorni: il solito paternalismo di chi ci dice cosa fare e cosa dire, unito a un atteggiamento maschilista evidente. Credo ci sia stato un chiaro episodio di mansplaining, mi ha interrotta prima ancora che potessi contestualizzare ciò che stavo dicendo sull'abbandono scolastico. La mia presenza serviva a spiegare le ragioni per cui gli studenti stanno scendendo in piazza, ma lui ha preferito troncare il dibattito.
D'altronde, eri stata interrotta già durante il tuo primo intervento. Stavi parlando di "rabbia incanalata" dei giovani che hanno distrutto le vetrine "perché nessuno se ne prende cura" e lui aveva replicato definendoli solo "annoiati". Come rispondi a questa narrazione?
È una strategia per non assumersi le responsabilità. Non giustifico in alcun modo la violenza, ma è la conseguenza di anni di politiche che hanno marginalizzato e discriminato quei giovani. È stato detto a più riprese che i responsabili fossero perlopiù immigrati di seconda generazione, cosa peraltro smentita durante il dibattito in trasmissione. Ridurre tutto alla "noia" significa essere totalmente scollati dalla realtà, banalizzare la situazione.
In studio c'era anche Francesca Martinelli, esponente di Azione Studentesca e presentata come "vicina alla destra". Credi che a lei sia stato riservato un trattamento più morbido?
Assolutamente sì. Le ha dato immediatamente la parola per ribattere a quello che dicevo, sapendo perfettamente quale fosse il suo indirizzo politico e che sarebbe stato totalmente filo-governativo. Cioè opposto al mio. Ho percepito che ci fosse una continua ricerca di contrapposizione tra me e lei.
Hai più sentito la produzione o Vespa dopo la puntata?
Da parte di Vespa nessuna scusa. Mi ha scritto invece una lavoratrice del programma, non so se fosse una giornalista o una persona del team. Ha detto che era dispiaciuta del clima che si era creato, che se ne discostava e che non era sua intenzione mettermi in difficoltà.
Tre giorni prima, dal palco di Piazza del Popolo, avevi fatto un discorso duro contro il governo, definendo i fondi del Pnrr per gli studenti "svenduti al miglior offerente". Col senno di poi, hai il sospetto che ci sia stata una volontà precisa di delegittimarti in Tv?
Sì, è stata una mia impressione. La piazza era pienissima e l'intervento è diventato virale sui social, quindi ha avuto una risonanza che non ci aspettavamo. Credo che abbia messo in difficoltà diversi soggetti, soprattutto perché da una settimana ci stavamo concentrando sul caro vita e sulla gestione dei fondi per la residenzialità pubblica, chiedendo un incontro alla ministra Bernini. Non so se ci fosse una strategia per delegittimarmi, ma sicuramente quello è un modus operandi che Vespa adotta spesso: ogni volta che c'è una voce che non è dalla sua parte, tenta di censurarla.
A Montecitorio, l'onorevole Donzelli vi ha risposto di "continuare ad aspettare e crescere". Perché non avete più intenzione di aspettare?
Perché non c'è più tempo. Studiare all'università è diventato un lusso per pochi. Non è più solo una questione di diritto allo studio, ma di dignità. Non vediamo prospettive: oggi la precarietà è tale che nemmeno avere due lauree ti garantisce un contratto stabile, e questo riguarda il presente, non il futuro. E riguardo alla scusa di Donzelli sui tempi di preavviso, eravamo lì da un giorno e mezzo: se avessero voluto ascoltarci, i politici avrebbero avuto tutto il tempo per farlo.
In puntata hai accennato ai problemi relativi alle borse di studio, eppure i dati Andisu evidenziano una copertura del 99,8% a livello nazionale.
Questa storia della copertura al 99,8% è una bugia: la prima rata arriva ad anno inoltrato o finito, e ad oggi ci sono studenti che attendono ancora la seconda rata dell'anno precedente. Le borse non bastano per tutti gli idonei, e l'aumento dei beneficiari riflette solo l'impoverimento delle famiglie. Non a caso, in Italia appena il 15% degli studenti iscritti beneficia di una borsa, contro il 37% della Spagna e il 21% del Portogallo. A conti fatti, il costo della vita per uno studente si aggira intorno ai 12mila euro l'anno, a fronte di una borsa media di appena 4mila euro. Resta un buco di quasi 8mila euro che le famiglie devono anticipare di tasca propria.
Un atteggiamento simile a quello di Vespa lo si è visto anche da parte di Paolo Del Debbio a Dritto e Rovescio. Perché è così difficile per i giovani farsi ascoltare in televisione?
Perché stiamo dimostrando che possiamo essere scomodi. Fino a poco tempo fa siamo stati trattati con indifferenza, come se non esistessimo. Nell'ultimo anno c'è stata una serie di episodi che ha dimostrato che i giovani invece esistono e si mobilitano. Due esempi sono le manifestazioni per la Palestina e il risultato del referendum sulla giustizia, segnato dal voto degli Under 35. L'atteggiamento nei nostri confronti, quindi, è cambiato: non c'è più indifferenza, ma una certa ostilità. Ci trattano come se non fossimo capaci di capire cosa è meglio per noi, come se qualcuno dovesse sempre spiegarcelo. Ma le stesse persone che pretendono di spiegarci le cose sono quelle che vivono in una situazione ben lontana dalla precarietà.
In pochi giorni il tuo profilo ha collezionato centinaia di migliaia di follower. Pensi che i giovani oggi abbiano bisogno di sentirsi rappresentati da chi vive realmente i loro problemi?
Tutto ciò che faccio lo faccio in nome dei miei colleghi universitari e di un sindacato studentesco che ha una storia solida. Ci rendiamo conto di essere diventati rappresentativi anche di chi all'università non ci va, perché i temi che solleviamo toccano l'intera generazione. Sono onorata di mettermi a disposizione per portare avanti questo lavoro.
Ti vedresti in politica, in futuro?
No, il mio impegno è e resta sindacale.
Quali sono i prossimi appuntamenti della mobilitazione?
Quello più importante sarà il 20 novembre, per lo sciopero studentesco. Sarà coordinato con molti Paesi europei e vedrà studenti e lavoratori scendere in piazza, uniti, per chiedere un modello sociale completamente diverso da quello che stiamo vivendo.