Fabio Canino sul rifiuto a Ballando: “Ci pagavo il mutuo, ora torno in teatro. La nuova giuria? Aspettiamo tre puntate”

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In questa intervista a Fanpage.it Fabio Canino parla del rifiuto al contratto di Ballando che lo voleva prima concorrente e poi di nuovo giurato: “Non si è mai visto un arbitro di calcio che a un certo punto entra in campo a giocare” e ancora “Ci pagavo il mutuo, il mio direttore di banca è andato in depressione”. E sulla nuova giuria con D’Urso e Matano: “È presto, aspettiamo almeno tre puntate per giudicare”.

Per diciassette anni è stato uno dei giudici più taglienti di Ballando con le stelle, poi quest'estate il no al contratto proposto da Milly Carlucci, in cui c'erano una stagione da concorrente e una di nuovo in giuria: "Non si è mai visto un arbitro di calcio che a un certo punto entra in campo a giocare", spiega. Chi l'ha presa peggio, scherza, è stato il suo direttore di banca: "Ha avuto due giorni di depressione". Fiorentino, classe 1963, Fabio Canino viene dal teatro, al quale è tornato con Il brutto anatroccolo di Andersen, e in tv è passato da Macao di Boncompagni a Le Iene fino al suo Cronache marziane, un cult. Ad agosto Mattarella lo ha nominato Cavaliere della Repubblica. E che cosa si fa, per dirla alla Carmelo Bene, una volta diventati un classico? "Forse mi ascolta anche chi prima non mi avrebbe ascoltato?".

In questa intervista a Fanpage.it spiega perché la tv è piena “di raccomandati”, tanto che è diventata "democristiana anche la comicità". Che Marcella Bella, "non sapendo ballare", aveva giocato la carta della permalosità "per avere un altro fascio di luce". E che Malgioglio, definito in passato “gay di regime”, non fa paura perché “è un grande professionista, ma non parla di politica". Liquida poi come "ridicola" la proposta di Vannacci sulla tv che bandisce l’omosessualità fino alle 23, sostiene i giovani e sprona i meno giovani a reagire: "In Italia, se stai per lamentarti, vedi che la sera c'è una partita di calcio in tv e finisce tutto".

Prima della televisione c'è stato il teatro, che è tornato più volte nella tua carriera: Shakespeare, Stravinskij, Luca Ronconi. Perché all'inizio hai scelto proprio il teatro?

Il teatro credo che sia un grande esercizio di disciplina. E poi è la cosa più bella, se ti piace il rapporto con il pubblico. Per tanti anni ho fatto anche l'animatore, e mi è servito a capire chi hai davanti, a creare empatia, a sentire se il pubblico è venuto ben disposto oppure no: in teatro quella cosa la percepisci. Il teatro è maestro. E poi ci sono dei testi talmente belli. Io me li andavo a cercare negli Stati Uniti, me li traducevo e me li adattavo qua: spettacoli che non avrei mai visto se non me li fossi fatti da solo, capito? Fino ad arrivare a Fiesta, quello dedicato a Raffaella Carrà, che è diventato uno spettacolo cult.

O a quello che porti in scena adesso.

Ne sono molto orgoglioso, perché teoricamente è molto distante da me, perlomeno nella percezione del pubblico: Il brutto anatroccolo. Sono in scena con sei musicisti, è una storia molto elegante e drammaticamente attuale. Perché Il brutto anatroccolo, nonostante sia stato scritto nel 1843, parla di oggi: di come vengono bullizzate le persone diverse, di quanto manchi ancora l'inclusività. Devo dire che Hans Christian Andersen, che era un matto completo, ci aveva visto bene. In questo spettacolo io leggo la fiaba, ma ho aggiunto dei pezzi per contestualizzarla. È un progetto di cui vado molto fiero.

Come mai nella stretta attualità non riusciamo ad avere qualcuno che parli in modo così potente di quello che ci succede?

Non credo sia così: secondo me ci sono autori contemporanei che parlano del presente e lo fanno bene. Ma quando ritrovo un autore come Andersen, quello che mi colpisce è che nel 1843 vedesse così lontano, e per questo lo ammiro tanto. Il che dà anche più forza allo spettacolo. È difficile capire subito se un autore contemporaneo ha la capacità di raccontarci quello che succederà tra un secolo. Chi l'ha fatto va premiato.

A proposito di visionari: il tuo approdo in televisione passa da Macao, con Gianni Boncompagni. Quanto era avanti e quanto manca alla tv di oggi una figura imprevedibile come la sua?

Gianni Boncompagni manca tanto, perché era un vero visionario. Un visionario contemporaneo, che sapeva sfruttare pregi e difetti di quello che vivevamo e metterli in scena nella sua televisione. Era molto ironico, prendeva in giro anche noi che facevamo quelle cose. Oggi invece tutti si prendono molto sul serio, come se stessero facendo operazioni a cuore aperto. E soprattutto non c'è coraggio. La televisione ha perso coraggio.

Riguardando oggi quel programma, tanti di voi allora erano giovanissimi, come Sabrina Impacciatore, e poi hanno fatto carriere straordinarie. Boncompagni aveva la capacità di vedere in qualcuno quello che sarebbe potuto diventare.

In quel programma c'erano tanti ragazzi che poi hanno fatto carriera, e in quello Gianni era un maestro. Ti lasciava la libertà di fare quello che sapevi fare, per poi svilupparlo: oggi si chiamerebbe gavetta, solo che lui te la faceva fare direttamente in video. Per me poi era già un mito, perché a lui si deve la costruzione televisiva di Raffaella Carrà. In più era toscano come me, quindi avevamo lo stesso tipo di sarcasmo. Quando fui chiamato avevo fatto il provino sia per Macao che per Le Iene, ed ero stato preso in tutti e due. Allora andai da Davide Parenti e gli dissi: "Davide, guarda, c'è il mio idolo Gianni Boncompagni. Se poi mi vorrete, verrò l'anno prossimo". E Parenti mi rispose: "Sì, stai tranquillo, vai e poi verrai da noi". Così li feci tutti e due, ed ebbi una fortuna enorme. Credo che oggi una cosa del genere non sarebbe nemmeno possibile. Ammesso e non concesso che ci siano provini per programmi così, anche se ci fossero non credo ti darebbero questa libertà.

Chi ha lavorato con Boncompagni sembra aver subito, prima o poi, il suo modo di scherzare. C'è un episodio che ricordi?

Quello che amavo del rapporto con Boncompagni era il dietro le quinte. Ho avuto la fortuna di vedere alcune edizioni di Sanremo a casa sua, con i suoi amici, e la cosa che mi faceva impazzire era che, chiunque apparisse in televisione, lui si girava verso di me e diceva: "Ma non era morto?". Di chiunque saltasse fuori, si chiedeva se non fosse morto. Era il suo modo per sottolineare che gli sembrava tutto vecchio, tutto già visto e già fatto. Vedere Sanremo con lui era uno spettacolo: io non guardavo lo schermo, guardavo lui che commentava dal divano.

Chiudo la parentesi di Macao con un episodio entrato nella storia: Carmelo Bene, ospite in studio, che definisce il programma "pessimo", ma capace di fare ancora peggio. Oggi una tv così permalosa lo accetterebbe?

Prima di tutto, oggi non farebbero mai andare Carmelo Bene in televisione. Perché oggi la tv dev'essere tutta controllata, preventivata, scelta. Carmelo Bene invece era un cavallo di razza che diceva quello che voleva, ed era proprio quello che preferiva Boncompagni. Ma oggi sarebbe impensabile anche un Francesco Cossiga che viene in trasmissione, come accadde nel mio Cronache marziane. Creò il panico, perché scelse me, nonostante lo avessero cercato tutti i conduttori molto più famosi di me e lui avesse detto di no a tutti. Il fatto che avesse scelto me fu già uno scandalo. Ma in più era libero di dire quello che voleva, perché io non lo invitai in quanto politico, ma in quanto uomo di Stato. Quindi le domande non erano per chi votasse o per chi avrebbe votato, ma se il Presidente della Repubblica la mattina avesse qualcuno che lo svegliava o la sveglia sul comodino. Tutte cazzate che piacevano molto ai ragazzi, e che ti fanno conoscere i personaggi da un altro punto di vista.

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Con Serena Grandi a Cronache Marziane

Cronache marziane era avanti anche in altro: siete stati tra i primi a far scorrere in sovrimpressione gli SMS dei telespettatori.

I primi in assoluto!

E i primi a parlare in televisione di feticismo per i piedi.

Certo! Ma Cronache marziane è avanti ancora oggi: me lo chiedono spesso, me ne parlano. Poi è stato scopiazzato qua e là. Devo dire che per me è stato la chiave di volta, umanamente e professionalmente. È il programma a cui sono più affezionato.

Quando fu cancellato, nel 2005, non l'hai presa bene.

Mi ha dato molto fastidio che venisse chiuso. Ci sono rimasto malissimo, perché aveva ascolti altissimi. È vero che costava tanto, perché era in diretta, con tanti personaggi, tutti pagati. Ma un programma con ascolti così alti dava fastidio a molti, per cui nessuno ha pianto quando è stato tolto. Non ho mai pensato, invece, che potesse rifarlo qualcun altro.

Nel 2013 conducevi #Aggratis!, un programma comico in diretta. Oggi, tra politicamente corretto e indignazione social è diventato più difficile far ridere?

Quel programma ha lanciato gli stand-up comedian, che oggi si vedono ovunque. E fu il primo a invitare comici particolarmente svegli e liberi. Non a caso l'autore era lo stesso di Cronache marziane, Gregorio Paolini, un altro genio della televisione. Quel tipo di comicità, in cui uno parla a ruota libera di quello che vuole, oggi è impensabile. Oggi è democristiana anche la comicità, salvo rari casi. Alle Iene ci sono comici che lanciano i servizi e ci vedo una certa libertà, ma sulle reti generaliste anche la comicità è diventata democristiana.

Avvicinandoci a Ballando: la tua battuta a Marcella Bella, che ti ricordava "le turiste arrapate" conosciute da animatore. Poi ti sei scusato, ma l'episodio sembra rientrare in un clima di permalosità generale.

Lì ho usato un termine un po' forte per una signora, ma il punto era che mi ricordava quelle signore che avevo conosciuto da animatore. E lei, non sapendo ballare, l'ha sfruttata con la permalosità per avere un altro fascio di luce. È una televisione ipocrita: anche se la pensi come me, non dirai mai che la pensi come me, perché hai paura che chi decide poi ti tolga di mezzo.

Diciassette anni di Ballando con le stelle: il bilancio è positivo o negativo?

Molto positivo. Prima di tutto per il mutuo della casa: il direttore di banca, quando l'ho avvisato che non facevo più Ballando, ha avuto due giorni di depressione. A parte gli scherzi, è stato positivo per il tipo di lavoro. Non sarei mai arrivato su Rai 1, nel programma più importante e seguito della rete, se Milly Carlucci non avesse visto in me uno degli ingredienti di quel programma. La mia partecipazione era in rappresentanza di una nicchia. Ogni tanto facevo delle battute che nello studio cadevano nel vuoto, ma sapevo che qualcuno, a casa, avrebbe sorriso. Infatti poi mi scrivevano dicendo che si sentivano rappresentati da me.

Dopo diciassette anni, però, ti propongono di fare il concorrente per una stagione e poi di tornare in giuria, e non accetti. Ti sembrava un passo indietro?

No, non mi è sembrata una diminutio. All'interno di un programma come quello i ruoli possono anche cambiare, ma se fai il giudice per anni, dopo non puoi essere giudicato. Non si è mai visto un arbitro di calcio che a un certo punto entra in campo a giocare con una delle squadre. È una cosa complicata, che giustamente farebbe sfogare, e risparmiare ore di analisi, a tutti quegli haters che ti hanno offeso fino al giorno prima perché giudicavi quelli che loro consideravano dei geni della danza. Finalmente si sarebbero potuti sfogare su di te. Non era lucida come cosa.

Sono troppo malevolo se dico che sembrava un modo per spingerti a rifiutare?

Può essere, credo sia più che lecito pensarlo. Dopo diciassette anni, dopo che sono stato scelto da Milly, che ha insistito due anni per avermi, può darsi anche che abbia pensato: hai fatto quello che potevi fare, ciao e grazie. Non credo, però, perché altrimenti sarebbe stato molto più semplice dire: ok, è finita. Invece mi ha proposto questo contratto biennale, che magari qualcun altro avrebbe accettato. Io no. Può essere tutto, ma non la vedo comunque come una cosa negativa.

Nel 2022 Selvaggia Lucarelli, altra giurata storica che ha lasciato, raccontò di essere rimasta delusa dalla tua mancanza di solidarietà. Che rapporto avevate e come siete rimasti?

Ho un buonissimo rapporto con Selvaggia, che stimo tanto. Mi piace anche il suo modo di scrivere. L'episodio che hai citato è stato una piccola parentesi, ma ci sta: in un lungo rapporto di amicizia ci sono alti e bassi, solo che in tv ogni cosa viene resa pubblica e sembra chissà che. Ma finora non c'è stato niente che ci abbia mai allontanato.

E la nuova giuria di Ballando, con l’inserimento anche di Barbara D’Urso, come la valuti?

Non ho ancora visto la prima puntata completa, la sto recuperando su RaiPlay, quindi posso dirti poco. Di sicuro non basta una puntata per dare un giudizio, perché la giuria si deve amalgamare, trovare un equilibrio: non è il singolo che conta, sono i cinque elementi insieme che devono trovare ognuno lo spazio e il modo di reagire. Bisogna dargli almeno tre puntate, poi se ne può parlare. Al momento è ancora presto.

Quando hai salutato, però, hai lanciato una battuta a Pier Silvio Berlusconi: "Io sono pronto". Era un'apertura a un ritorno a Mediaset?

È incredibile, ragazzi, come una battuta, quando riguarda la tv, venga passata al setaccio. Con tutto quello che succede nel mondo, mi sembra assurdo. Era una battuta legata al fatto che, dopo essere diventato Cavaliere della Repubblica, invece del banco di Ballando volevo una tavola rotonda. E siccome a Mediaset ero stato il primo ad avere una tavola rotonda, se Pier Silvio è disponibile io torno. Ma era solo una battuta. Non credo che la proposta sia mai nemmeno arrivata a Berlusconi. Anche perché, se si cerca un avvicinamento con una rete, non lo si fa certo con un post su Instagram.

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Canino Cavaliere della Repubblica

Anni fa, all'Espresso, hai detto di sentirti un "antidoto all'omofobia", perché non interpreti il gay stereotipato. Nella tv di oggi un uomo omosessuale in jeans o in cravatta è ancora più destabilizzante di uno in paillettes?

Fa ancora paura. Se il gay è dichiaratamente gay e ti fa vedere che è lì solo per fare il jolly, o la macchietta con dei look esagerati, allora va bene. Se vai in maglietta e jeans e parli di politica, non è cambiato nulla, al sistema dai ancora fastidio.

Al Messaggero avevi parlato anche di "gay di regime", facendo riferimento a Cristiano Malgioglio. Immagino non l'abbia presa benissimo.

Ah, lui si arrabbiò tantissimo, però non aveva capito quello che intendevo. Cioè che lui adesso è uno che va bene e non fa paura, perché non parla di politica, di guerra o di questioni sociali. Non ce lo vedo a discutere delle grandi questioni. Intendevo questo. Lui fa il suo, è un grande professionista e fa solo quello che sa fare benissimo.

Nella tua carriera hai raccontato anche momenti tutt'altro che piacevoli, fino a un insulto omofobo da parte di un dirigente Rai. Ci sono altri episodi?

Mi dispiace raccontarli, perché sembra che uno voglia sempre fare la vittima. Le donne subiscono perché sono donne, i gay perché sono gay: succede e fa parte anche del gioco. Ti metti in discussione tutte le volte, il nostro lavoro è dimostrare di essere più bravo di un altro, e ci sta. Il problema è che spesso non dipende dal tuo talento o dal tuo non talento, ma dalle famose raccomandazioni. Oggi la televisione è terreno di raccomandati e raccomandate. Quindi non dipende nemmeno più dal fatto che tu sia gay o no, dipende da chi conosci. Io, purtroppo o per fortuna, non ho mai cercato nessun tipo di raccomandazione, anzi non l'ho mai avuta. Non so neanche come si fa, se c'è un corso per imparare a cercare chi ti può raccomandare.

Abbastanza raro, in un'Italia dove una raccomandazione non si nega a nessuno.

Tutto quello che ho fatto l'ho sempre fatto con le mie forze, tant'è vero che spesso mi chiedevano: "Ma tu come sei arrivato qua?". Come se fosse una cosa strana e non la normalità. Io non sono bravo a fare le pubbliche relazioni, e invece nel nostro lavoro sono fondamentali: conoscere le persone giuste, quelle che ricoprono i ruoli giusti. Io non l'ho mai fatto. E ahimè, come aggravante, ho sempre detto quello che pensavo, che forse è ancora più grave che trascurare le pubbliche relazioni. Il mio compagno mi dice: "Se stessi zitto sei mesi, le cose cambierebbero". E io gli rispondo: "È vero, hai ragione". Dopo un'ora leggo qualcosa che non mi torna, riparto in quarta e rovino di nuovo tutto.

Fra le notizie degli ultimi tempi, immagino non ti sia piaciuta quella di Roberto Vannacci, che nel programma del suo partito propone di allargare la fascia protetta dalle 6 alle 23 vietando in tv i contenuti "omosessualisti".

Ovviamente la trovo una proposta ridicola. Ma quello che mi colpisce di più, in questo momento politico, è che vogliono tagliare fuori i giovani. Vogliono giocare e comandare sempre gli stessi. Questa nuova legge elettorale ha reso ancora più difficile candidarsi per chi è fuori dal Parlamento e vorrebbe entrarci: prima servivano 1.500 firme, adesso ne servono 6.000. Mentre per chi è già dentro restano esenzioni e agevolazioni. La competizione non è aperta, i giovani, che sono quelli che davvero dovrebbero dirci che cosa vogliono, non hanno la possibilità di entrare.

Mentre in Paesi come la Francia e la Spagna i giovani sono in piazza per la scuola e per la casa.

Ci sono un sacco di movimenti meravigliosi in Italia. Ti faccio due nomi. Il primo si chiama Primavera, dell'ex ministro Vincenzo Spadafora, e vorrebbe arrivare a tutti quelli che non votano più, ai delusi. Oppure Volt, che è un partito transeuropeo di ragazzi giovanissimi e progressisti. Questo tipo di movimenti non riesce a trovare spazio in Italia. Si dà spazio a un Vannacci che dice quelle cose, ed è colpa della stampa, perché qualunque cazzata lui dica la scrive. E non scrive niente di questi movimenti di giovani che invece hanno idee nuove, proposte e un'idea di futuro. Il problema non è Vannacci per quello che dice, ma chi segue quello che dice. Fatelo dire a lui, ma fatelo dire anche agli altri movimenti giovani.

È per questo che in Italia i giovani non sono ancora scesi in piazza?

Sì, ma anche perché è l'italiano che deve cambiare atteggiamento e mentalità. In Italia, se stai per lamentarti, guardi il calendario, vedi che la sera c'è una partita di calcio in tv e finisce tutto. Secondo me, però, le nuove generazioni, anche grazie al fatto che con i social sono connesse con il resto del mondo, sono pronte. Sono pronte tutte, e proprio perché fanno paura non gli viene data la possibilità di esprimersi.

Sei diventato Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Per dirla con Carmelo Bene: che cosa si può fare dopo essere diventati un "classico"?

(Ride, ndr) Innanzitutto sono diventato Cavaliere per quello che ho fatto e che continuerò a fare: occuparmi di diritti, di inclusività, e usare il microfono per dare voce anche a chi voce non ce l'ha. Forse mi ha dato un po' più di autorevolezza? Forse mi ascolta anche chi prima non mi avrebbe ascoltato? Magari pensano: se l'hanno fatto Cavaliere, qualcosa avrà combinato.

Sul tuo futuro nello spettacolo, invece, che cosa puoi spoilerarci?

Alcuni progetti sono in lavorazione e non posso ancora parlarne. Per ora sono impegnato a teatro con questo spettacolo, che unisce vari aspetti della mia professione e il Cavalierato. Parlare di bullismo, della paura del diverso, qualunque esso sia: per religione, gusti sessuali, fisicità. Credo che andare in giro a dire "guardate, siamo tutti brutti anatroccoli, anche quelli che vi dicono che siete brutti anatroccoli" sia un po' il ruolo del Cavaliere.

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