Piero Badaloni: “Ero scout coi figli di Moro e ne annunciai la morte. Berlusconi mi fece sostituire, parlavo troppo di Prodi”

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Lo storico giornalista si racconta a Fanpage.it. Dal rapimento Moro all’Irpinia, dall’attentato al Papa a Vermicino. Poi la politica come candidato del centrosinistra alla Regione Lazio e le difficoltà nel reinserimento al Tg1 con l’allora direttore Mimun: “Mi spostò da Bruxelles, per lui ero troppo prodiano”.

Ha tagliato il traguardo degli ottant’anni lo scorso 8 settembre, ma per Piero Badaloni il tempo è come se non scorresse. “Per me è semplicemente la seconda volta che ne compio quaranta – scherza a Fanpage.it – lo spirito è quello di quando lavoravo a tempo pieno e conducevo i telegiornali o i programmi del mattino”.

Garbo e pacatezza sono ancora oggi i tratti distintivi di Badaloni, originario di Roma e diplomatosi al Liceo Classico Virgilio prima di iscriversi all’Università alla facoltà di Giurisprudenza: “Ho sempre avuto la passione per il giornalismo, ma mio padre considerava questa ipotesi aleatoria e mi suggerì di prepararmi ad un piano b. Giurisprudenza fu pertanto il mio piano b. Se non fossi riuscito a realizzare il mio sogno avrei potuto optare per la professione di avvocato”. Quasi a voler indicare quale sarebbe stato il suo percorso futuro, la tesi di laurea fu sulla ‘Filosofia del diritto’, ovvero la materia meno giuridica tra le opzioni a disposizione: “Affrontai l’argomento della dichiarazione dei diritti dell’uomo, tema che è pure al centro del mio ultimo documentario che vedrà presto la luce”.

Il primo vero impegno giornalistico fu per Diario Vitt: “All’inizio degli anni settanta mi incaricarono di realizzare tutti i testi contenuti nel diario scolastico. Duecentoventicinque pensierini su questioni legate all’ambiente, uno per ciascun giorno dell’anno”.

Di lì a poco gli si sarebbero aperte le porte della Rai: “Devo ringraziare un amico che mi informò che cercavano collaboratori. Entrai sfruttando uno stage a titolo gratuito. Cominciai da subito a collaborare alle rubriche religiose, dal momento che nessuno degli interni era disposto a farle”.

Perché?

Le reputavano mansioni di ‘serie Z’, motivo per cui l’azienda si affidò alle figure esterne. Per me fu un grosso vantaggio che mi spalancò le porte. Fino a quando nel 1972 un matto ungherese danneggiò la Pietà di Michelangelo. Il direttore dei programmi culturali mi chiese di dare una mano e di seguire tutte le tappe di un restauro durato otto mesi. Fu il mio primo salto di qualità.

Per cinque anni rimase un precario.

Periodo che si concluse con una transazione. Il gruppo di esterni di cui facevo parte intentò una causa alla Rai per ottenere l’assunzione. Ci chiesero di rinunciare ai diritti acquisiti nel quinquennio pregresso e accettai. La prospettiva di una stabilità mi sembrò conveniente.

Da assunto si prospettò subito la chance del Tg1.

Con la Riforma del 1975 nacquero i due telegiornali, Tg1 e Tg2, con lo scopo di creare pluralismo. Per me fu un regalo inatteso, dato che per costruire le redazioni occorrevano giovani e nuova linfa.

Divenne cronista d’assalto.

Erano gli ‘Anni di Piombo’. Nel 1978 raccontai i 55 giorni di angoscia del rapimento Moro. Il mio compito era stare sotto l’abitazione dei familiari per cercare di carpire quali fossero le loro intenzioni, in particolare della moglie. Ci si domandava se trattare o meno. Inizialmente la moglie si mostrò d’accordo con la scelta di non negoziare, poi cambiò idea. Io dovetti raccontare tutto questo e ammetto che l’impatto fu imbarazzante. Ero stato uno dei capi del gruppo scout di cui avevano fatto parte i figli. Li conoscevo bene.

Un altro dilemma riguardò le comunicazioni delle Brigate Rosse.

Entrambi i telegiornali mostrarono delle difficoltà. Il Tg1 era diretto da Emilio Rossi, cattolico molto attento a dare spazio a tutti, mentre il Tg2 da Andrea Barbato. In riunione ci chiedemmo più volte se fosse giusto dare notizia dei loro comunicati. Decidemmo di passarli, tanto se non l’avessimo fatto li avremmo comunque trovati pubblicati sui giornali il mattino seguente.

Il 9 maggio la Gbr beffò la Rai e trasmise prima di tutti le immagini del corpo rinvenuto in via Caetani.

Un’incertezza di pochi minuti che ci costò caro. Si era sparsa la voce che il corpo senza vita di Moro si trovasse in via Caetani, ma non c’era la certezza. La Gbr andò subito sul posto, mentre il nostro direttore volle attendere la conferma da parte della Questura. A dare l’ufficialità sull’identità del cadavere fui proprio io e solo a quel punto la nostra troupe partì. La strada però era già stata chiusa, con gli unici filmati disponibili che furono quelli della Gbr, che li rivendette alla Rai.

Quello smacco spinse la Rai a varare i tg regionali.

In realtà i tg regionali erano previsti dalla Riforma del 1975. Certo, quella vicenda probabilmente velocizzò i tempi. Quando si decide qualcosa, prima che ci si metta in moto ci vuole sempre tanto tempo.

Nel 1980 la spedirono in Irpinia a raccontare il terribile terremoto.

Ci rimasi un mese, spostandomi tra l’Irpinia e la Calabria. Ci tengo a sottolinearlo perché quel sisma colpì pure una buona parte dei paesi della Calabria del nord. Purtroppo se lo ricordano in pochi. A Balvano crollò una chiesa con 65 bambini all’interno che stavano preparando la Prima Comunione. Morirono tutti. Fu uno strazio raccontare quello che stava accadendo mentre dietro di me, con affanno, si cercava di salvare i vivi rimasti sotto le macerie. Più volte la tentazione fu quella di mollare il microfono, prendere una pala e dare una mano.

Il 13 maggio 1981 un altro evento drammatico.

Avevo terminato il mio turno dopo aver condotto il tg breve del pomeriggio. Lasciai la redazione e mi misi in macchina. Verso le 17.30 Roma si paralizzò. Accesi la radio e sentii Gustavo Selva che con la voce concitata diede la notizia dell’attentato a Papa Wojtyla.

La sua reazione?

Tornai di corsa in Rai e quando mi videro mi mandarono immediatamente in diretta per l’edizione straordinaria. Ressi fino alle 20. Furono due ore difficilissime, con quasi nessuna informazione a disposizione.

Non c’erano i social e nemmeno il web. Come si aiutò?

Tramite l’Ansa. Il direttore era fissato: se una notizia non arrivava dall’Ansa, non si dava. Questo ci creò maggiori difficoltà perché le voci che giravano erano tantissime.

Del tipo?

Si disse che l’attentatore era un abortista che si voleva vendicare di un Pontefice anti-abortista. La tensione era alta e bisognava dare il giusto peso alle infinite indiscrezioni. Dovevamo stare attenti a pesare le virgole, a non giocare sull’emozione. In mio soccorso arrivò Alberto Michelini, che si collegò dal Policlinico Gemelli per riferire come stesse il Papa. Caso volle che io e lui ci ritrovassimo quattordici anni dopo come avversari politici, entrambi candidati alla presidenza della Regione Lazio, ma su fronti opposti. Chi l’avrebbe mai immaginato.

Nemmeno un mese e l’Italia scoprì Vermicino.

Conducevo l’edizione delle 13.30 e il direttore Emilio Fede mandò sul posto un inviato per aggiornarci sulla situazione riguardante questo bambino caduto in un pozzo. Avrebbe dovuto avere un minuto a disposizione, ma poco dopo ci richiese la linea spiegandoci che il capo dei Vigili del Fuoco gli aveva riferito che le operazioni di recupero si sarebbero concluse in un quarto d’ora. Fede fu più che contento di andare avanti col collegamento, nell’illusione di portare a casa una storia a lieto fine e le immagini del salvataggio. Purtroppo però quei quindici minuti divennero diciotto ore di agonia.

La sensazione fu quella di una palla di neve che rotolando si trasformò in una valanga.

Ѐ proprio così. Col Tg1 provammo a fermarci verso le 21, visto che pure Tg2 e Tg3 avevano acceso i loro riflettori. Ma il risultato fu una marea di telefonate di protesta. ‘Vogliamo che anche voi andiate avanti’, ci dissero. Questo ti dà l’idea della patologia di spettatori che ormai erano diventati schiavi di un evento rispetto al quale non erano più in grado di allontanarsi. Senza dimenticare che sul posto si presentò anche il presidente Pertini. Questo costrinse la Rai a darne massima rilevanza.

Col dovuto rispetto, a distanza di quarantacinque anni possiamo riconoscere che l’arrivo del Capo dello Stato non fece altro che alimentare il circo mediatico?

Non si può negare. Pertini era convinto che Alfredino si sarebbe salvato e quella sua mobilitazione si legò ad un carattere istintivamente popolare e spontaneo. Anche in Irpinia andò a protestare per i ritardi degli aiuti. Era fatto così.

Lei stesso cedette alla curiosità.

Finii di lavorare e prima di andare a casa mi affacciai là. Ero attratto dalla situazione, volevo vedere, capire.

E?

Rimasi colpito da ciò che trovai, stetti male. C’erano 5-6 mila persona disposte in cerchi concentrici, furgoncini che vendevano panini e bibite. Non c’era nemmeno lo spazio per far passare l’ambulanza nel caso l’avessero tirato fuori. Il problema più grave sta nel fatto che quella tragedia divenne fonte di spettacolo, si alimentò il voyeurismo degli italiani.

In quei giorni l’Italia era turbata dallo scandalo P2, dalla crisi di governo e dal sequestro di Roberto Peci da parte delle Br. Per qualcuno la vicenda Vermicino servì a distrarre il Paese.

All’inizio la storia sembrò un’ottima occasione per distrarre l’opinione pubblica. Diciamo che non dispiacque il fatto che ai telegiornali venisse chiesta la linea da là. Vermicino, ad ogni modo, cambiò il concetto di televisione. Si contarono più di 30 milioni di spettatori e il dato così clamoroso convinse a creare trasmissioni che andassero a cercare storie drammatiche. Si inaugurò la tv del dolore.

“Italia Sera” fu il primo esempio di infotainment.

Vero. Ma prima di ‘Italia Sera’ ci fu ‘Droga che fare’, primo tentativo di collaborazione tra la rete e la testata giornalistica. In Italia era scoppiato il fenomeno della tossicodipendenza tra i giovani e nessuno voleva parlarne. Infatti ci mandarono in onda verso mezzanotte. A ‘Italia Sera’, invece, condivisi l’esperienza con Enrica Bonaccorti, persona deliziosa con cui non fu assolutamente difficile trovare un’intesa. Lei era un’attrice e conduttrice polivalente, io un giornalista. Lei si occupava dell’intrattenimento, io della parte informativa. Sulla carta la convivenza pareva tutt’altro che semplice. Al contrario fu un’avventura divertente e ricordo Enrica con profondo affetto.

Una sera inscenaste un finto omicidio in diretta, approfittando della partecipazione dell’esperto di effetti speciali Anthony M. Dawson. Oggi un episodio del genere scatenerebbe il putiferio.

Non fu un’idea felicissima, lo riconosco (ride, ndr). Il nostro intento era riderci sopra. Di sicuro oggi ci sarebbe tutt’altra reazione perché c’è la tendenza a cercare la polemica. Orma è una sorta di moda, si guarda tutto con la lente d’ingrandimento. Poi però se la lente si rivolta contro non va più bene.

Nel 1986 fu la volta di “Uno Mattina”.

Biagio Agnes ci chiese di inventarci un programma mattutino. La Rai a quell’ora mandava il monoscopio.

Ѐ vero che chiedeste supporto al Censis?

Sì. Volevamo capire quali fossero le abitudini degli italiani e costruimmo la trasmissione sulla base della relazione fornita dall’Istituto. Le informazioni raccolte furono preziosissime: quanto ci mettevano le persone a svegliarsi, quanto impiegavano ad uscire di casa. Creammo un programma che si rinnovava ogni trenta minuti, aprendosi al nuovo pubblico che veniva a formarsi. Alla fine restavano soprattutto i pensionati, che preferivano le rubriche. Quindi la parte informativa cedeva il testimone all’intrattenimento. Fui fortunato a trovare una partner brava come Livia Azzariti, che divenne una colonna del programma proseguendo per dodici anni.

“Piacere Raiuno” fu un’altra scommessa. Quanto era snervante girare l’Italia e cambiare location ogni settimana?

Cambiavamo città e, di conseguenza, anche le storie da portare in diretta nel teatro locale. Fu un disagio che risolsi con il sostegno di tre coppie di collaboratori bravissimi. A ciascuna fornivo tre settimane di tempo per fotografare il paese di destinazione e individuare le storie. Non fu semplice.

Toto Cutugno era davvero spigoloso come lo dipingevano?

Tutt’altro. Era una persona pacioccona, come diciamo a Roma. Era piacevole starci assieme, anche fuori dalla diretta. Lo stesso vale per Simona Marchini, donna di grande ironia. Il segreto di quel successo fu saper fondere informazione e musica. Per la prima volta la Rai usciva dai suoi studi e andava a farsi conoscere.

Non si fece mancare nemmeno un cameo nei “Promessi Sposi” del Trio.

Interpretavo un giornalista del Seicento che annunciava l’arrivo della peste. L’autoironia fa sempre bene nella vita ed è consigliabile per mantenere i piedi per terra. Fu gradevolissimo. Conoscevo e stimavo il Trio ed ero sicuro che non avrebbero strabordato.

Nel 1995 ecco il salto in politica. Chi la convinse?

Mi fu proposto. Il centrodestra con molta intelligenza aveva puntato su una persona della società civile come Michelini. I partiti uscivano da una fase di grande crisi dopo Mani Pulite e, per recuperare la fiducia degli elettori, a sinistra vennero da me a chiedermi la stessa cosa. Sia io che Alberto provenivamo dal Tg1 e dal mondo cattolico. Lui era convinto di spuntarla, tanto che la sua campagna fu svolta interamente a Roma, ignorando la provincia.

A differenza sua?

Io puntai tutto su provincia e periferie. Farsi portavoce delle necessità delle piccole comunità fu l’elemento vincente.

Sono tanti i giornalisti sbarcati in politica e poi tornati alla professione originaria. Non lo ritiene un comportamento perlomeno discutibile?

Approcciai a quell’esperienza come se fossi un inviato spedito nell’universo politico. Non appartenevo a nessuno, non ero iscritto a partiti e questo mi consentì di essere un arbitro. Con un martellamento continuo tentai di far prevalere sempre l’interesse per il bene comune. Poi c’è un altro aspetto da prendere in esame.

Quale?

Se rinunci del tutto al tuo mestiere rischi di diventare un politico di professione. Per me è sbagliato perché ti rende più ricattabile.

Si ricandidò per il secondo mandato e perse contro Francesco Storace.

Fui costretto, non volevo. I partiti del centrosinistra, ahimé, non si misero d’accordo su un nome alternativo e si rivolsero nuovamente a me. Vinse Storace e ti confesso che non mi dispiacque troppo. Questo mi consentì di tornare a fare il giornalista. Se mi avessero rieletto sarebbero passati dieci anni e non sarebbe stato più possibile il reinserimento.

Tornò al giornalismo con il pubblico che la osservò inevitabilmente come una figura di parte.

Per depurare il rientro andai all’estero a fare il corrispondente. Obiettivamente, se fossi tornato a condurre fin da subito il Tg1 delle 20 avrei sbagliato. Non sarei stato più credibile.

La ‘depurazione’ riuscì?

Credo di sì, dipende da come ti comporti. Se da Parigi prendi sistematicamente le difese del governo liberale è chiaro che fornisci un’immagine scorretta. Se al contrario riesci ad assumere la carica di portavoce del pluralismo allora riacquisti quella credibilità.

Dopo Parigi volò a Bruxelles e Berlino.

Quando arrivò alla direzione del Tg1 ebbi un rapporto complicato con Clemente Mimun. Passai quattro anni a Bruxelles, periodo in cui Romano Prodi era presidente della Commissione Europea. Nei servizi lo citavo e Mimun mi contattò accusandomi di essere troppo prodiano.

Come si difese?

Gli risposi che non potevo ignorarlo, essendo il presidente della Commissione Europea. Non ci fu niente da fare, Berlusconi voleva metterci un altro e fece pressione su di lui per sostituirmi. Non mi restò che andare a Berlino e ripartire da capo. Provai immenso rammarico, non erano stati gli spettatori a protestare, bensì l’establishment politico.

Fioccano le accuse per una Rai filogovernativa. Ma in fondo non è stato sempre così?

Hai ragione. Nel mio ultimo libro, ‘La Rai che ho vissuto’, sostengo che la crisi del servizio pubblico e la tendenza di una informazione a senso unico cominciarono nel 2001, quando si passò dal proporzionale al maggioritario. Il vincitore delle elezioni iniziò a farsi ingolosire dalla possibilità di prendersi tutto. A tal proposito, nel 2004 ci fu la Riforma Gasparri che trasferì il controllo politico della Rai dal Parlamento al Governo e la successiva Riforma Renzi ha consolidato questa situazione. Il pluralismo è morto e l’informazione è a senso unico.

La soluzione quale potrebbe essere?

Ѐ dietro l’angolo. Basterebbe applicare il regolamento europeo che sollecita tutti i Paesi dell’Unione a sottrarre il controllo al Governo restituendolo al Parlamento.

Le piace la televisione di oggi?

Guardo solo le reti di nicchia: Rai Storia, Rai 5, Rai Movie. I canali generalisti di Rai e Mediaset non riesco più a seguirli, non hanno il coraggio di rinnovare i loro format.

Salva La7?

Il tg di Mentana lo trovo francamente il più attento, specialmente in tema di esteri. Ma anche qui ci sono sempre gli stessi programmi. Trasmette troppi talk e tutti uguali. Dal lunedì alla domenica, dalla mattina alla notte. Il pericolo è che la gente diventi satura di politica.

Un identico discorso potremmo farlo per la cronaca nera.

Ѐ tanta, assolutamente. Io non ne posso più di sentire parlare di Garlasco. La mania nacque con il delitto di Cogne, con Vespa che portò il plastico della villetta in studio. Ritengo ci sia un accanimento terapeutico.

A ottant’anni cosa fa Piero Badaloni?

Sono in pensione dal 2011 e il bilancio di questi quindici anni è di ventiquattro documentari realizzati e tre libri. Non sono stato fermo. Ho lavorato parecchio con Rai Storia e attualmente collaboro con Tv2000. Ѐ il segreto per accogliere questo appuntamento come la fine dei miei secondi quarant’anni e l’avvio dei terzi!

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