Gianni Ippoliti: “Io meloniano? Avrei contratto faraonico. In Rai direttori nefasti, su Ranucci non si saprà la verità”
In questa intervista a Fanpage.it Gianni Ippoliti replica a chi lo definisce meloniano, dopo la consulenza per Palazzo Chigi e la trasmissione in Rai. Poi interviene sul caso Ranucci-Lavitola ("la verità non uscirà fuori mai"), racconta della bomba esplosa nel suo giardino e l'aggressione per un parcheggio ("45 giorni di prognosi"), rivendica i format che gli hanno rubato ("i Soliti Ignoti è mio") e attacca Viale Mazzini sui direttori di fascia.
Al telefono, dalla spiaggia, Gianni Ippoliti non aspetta la prima domanda. Attacca subito a parlare: della sua storica rassegna stampa che va avanti da venticinque anni, del programma sulle dipendenze Genitori, che fare?, snocciola i dati sui bambini di tre anni già dotati di social. Del resto si è sempre definito "un personaggio di rottura", quindi mantiene le attese: rompe pure lo schema dell'intervista, ribaltando i ruoli e intervistando l'intervistatore.
Così, dopo essere riusciti a ristabilire un ordine, ci ha raccontato cinquant'anni di televisione, cominciati per caso su una pista da ballo, durante i quali ha inventato la marchetta televisiva, il vox populi, i format sui matrimoni, i quiz basati sull'osservazione e non sulla memoria, e trascorsi vedendo le sue idee finire nelle mani di altri, spesso senza una riga di credito. Ricorda ai detrattori che non ha mai avuto un contratto quadro o un compenso faraonico, ma non è un rammarico. A 76 anni, solo di un aspetto è dispiaciuto: “Che non si citi la fonte”.
Gianni Ippoliti, partiamo dal suo cavallo di battaglia: la rassegna stampa dei settimanali, che a Unomattina in famiglia dura da venticinque anni.
Quando è nata non c'erano i social, oggi qualsiasi battuta uno la può trovare nei post sui social. Il fatto che io riesca ancora a fare quel programma significa che forse sono riuscito ad aggiornarmi. Prima uscivano i settimanali, io andavo in edicola il venerdì, sfogliavo e cercavo le cose curiose: il titolo e la didascalia che non corrispondevano, la fotografia in contrasto con quello che si era detto nei giorni precedenti. Adesso i giornali sono preistoria, quando arrivano in edicola si è già detto tutto. Ma è anche difficile trovare le edicole.
E il suo nuovo programma sulle dipendenze, Genitori, che fare?
Dopo tre edizioni passate non è che sia scomparsa l'emergenza droga. La domanda è: cosa deve fare il servizio pubblico contro le dipendenze? Mettere i genitori di fronte a una realtà drammatica. Ci sono dati su bambini di tre anni che hanno già un account social o WhatsApp. Dovunque mi giro vedo bambini con il cellulare davanti, che mangiano con gli occhi sbarrati, mentre il cervello si sta formando. Ed è un problema di attualità. Meta, che ha Instagram e Facebook, è sotto processo proprio per questo in America.
Torniamo a quando lei era bambino. È vero che a undici anni ha iniziato a lavorare portando le quote all'ippodromo?
Allora non c'erano i sistemi rapidi per aggiornare le quote. Gli scommettitori stavano attaccati ai picchetti dei bookmaker a controllare l'andamento: se qualcuno si accorgeva che c'era stata una forte puntata su un cavallo, gli altri giocatori, che sono sempre condizionabili, giocavano tutti quello. Bisognava avvisare in fretta l'altro bookmaker, che poteva abbassare la quota. E io, piccolino, sgusciavo di qua e di là e portavo le quote. Mi divertivo come un matto. Ma non ho mai giocato a nulla in vita mia e sono immune dal gioco d’azzardo.
Poi in televisione ci è finito ballando, per caso.
Ho studiato e lavorato fino al 1976, non ero mai uscito la sera o andato in vacanza. Da bambino ero affascinato dalle edicole: in vacanza ad Anzio mio padre mi ritrovava sempre lì. Volevo fare il giornalaio, non il giornalista, perché vedevo che quello i giornali li vendeva. Poi una sera mi invitarono a cena e dopo si iniziava a ballare. Partì la musica e non ballava nessuno, perché tutti aspettavano che qualcun altro cominciasse. Io mi misi a ballare quasi da solo. Nel locale c’erano Stefania Rotolo, con il suo compagno Marcello Mancini e Franco Miseria che preparavano il programma Piccolo Slam, con lei e Sammy Barbot. Loro mi videro anche parlare con Corinne Cléry e mi dissero: "Tu che conosci tutte queste attrici…". Ma io non conoscevo nessuno (ride, ndr). Però mi risposero: "Ti muovi bene, sei simpatico. Creiamo un angolino dove stai con qualcuna di queste tue amiche". Ma quali amiche?
E lì si è inventato l'ospitata in promozione, l’antesignana della marchetta.
Esatto! Nel '77 chi andava in televisione ci andava perché veniva pagato: gli agenti ti mandavano l'ospitata a pagamento. Io invece andai a cercare tutti i personaggi che erano in procinto di uscire con un film, un libro, un disco musicale e gli chiedevo: "Le va di venire?". Le persone erano incuriosite, dicevano: "Che carino questo ragazzo". E li portai tutti gratuitamente. Persino Olga Karlatos, la Penelope dell'Odissea. Andai a prenderla con la mia macchina e la accompagnai a via Teulada. Un giorno portai perfino Grace Jones, non mi rendo conto come lo feci. Devo avere da qualche parte quel contratto, perché era una cosa talmente anomala. Ho fatto cinquant’anni di tv senza essere quasi mai contrattualizzato.
Poi, nel 1980, arriva Il Barattolo di Fabrizio Frizzi.
Andavo sempre alle conferenze stampa e facevo domande. A quella del Barattolo ne feci alcune e la curatrice del programma, che stava parlando con Corrado, alla fine mi si avvicinò: "Ti andrebbe di collaborare con noi?". L'organico era già fatto, mi chiesero cosa proponessi. Dissi: posso andare in giro a fare domande alla gente sulle cose di cui si discute. Il famoso vox populi, che non conosceva nessuno. Per contratto però non dovevo apparire, dovevo stare di spalle, altrimenti sarebbe stata una prestazione artistica. All'ultima puntata ero accanto alle telecamere e sento i conduttori: "Adesso vi facciamo vedere la persona che ha fatto le interviste". Mi chiamano e mi dicono: sarai tu il conduttore della prossima edizione. Ero impreparato e senza parole. L’anno dopo condussi il Barattolo.
Poi si inventò Provini, prima su GBR e poi su Italia 1 nel 1988. Dilettanti o aspiranti personaggi televisivi per la prima volta di fronte al piccolo schermo.
Fu un successo clamoroso su GBR. Uscì perfino un articolo sull'Espresso che elogiava quella trasmissione curiosa. Un dirigente Mediaset, che i programmi locali non li vedeva, si incuriosì, si fece mandare la cassetta e mi fecero subito il contratto per Italia 1. Da lì nacquero altre trasmissioni, ne proposi talmente tante che molte me le hanno rubate. Ma proprio tante. C’è ancora in giro gente che ci ha aperto delle sue case di produzione.
Si pente di aver inventato le marchette tv, ora che sono diventate la norma?
Le rispondo così: quando ho pubblicato il mio primo libro decisi di fare un solo passaggio televisivo. Venne il Tg3 alla facoltà di Scienze della comunicazione e mi rifiutai di andare in tutte le altre trasmissioni. Trovo irritante che una persona vada ovunque tutti i giorni a parlare del suo libro o della sua opera. Una volta che la notizia l'ha data il telegiornale, non è più una notizia. Io l’ho fatto una volta, poi è stato sdoganato tutto, con pessimi risultati.
Ha capito prima che l'uomo comune voleva entrare in televisione.
Sì, prima dei reality e prima dei social. Uno stava a casa, vedeva in onda qualcuno che non sapeva nemmeno parlare e diceva: "Perché non ci posso andare io?". C'è un pizzico di vanità in tutti noi. Quanti chirurghi conosci che a un certo punto ti dicono: "Io sono anche pittore, ti posso far vedere i miei quadri?". Ognuno è convinto di avere un talento nascosto. Poi certo, in mezzo alla massa esce fuori anche qualcuno che è bravissimo.
In Grandi sceneggiati sfiora il campo della preveggenza quando, nelle sue rubriche, anticipò due vittorie di cantanti a Sanremo: quella di Anna Oxa e quella dei Pooh.
Erano speciali insoliti. Facevo un dibattito con quei titoli: "Perché ha vinto Anna Oxa?", "Perché hanno vinto i Pooh?". Per i Pooh intervistai loro prima del verdetto e mi risposero: "Abbiamo vinto perché la canzone è la più bella". Tutto registrato una settimana prima.
Una libertà espressiva che oggi è sempre più rara.
Angelo Guglielmi mi diceva: "Se vuole lavorare con me deve inventare cose nuove, e l'anno successivo quella cosa non la può più fare, faccia finta di non averla mai fatta". Era uno stimolo straordinario. Oggi invece dominano i format, spesso comprati all'estero e riadattati.
E qui arriviamo al capitolo delle idee che le avrebbero rubato. Il caso più clamoroso?
I Soliti Ignoti. Nel 1991, prima a La vela d'oro e poi per un anno a Girone all'italiana di Andrea Barbato, inventai il primo quiz "autarchico": facevo vedere una persona e chiedevo che mestiere facesse. Sfilavano il postino, il giornalista, il personal trainer. Lo presentai anche a Riva del Garda, ai palinsesti Rai. Era un quiz che, per la prima volta, non si basava sulla memoria, come tutti i quiz storici, ma sulla capacità di osservazione. Poi fui condannato a non ripeterla, nello stile di Guglielmi, e cadde nel dimenticatoio. Nel 2007 mi contatta Pippo Baudo: "Ti chiameranno, vogliono quel gioco". Mi chiamarono come ideatore, poi non mi ricontattò più nessuno. Richiamai Pippo, che mi disse: "Guarda che il programma parte". E alla conduzione c'era Fabrizio Frizzi, che sedici anni prima era stato tra i concorrenti del mio gioco. Nei titoli originali c'era scritto: Identity, format NBC.
Come è potuto succedere?
Perché erano cambiati i tempi. Prima andavi da un direttore di rete e trovavi Guglielmi che era seduto lì, dietro alla scrivania, e se l'idea non gli interessava tornavi il giorno dopo con un'altra. Poi la televisione è finita in mano alle società di produzione esterne: per avere lo spazio in access time devi avere un format. E allora lo si compra in America. Io non lo sapevo che in America mi avevano copiato. Quel gioco l’hanno rivenduto alla Rai, la Rai ha fatto il contratto con quella società, e la società è andata in onda. Questo è quanto.
Anche Scene da un matrimonio, altro successo, nasce da lei. Oggi va in onda Quattro Matrimoni su Sky condotto da Costantino Della Gherardesca.
L'avvocato Assumma mi disse una volta: "Un format sta in cinque parole". Quanto ai matrimoni, all'epoca nessuno aveva mai fatto una trasmissione sul matrimonio, in Italia, dove si parlava del sacro vincolo. Mi dissero di andarci cauto, e io risposi: "Lo facciamo condurre da Mengacci, che non è un personaggio di rottura, così stiamo tranquilli". Fece cinque o sei edizioni più le repliche. Poi sono arrivate le varie versioni che riprendono l'idea principale.
Come nascono certe idee per un programma?
Allora sui giornali della domenica gli annunci matrimoniali erano pagine che sembrava la Divina Commedia illustrata da Gustave Doré. Così ho cominciato ad andare con la telecamera a casa di queste persone: "Lei cosa offre?". E lui: "Ho la pensione, la casa di proprietà, e mi piace coltivare i pomodori". Quella cassetta finì su una scrivania a Mediaset e la vide un personaggio, che non merita di essere citato, e la portò a Maurizio Costanzo spacciandola per sua. Alla fine ho dovuto far scrivere all'avvocato.
Le hanno rubato tante idee?
Tantissime! C’è ancora in giro gente che ci ha aperto case di produzione. Io mi considero un autore e tutto quello che ho fatto, tra tv, teatro, cinema, radio, è nato per reazione a quello che mancava. Copiare non è indecente, l'importante è citare la fonte. A me le idee vengono proprio perché vedo quello che non c'è.
In cinquant'anni ha mai conosciuto la censura?
Non ricordo di essere mai stato censurato in vita mia. Nessuno mi ha mai detto "questa puntata non la fare". Forse a volte erano così particolari che neanche le capivano
A un certo punto ha attaccato il metodo di rilevamento dell'Auditel quando ancora non lo faceva nessuno. È un tema ancora attuale.
Cosa rileva l'Auditel? Che il televisore è acceso. Io posso andare in bagno e lasciarlo acceso su quella rete, ma mica vedo la trasmissione. Non c'è nessun sensore ottico che punta sull'iride di quello seduto sulla poltrona o mentre è a tavola. È un rilevamento non adeguato.
Il suo personaggio del finto notaio, che avrebbe premuto il pulsante per demolire Punta Perotti, spinse i giornalisti a intervistarlo. Una fake news ante litteram?
È la costruzione dell'impossibile che ti dà la dimensione del complessivo, un po’ come sono oggi i meme sui social. Quel finto notaio venne intervistato da tutte le televisioni.
Questo, invece, è più un mistero: perché nel 2019 realizza il cortometraggio Mark Caltagirone: una storia italiana, sul Pamela Prati-gate, e poi non ha mai visto la luce?
Era un lavoro che si alimentava di tutti gli aggiornamenti, ma quando alla fine è venuto fuori che era tutta una bufala mi sono detto: a chi importa più di questa storia? Una diffida arrivò dagli avvocati di Pamela Prati, sostenendo che il corto potesse ledere la sua onorabilità. Ma su una vicenda che era già stata riconosciuta come inventata, l'onorabilità era già venuta meno. E comunque non si può bloccare una cosa prima che venga vista. Resta il fatto che quella storia portò alle tv un indotto economico senza precedenti. C’è gente che ha guadagnato in ogni modo, "io ci credevo", "io non ci credevo". Bellissimo! È come se oggi volessimo fare un corto sui matrimoni annunciati tre volte l'anno da Cristiano Malgioglio.
Nel 2023 il suo scontro in diretta con Tiberio Timperi a Unomattina in famiglia ha fatto discutere. Cosa successe davvero?
Non voglio aggiungere niente a quello che si vede e si sente nelle immagini, che sono tranquillamente visibili. Stavo facendo la mia rassegna e ho cominciato a sentire un borbottio di dissenso, per motivi suoi personali. Gli ho chiesto se ci fosse un problema, e lui: "No, regoliamo i conti fuori". Ecco, lì parlano le immagini, parla l'audio. Non ci siamo mai chiariti.
Come mai?
Guardi, sono passati anni, e le dico una cosa: l'altro giorno ero in un ufficio postale, stavo parlando con il direttore per una persona truffata, una questione seria. A un certo punto si avvicina un altro e mi fa: "Le posso dire una cosa? Ha fatto bene quel giorno a non rispondere a quello…". Come vede, la gente ha capito tutto dalle immagini.
Però le è capitato anche, nel 2024, di essere aggredito a Roma dopo una discussione per un parcheggio. Com'è finita?
Prima questo energumeno si è scagliato contro di me e mi ha colpito con un pugno. Sono finito contro un'autovettura, ma se fossi caduto all'indietro battendo la nuca, adesso non sarei qui a parlare con lei. Poi ho avuto 45 giorni di prognosi all’ospedale, ho saltato due settimane di trasmissione, mi sono dovuto pagare le cure di ogni tipo. Insomma, sono passati due anni, quella persona è stata convocata in tribunale, ma sto ancora aspettando di capire come andrà a finire. Ogni tanto si sente di qualcuno che viene aggredito in giro, ma se la giustizia è così lenta, non so che dire. Oggi andare per strada e cercare di far notare qualcosa è estremamente rischioso. Anzi, devi fare attenzione perfino a salutare una persona.
Da quando collabora con la struttura sulle dipendenze guidata dal sottosegretario Mantovano, e ha realizzato il programma Genitori, che fare?, qualcuno ha lasciato intendere una sua vicinanza al governo. Se la accusassero di essere meloniano?
Secondo lei, se fossi meloniano raccatterei un programma alle 15.20 su Rai 3 per sole undici puntate? Se uno fa il consulente per la comunicazione del dipartimento contro le dipendenze è automaticamente meloniano? E allora magari: mi sarei fatto fare un bel contratto quadro di due anni da 400-500mila euro, che mi garantisse i soldi anche se il programma non si fa o chiude. Non certo mille euro per undici puntate al pomeriggio.
In questi giorni sui suoi social sta ironizzando sul caso che ha coinvolto Sigfrido Ranucci, l'attentato davanti alla sua casa per cui è in carcere Valter Lavitola, che si è dichiarato mandante. Report è un programma Rai, non andrebbe difeso?
Io l'ho sempre seguito Report. Ma la questione dev'essere accertata, verificata, esplorata fino in fondo. Ci deve essere una certezza assoluta, altrimenti è un peccato adombrare dei dubbi sul loro operato. Sul resto della vicenda le dico solo questo: la verità non uscirà fuori mai, perché Lavitola è un personaggio assurdo, che interrogato ammette subito dicendo: "Buongiorno, sono stato io". Oppure chiede ogni tanto di essere risentito dal gip: "Ti dispiace, ti devo dire un'altra cosa". Quando mai s'è sentita una cosa del genere?
Ha mai conosciuto personalmente Lavitola?
No, mai. Ho letto che ci è andato Paolo Mieli, che almeno ha spiegato che nel suo ristorante aveva le cozze sgusciate, e siccome aveva le cozze sgusciate ci andava sempre (ride, ndr). Mi piacerebbe incontrare Lavitola, ma per recensire come si mangia nel suo ristorante.
Anche a lei, nel 2009, esplose una bomba carta nel giardino della sua villa in Salento. È riuscito a capire per quale motivo?
Era una finta bomba. C'era una lottizzazione abusiva intorno alla mia casa e uno stradone doveva passare a un metro dal muro di cinta. Ho fatto dieci cause e le ho vinte tutte, perché erano richieste completamente ridicole. E allora hanno pensato bene di mettermi una bomba carta, hanno provato a spaventarmi. Ma parliamo di povera gente, ignorante, illusa da qualche politico che probabilmente gli aveva detto: “Non vi preoccupate, vedrete che qui si costruirà". Quando invece era un terreno con vincolo idrogeologico e paesaggistico.
Senta, ma qual è il segreto per durare cinquant'anni in Rai, tra cambi di governo e di direttori?
Non ho mai avuto un contratto quadro, né un'esclusiva, né contratti faraonici. Non sono mai stato organico a qualcosa, sarà questo? Ho sempre cercato di dare un contenuto: se vado in televisione è per dire qualcosa che serva alla trasmissione, non faccio ospitate. È lo stesso motivo per cui non vado ai festival di cortometraggi se non ho un corto da presentare.
Ci sono altri in tv che, con meno idee, hanno avuto contratti d'oro.
Non mi lamento, non mi sono mai lamentato. Mi dispiace solo una cosa: che non si sia mai citata la fonte. Una volta nei titoli di coda almeno si scriveva "da un'idea di". Non serve necessariamente essere retribuiti, ma almeno dammi la soddisfazione di riportare il mio nome. Io posso cedere i diritti di una trasmissione, ma il diritto dell'idea è inalienabile.
Ha ancora idee nel cassetto?
Un'idea ce l'ho, che si fa con uno studio e nient’altro. Ma non la porto in tv, perché è cambiato tutto. Adesso non ci sono più i direttori di rete, ci sono i direttori di fascia, che sono una delle cose più nefaste della storia della televisione. Lo dicono tutti! Faccia questa domanda a chiunque e le risponderanno che le direzioni di fascia sono sbagliatissime. Si è perso molto e non è contento nessuno. Ci sono programmi dello stesso tipo che vanno in onda contemporaneamente su tre reti. I pomeriggi con i salotti sono tutti uguali.
Qual è l’idea, riconosciuta o meno, di cui va più fiero?
Avendo fatto l'arbitro di calcio, inventai i bambini che entrano in campo insieme ai giocatori. È una cosa cominciata in Italia, con me, non l'aveva fatta nessuno. Oggi è un protocollo mondiale, si fa in tutto il mondo. Non ho niente di scritto, non ci ho guadagnato nulla, ma è una delle cose di cui vado più fiero. E dimostra quanto sia importante avere delle idee.