Michele Cucuzza: “La mia Vita in Diretta cambiò la tv, ce ne fregavamo delle prese in giro. Oggi sono ad Antenna Sicilia”

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Il celebre volto tv si racconta a Fanpage.it: “Per il Tg2 viaggiai per il mondo. Fu Freccero a propormi la conduzione di un programma pomeridiano. La Cortellesi è una grande, ma le nostre inviate non erano come lei le dipingeva”. Sull’accusa di pubblicità occulta da parte di Striscia: “Le mie figlie piangevano, soffrii molto. Fu una pura invenzione che non portò ad alcuna condanna”.

“La gente mi vuole bene, mi riconosce come una persona sincera e onesta”. Michele Cucuzza lo ribadisce a più riprese, dando rilevanza ad un aspetto quasi più importante dei traguardi raggiunti in una carriera ultraquarantennale. “Non ho mai fatto il divo, né mi sono mai mascherato – rivela il conduttore a Fanpage.it – si ricordano ancora di me e questa cosa mi commuove”.

Nato a Catania, Cucuzza è tornato a casa dopo il covid, quasi a voler chiudere un ampio cerchio che al suo interno ha incluso innumerevoli esperienze e soprattutto il record di permanenza a “La vita in diretta”, durata ben due lustri. “Non provo nostalgia, penso sempre a ciò che farò domani, non amo guardarmi indietro. Sono soddisfatto e mi ritengo fortunato”.

Laureatosi in Lettere Moderne, la passione per il giornalismo ha in realtà origini lontanissime: “Mio padre era un vulcanologo e nessuno in famiglia aveva seguito quella strada. L’avvicinamento cominciò già da bambino, quando mi creai il mio giornalino. Ritagliavo le foto, inventavo i nomi dei cronisti. Ero curioso, probabilmente avevo questo amore dentro. Mi affascinava l’idea di raccontare il mondo, ma non immaginavo che sarebbe diventato il mio mestiere”.

A 21 anni arrivò il trasferimento a Milano, che per Cucuzza rappresentò una prima svolta: “Sotto la guida di Piero Scaramucci, inviato del Tg2, nacque Radio Popolare. Eravamo un gruppetto di giovani e mettemmo in piedi un’emittente battagliera, alternativa e al contempo molto professionale. Piero era estremamente rigoroso, ci ripeteva sempre che non dovevamo parlare a chi la pensava come noi, bensì generare interesse in chi non ci conosceva. Lì imparai a fare il giornalista, ad arrivare per primi sul posto, a cercare testimonianze, ad essere sintetici o diffusi a seconda delle esigenze. Dopo qualche tempo svolsi l’esame e divenni professionista. Fui il primo della radio a tagliare quel traguardo”.

A rendere indimenticabile quel capitolo fu, senza dubbio, il faccia a faccia con Sandro Pertini. “Era il 1980 e il Presidente venne a Milano per celebrare la Resistenza. Mi informai sul luogo in cui si sarebbe fermata l’auto blu e mi feci trovare pronto. Fu preceduto dai corazzieri in moto e appena scese me lo trovai di fronte. Non c’erano altri colleghi, io e lui solamente. Accesi il registratore, pensando che se mi avesse mandato al diavolo avrei avuto comunque una prova. Mi vide ed esclamò: ‘Bella barba, giovanotto’. Io lo ringraziai e gli diedi il benvenuto in città. Notando la spia rossa del registratore mi chiese cosa facessi con quel baracchino. ‘Vorrei una sua dichiarazione’, balbettai. La sua replica fu perentoria: ‘Se la vuoi, devi darmi del tu come fanno tutti i ragazzini che vengono a trovarmi al Quirinale’. Fu splendido”.

 Come approdò in Rai?

Un giorno, attraversando Corso Buenos Aires a piedi, incontrai un amico: ‘Ti interesserebbe una sostituzione? Hanno bisogno di collaboratori per un mese e mezzo’. Accettai subito. In questo modo avrei visto la tv da vicino e i suoi meccanismi. Mi avvisarono che la paga era bassa, ma in verità era quattro volte superiore a quello che mi davano in radio (ride, ndr).

Restò più di un mese e mezzo.

Incrociai Bruno Ambrosi, che mi insegnò a confezionare i servizi. Il primo giorno mi occupai di una manifestazione del Partito Comunista e mi spiegò come avrei dovuto realizzarlo. Nel frattempo, scaduto il mese e mezzo, firmai un contratto di tre mesi e in seguito un altro di un anno. I miei pezzi iniziarono a girare, finendo addirittura al Tg1. A quel punto mi assunsero e mi destinarono al Tg regionale della Lombardia, approdando in breve tempo alla conduzione.

Un bel salto.

Mi fecero tagliare la barba, mi riordinarono i capelli e mi misi in giacca e cravatta. Poi, nel 1987, con l’alluvione in Valtellina, mi spedirono a fare l’inviato dalle zone colpite e finii parecchie volte nelle dirette nazionali del Tg1. Da Roma mi notarono e, senza che muovessi un dito, mi contattarono sia Tg2 che lo stesso Tg1. Mi volevano nella Capitale nella redazione cronaca.

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Michele Cucuzza conduttore del Tg2.

Optò per il secondo canale.

Il motivo fu semplice: mi garantirono che avrebbero potuto testarmi alla conduzione. Una possibilità che mi allettò e mi convinse a scegliere il Tg2, dove rimasi dieci anni effettuando una vera e propria scalata: telegiornale della notte, delle 13 e, infine, delle 19.45. Parallelamente proseguivo con i servizi di cronaca, in Italia e all’estero. Viaggiai per il mondo, da New York all’Arabia Saudita, passando per l’Inghilterra. Qui documentai i funerali di Diana e a distanza di qualche giorno seguii anche le esequie di Madre Teresa. Nello stadio della cerimonia c’erano i leader del mondo, ma non c’era posto per gli ultimi, che lei aveva accudito per una vita. Un paradosso.

Nel 1998 ecco “La vita in diretta”.

Ricevetti la telefonata dell’allora direttore di Rai 2, Carlo Freccero: ‘Lo faresti un programma pomeridiano a metà tra la cronaca e l’intrattenimento?’. Gli risposi che ero onorato, ma che forse non sarei stato in grado e che, soprattutto, avrei dovuto avvisare il direttore del Tg2 Mimun. ‘Abbiamo già provveduto ad informarlo’, fu la risposta.

Si ambientò in fretta.

Non ero mai stato in uno studio televisivo, per di più col pubblico. Senza contare i mille collegamenti, la musica. Mi adeguai rapidamente e la cronaca in questo senso purtroppo ci aiutò.

A che si riferisce?

All’alluvione di Sarno. Coprimmo la notizia per giorni, gli spettatori non erano abituati all’idea che una tv stesse sul posto per pomeriggi interi, in diretta, dando la parola alla gente, ascoltando le difficoltà e i problemi. Fummo ripagati da ascolti altissimi. Qualcuno parlò di ‘effetto Cucuzza’. No, era l’‘effetto Sarno’.

Nel 2000 traslocaste sull’ammiraglia.

Avevo Daniel Toaff e Valter Preci come capistruttura e un numero infinito di inviate. Il gradimento crebbe così tanto che da Viale Mazzini si resero conto che certe quote erano da Rai 1. Con buona pace di Freccero, a cui andava tutto il merito, ci spostammo.

Lei, Alberto Castagna, Alda D’Eusanio: il Tg2 sfornò svariati volti dell’infotainment.

Esatto, ma questo non voleva dire che fosse un telegiornale più frivolo. Probabilmente i dirigenti intuirono in noi delle doti, delle attitudini.

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Michele Cucuzza a La Vita in Diretta

Anche la “La posta del cuore” di Sabina Guzzanti le fu d’aiuto.

Fu sempre un’intuizione geniale di Freccero. ‘Il pubblico deve conoscere il tuo spirito. Finora ti ha visto solo come giornalista ed inviato’. Allora interpretai questo mezzobusto innamorato ed abbandonato dalla fidanzata. Partiva la sigla del tg, Sabina si collegava con me e io, dopo pochi secondi, scoppiavo in lacrime. Vennero a consolarmi diverse donne dello spettacolo. Era una bella gag.

Le voci fuori campo della regia, i balli con l’ospite in studio, i collegamenti a casa dei vip. La sua “Vita in diretta” ha segnato un’epoca televisiva.

Non mi rivedevo mai, ma una sera mi imbattei in una replica e mi resi conto che quando Gianfranco Agus intervistava cantanti e musicisti in studio rimanevano tutti paralizzati. L’indomani, senza avvisare nessuno, alla partenza di un brano presi la mia ospite e le proposi un lento. Inoltre, mi avvicinai al suo orecchio senza dire nulla, consapevole che a casa avrebbero immaginato chissà che.

Funzionò.

Altroché! Peccato solo che non avessi avvisato i miei autori. Ero preoccupato, ma dietro le quinte beccai Toaff che mi urlò: ‘Tutti i giorni! Devi farlo tutti i giorni!’. Esplose pertanto la moda dei balli in studio, che mi copiarono a ‘Domenica In’ e da Costanzo. Nel nostro piccolo abbiamo cambiato la tv. Lo affermo con molta modestia. Il clima era positivo e avevo alle mie spalle la Rai. Quando dietro di te c’è un’azienda contenta di ciò che fai non ti interessano nemmeno le critiche e le ironie.

Le prese in giro, in effetti, non mancarono.

Ce ne fregavamo! Ridevamo di quello che dicevano di noi. Parlando seriamente, la nostra ‘Vita in diretta’ contribuì a modificare il daytime portando un genere nuovo. Qualcuno si scandalizzò, ma la maggior parte delle persone impazziva per noi. Surclassammo la concorrenza e un giorno Gianni Letta, che incontrai in via del Corso, si complimentò con me.

La parodia della Cortellesi fu una sorta di consacrazione.

E’ una grandissima attrice e regista. Però le nostre inviate non erano come lei le dipingeva. Ho lavorato con grandi professioniste, il contrario di quello che raccontava. Nella nostra trasmissione c’erano momenti di cazzeggio alternati ad altri molto seri.

Nessun paragone con la “Vita in diretta” attuale.

Partivamo con la parte leggera, aprivamo le porte ai personaggi dello spettacolo e ne invitavamo uno diverso al giorno. Poi nella seconda parte lanciavamo il blocco di cronaca e ci facevamo seri.

Ad un tratto la cronaca nera prese il sopravvento. Agus individuò temporalmente la metamorfosi in occasione del delitto di Avetrana. Concorda?

Non lo so, non faccio il critico televisivo. Io penso al mio lavoro e gli altri fanno quello che vogliono. Con Matano mi pare che il programma vada benissimo. Certo, è cambiato, ma mica si deve sempre proporre la stessa roba. La tv non è uguale a se stessa, ci si evolve.

Nel 2004 si autosospese dopo le accuse di pubblicità occulta da parte di “Striscia”. Possiamo considerarla la ferita più dolorosa della sua carriera?

Decisamente. Ogni sera a ‘Striscia’ mandavano in onda la mia faccia che si trasformava in uno scrigno di monete d’oro e le mie figlie scoppiavano a piangere. Quindi contattai il direttore Del Noce e gli riferii che avrei smesso di condurre il programma: ‘Mi dimetto, metti chi vuoi. Ma se ne uscirò pulito me lo farai rifare’. Andò così. Soffrii molto, perché ero completamente estraneo alla questione.

Nel pieno della bufera dichiarò: “Sono al centro di una ignobile campagna denigratoria”.

La sola idea che pensassero che io potessi arricchirmi scegliendo i locali con cui collegarmi era folle. Mi ci vedi? Non scherziamo. Le interviste in esterna venivano fatte in qualche ristorante. Ma io non ne sapevo niente. Figurati se potevo essere a conoscenza del luogo da cui mi avrebbero chiesto la linea. Il mio compito era preparare la scaletta. Stop. Ci fu un Audit in Rai e fu provato che non c’entravo nulla. Fu una pura invenzione che non portò ad alcuna condanna. Subii una cattiveria terribile, mi martellarono quotidianamente. In genere ci si dimette quando si è colpevoli di qualcosa, io mi dimisi da innocente perché non riuscivo a reggere certi attacchi. Comunque, rividi Staffelli tempo dopo e mi venne a stringere la mano in pubblico.

Nel 2008 lasciò per sbarcare a “Uno Mattina”.

Me lo chiese Del Noce. Eravamo amici e mi propose questo cambio. Mi costò, lo ammetto. La gente mi lega tuttora a ‘La vita in diretta’, tuttavia siamo dei professionisti e la Rai ci ha insegnato che si fa quello che ti dicono di fare. L’obiettivo era solo fare bene il mio lavoro, con rigore. Ad ‘Uno Mattina’ rimasi tre anni, alzandomi all’alba. Non essendo il mio metabolismo troppo mattiniero, nel 2011 mollai e si aprì, a sorpresa, una pagina inedita del mio percorso.

Allude a Telenorba.

Il direttore Antonio Azzalini volle imbastire una specie di ‘Vita in diretta’ e mi sottopose il progetto. Mi trasferii in Puglia, alle porte di Bari, e rimasi là per tre anni. Il programma si intitolava ‘Buon Pomeriggio’ e andò avanti fino al 2019, quando a cercarmi fu Alfonso Signorini.

Per il “Gf Vip”.

Essendo in forse la quarta stagione di ‘Buon Pomeriggio’, risposi positivamente all’invito.

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Cucuzza nel 2020 al Grande Fratello Vip.

La partecipazione ad un reality non va ad intaccare la credibilità di un giornalista?

Ma va! Semmai è una vacanza pagata. Io rimasi un mese e con Adriana Volpe, Antonio Zequila e Rita Rusic creammo un bel gruppetto. Ci siamo divertiti come dei matti.

Fu l’edizione che impattò con lo scoppio della pandemia.

Non sapevamo niente e agli ospiti che entravano in Casa era proibito porre delle domande sull’attualità. Eravamo all’oscuro di tutto, sul serio. Quando uscii il programma si spostò a Milano con Signorini e Pupo, mentre io che risiedevo a Roma potei intervenire da solo dalla Capitale in uno studio isolato. Il lockdown non permetteva gli spostamenti e una macchina veniva a prelevarmi con un separé che impediva qualsiasi contatto con l’autista. Viaggiavamo su autostrade completamente deserte e una sera ci fermò la Polizia. Dovetti fornire le mie generalità e spiegare che mi aspettavano in trasmissione.

A proposito di Signorini, qual è il suo giudizio sulle recenti vicissitudini?

Non ne so molto, ti dico la verità, ma provo dispiacere. Con me è sempre stato amichevole e corretto. Per il ‘Gf’ mi provinò lui e ho dei sentimenti positivi. Il resto non mi riguarda. Non lo sento da anni, il nostro mestiere è fatto così, ahimé. Spesso ci si perde di vista.

L’ultima sua esperienza in Rai da presentatore risale al 2013 con “Mission”. Raccontavate l'esperienza di alcuni personaggi noti inviati in zone del mondo dove vivono i rifugiati politici. Gli ascolti furono bassissimi e le polemiche fioccarono.

Era un programma dal taglio internazionale e al mio fianco ebbi una collega brava come Rula Jebreal. La trasmissione non andò bene e fu un peccato. Mi consentì di andare in Sud Sudan e di scoprire le sofferenze provocate dalla guerra. Le polemiche, sinceramente, non me le ricordo.

Intervenne persino la Presidente della Camera Laura Boldrini, che chiese alla Rai di “evitare strumentalizzazioni e spettacolarizzazioni”. In poche parole, non gradì la presenza dei vip.

La Boldrini, che stimo, forse non colse il ruolo della tv, ossia usare volti famosi per attrarre pubblico e sottoporgli un tema delicato. Non c’era strumentalizzazione. Il programma andò male, ma per me fu un’esperienza importantissima.

Il presente è ad Antenna Sicilia.

Dopo il ‘Gf Vip’ mi richiamò Azzalini e mi passò Angela Ciancio, responsabile del canale che mi offrì la conduzione del tg. In quella fase non lavoravo, mi limitavo a fare delle ospitate, quindi risposi immediatamente di sì. Iniziai l’avventura nel gennaio 2022 e non si è mai conclusa.

Ora il tg lo dirige.

E continuo a condurlo. Tutte le mattine svolgo la riunione di redazione col mio gruppo di bravissimi colleghi. Mi sono stabilizzato in Sicilia da ormai quattro anni e sono rientrato nella mia Catania.

Nessun rimpianto dei riflettori nazionali?

Per me è come se dirigessi un telegiornale nazionale. La mia passione non si è mai esaurita e qua sto benissimo. Noi siamo come i calciatori: giochi dove ti fanno giocare.

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