Giovanni Muciaccia: “Orgoglioso di Art Attack. Rifiutai Solletico e fu la svolta per la mia carriera”
Un viso che negli anni non è quasi cambiato di una virgola e che gli ha consentito di mantenersi stretto il posto quando altrove, invece, andava in scena il ricambio generazionale. Una qualità che Giovanni Muciaccia ha sfruttato in pieno, rimanendo praticamente la copia di quello che si impose in tv nei primi anni duemila.
Eppure la carta d’identità recita ‘classe 1969’. “Sembrare più giovane di quello che sono mi ha dato l’opportunità di rimanere a lungo ad Art Attack – confida il conduttore foggiano a Fanpage.it – in caso contrario avrei perso l’occasione di essere richiamato e di andare a girare in Argentina”.
Muciaccia in Puglia ci ha vissuto fino al raggiungimento della maggiore età, per poi trasferirsi a Roma. “Feci due anni di università alla facoltà di Architettura. A dire la verità era più un pretesto per poter stare nella Capitale”.
La passione, in effetti, era indirizzata da tutt’altra parte: “Avevo cominciato a frequentare il teatro e mi ero iscritto a dei corsi privati. Ma i miei genitori non volevano che facessi l’attore, allora scelsi il campo più attinente, considerato che avevo preso il diploma di geometra e mio padre aveva uno studio avviato di costruzioni edili. Grazie a Dio iniziai a lavorare in televisione e potei mollare quel tipo di studi”.
Prima del provino per “Disney Club” c’era però stata una tournée al fianco di Paola Gassmann e Ugo Pagliai: “Era l’agosto del 1992 e realizzammo ventisette repliche. Era un grande gruppo e fu una bellissima esperienza. Il passaggio ai casting per la tv fu scioccante, lo ammetto”.
Come mai?
Erano due mondi agli antipodi. Da una parte c’era il teatro classico, dove recitavamo con costumi degli anni ’40, dall’altra c’era una proposta per ragazzi. Un cambio totale di linguaggio, ma mi adattai. Presi il posto di Riccardo Salerno che aveva fatto due stagioni e che non venne confermato per la terza. A quel punto arrivai io ed andai ad aggiungermi ad Emily De Cesare e Dado Coletti.
Poco dopo fu la volta de “La banda dello Zecchino”.
Era un contenitore che portava avanti la filosofia dello ‘Zecchino d’Oro’ durante l’anno. Ogni tanto interveniva il Piccolo Coro dell’Antoniano, che si aggiungeva a scenette, giochi e ovviamente a Topo Gigio.
Terminato il programma, rimanesti a lungo fermo.
Esattamente. Passai due anni e mezzo drammatici. Avevo la mia famiglia che mi ostacolava, nonostante venissi da diverse esperienze in televisione e mi fossi già affrancato. In me scattò un senso di rivalsa. Non tornai a Foggia, ma dovetti affrontare la difficile vita romana. Col senno di poi posso affermare che quel periodo duro mi servì. Certo, se non mi fosse capitato sarebbe stato meglio, ma la vita non è sempre rose e fiori. Ho imparato a gestire il patrimonio e a convivere con un mestiere allucinante. Capita di lavorare e di stare fermo per mesi. Devi mettere fieno nel granaio e attingerne con parsimonia.
Riuscisti a resistere.
Girai uno spot per la Pantene, mentre mi scartarono al provino di ‘Giovani e belli’ di Dino Risi perché sembravo troppo piccolo rispetto ad Anna Falchi, di cui mi sarei dovuto innamorare. Parevo il fratello minore e non risultavo credibile. Fu un peccato. Effettuai l’ultima prova a Cinecittà proprio di fronte a Risi. La scena venne bene, piacque, ma non li convinsi in quanto non colmavo il gap dell’età.
Magicamente si manifestò la chance di “Art Attack”.
Stavo per mollare ed ero in procinto di buttarmi su altro. Accettai di partecipare a queste selezioni convinto che non mi avrebbero preso. Durarono un’infinità e, dopo quattro mesi, mi ricontattarono per il secondo e poi per il terzo incontro. Girai la trasmissione interamente a Londra. Un’assurdità per l’epoca.
Finita la prima edizione ti offrirono “Solletico” e declinasti. Cosa ti passò per la testa?
Non ci dormii tre notti, ricordo tutto nitidamente. Sarebbe potuta essere la svolta della vita. Parliamo di un programma che andava ogni giorno in diretta nel pomeriggio di Rai 1. Senza contare i tanti soldi in ballo. Ma, dopo aver già fatto la prima serie di ‘Art Attack’, preferii accettare il ritorno a ‘Disney Club’, dove avrei goduto di appena tre minuti a puntata, con una clip in esterna sugli animali. Fui guidato da un senso di fedeltà e lealtà verso il capo di Disney Italia, Marco Cingoli, che mi aveva cercato prima degli altri.
Il bivio della tua carriera.
Assolutamente sì. ‘Solletico’ chiuse nove mesi dopo. Al mio posto scelsero Michele La Ginestra, un attore bravissimo. Ma gli ascolti non andavano e pensarono di risolvere richiamando Mauro Serio. Io invece andai avanti con ‘Disney Club’, rientrando in studio, e potei proseguire con ‘Art Attack’. Dopo quel ‘no’ riuscii a chiudere quattordici contratti che non si sarebbero presentati altrimenti.
Addirittura.
Ho fatto i conti. Parliamo di altre sei stagioni di ‘Art Attack’ a Londra, quattro di ‘Disney Club’ e ulteriori quattro di ‘Art Attack’ in Argentina, quando ripresi il ciclo. Sono quelle sliding doors clamorose che a volte si presentano. Credimi, la tentazione di ‘Solletico’ fu forte e ‘Art Attack’ era andato in onda solo per una stagione su Disney Channel. Non era sbarcato in Rai e nessuno poteva immaginare che sarebbe diventato il fenomeno che conosciamo. Non so come feci a dire di no. Bisogna essere anche un po’ matti!
Lavorare in programmi per bambini imponeva il rispetto di un particolare codice comportamentale?
Non mi pare ci fossero clausole nel contratto, però è chiaro che certi elementi andavano valutati. Non è che la sera potevi lanciarti in robe strane. Dalla Disney ho imparato il concetto della cristallizzazione dei personaggi e la cura e la tutela che hanno nei loro confronti. Una filosofia che in parte mi è stata trasmessa.
“Art Attack” fu il primo programma di tutorial.
Un programma di tutorial ante-litteram. Tutti lo riconoscono come tale. All’epoca non c’erano i social e la rete non era così diffusa. Probabilmente è per questo che è così tanto ricordato. Era una trasmissione super stimolante, ti faceva venire voglia di rifare le cose che vedevi. Poi non ci riuscivi, ma questo è un altro argomento (ride, ndr).
Girasti interamente all’estero.
A Londra ci passavo un mese e mezzo, tornando ogni tanto nei weekend. Differente il discorso nel caso delle trasferte a Buenos Aires: in quel caso non tornavo mai. Pensa, mio figlio Edoardo nacque appena prima che partissi.
Parliamo della lavorazione.
Al timone del programma c’era un team imponente. 20-25 ragazzi stavano dietro all’ideazione delle opere e a tutti gli step. Ogni puntata includeva tre lavori, non una roba da poco. Le mani, come tutti sanno, erano di Neil Buchanan, che prima di andare in onda aveva già provato a secco. Quando registravi doveva essere buona la prima.
Tu quando entravi in scena?
Arrivavo e lo staff si presentava con gli scatoloni contenenti gli art-work. Dovevo realizzare un pupazzo? Mi portavano la base per cominciare, dalla carta igienica allo scotch. A seguire mi portavano lo stesso manufatto con la carta igienica già asciutta. Poi la base del colore ed ancora la creazione decorata. Come vedi, i passaggi erano numerosi, bisognava averli già pronti. Senza dimenticare che occorreva materiale per i diversi Paesi del mondo che venivano lì a registrare i loro episodi.
Suppongo che pure per te dovesse essere buona la prima.
Non era facile. Si entrava alle 8 in studio e si usciva alle 18. Era una macchina bestiale, snervante e complicata. Si puntava alla precisione e i registi chiedevano una meticolosità maniacale. Se mettevi la matita storta dopo aver parlato per un minuto, succedeva che ti imponessero di rifare tutto da capo.
Non c’era nulla che fosse farina del tuo sacco?
Tentai più di una volta di propormi, ma in genere cercavano di impedirlo. Un mio coinvolgimento avrebbe rallentato i tempi di produzione. Preferivano piuttosto che fossimo propositivi su testi e contenuti. Il pubblico italiano era diverso dallo spagnolo o dal portoghese e accadeva che ti chiedessero spunti. In tal senso fammi dire una cosa.
Prego.
Qualcuno mi contesta tuttora il fatto che le mani non fossero le mie. Mica era voluto. La verità è che non potevo. Sarei costato il doppio, letteralmente. Loro preferivano ottimizzare, non era oggettivamente fattibile. Un giorno bisognava fare una carta copiativa con un pastello a cera. Mi feci avanti e mi diedero l’ok, ma la telecamera dall’alto ebbe problemi di messa a fuoco. I tecnici dovettero salire e aggiustarla. Perdemmo un’ora e mezzo. Mi dissero: ‘Ti prego, lascia perdere’. E gettai la spugna.
La consacrazione giunse con la parodia di Fiorello.
Mi telefonò mentre mi trovavo nel British Museum di Londra, lo racconto nel mio spettacolo dove rifaccio l’imitazione di lui che mi imita! Non capivo chi fosse, aveva appena iniziato a parodiarmi e io, stando in Inghilterra, non avevo mai avuto modo di ascoltarlo a ‘Viva Radio 2’. Rosario mi ha consentito di farmi conoscere a tutto il pubblico. Mi divertiva il fatto che creasse il contrasto con la mia faccia da bravo ragazzo. In un primo momento ti senti disorientato, ti chiedi se parli davvero in quella maniera. Poi capisci il gioco e ti lasci andare.
Nel 2005 arrivò lo stop al programma.
Lo chiusero, ma poi inaspettatamente nel 2010 ripartì la produzione, stavolta dall’Argentina. A differenza di tutti gli altri Paesi che cambiarono i loro conduttori, io venni confermato. Fui l’unico superstite.
Ed eri rimasto identico.
Ero praticamente uguale. Ma fu un orgoglio anche a livello lavorativo. Gli argentini avevano ereditato il format e dovettero imparare tutto da zero. Io e Antonella Giampaoli, autrice e mamma di ‘Art Attack’ in Italia, trasmettemmo il nostro know how. Eravamo gli unici a possedere delle conoscenze avendolo già fatto per sette anni in Inghilterra.
Hai mai giocato sulla tua estetica perennemente giovanile?
Ti confesso che una volta cambiai la montatura degli occhiali, ma mi accorsi che mi si addiceva di più quella storica. Mi definiva meglio. Venni consigliato proprio da un capostruttura della Rai: ‘Stai meglio con l’occhiale nero’. E tornai al tradizionale.
Stesso discorso per i capelli. Mai un taglio o un cambio di pettinatura.
Con i capelli corti non sto bene, è una mia scelta indipendente dal lavoro.
Hai un cognome particolare. È mai stato un handicap in campo professionale?
Lo hanno sbagliato un sacco di volte, accade anche adesso. L’errore nello scrivere ‘Mucciaccia’ è frequentissimo. Tra l’altro ho scoperto che la versione con le quattro ‘C’ esiste davvero. I Mucciaccia sono mercanti d’arte famosissimi, forse sono loro ad arrabbiarsi se viene scritto con una ‘C’ sola! Un cognome del genere mi ha aiutato molto per arrivare al successo. È particolare, si memorizza. E poi se lo scrivi è un conto, ma se lo pronunci ha un valore esplosivo. Semmai la confusione potrebbe stare nel mio nome.
Ossia?
Mi chiamo Giovanni, tuttavia dall’età di sei anni a Foggia tutti mi hanno sempre chiamato Gianni. Anche ora. Familiari e amici storici mi chiamano così. Ridiventai Giovanni perché per il capo di Disney Italia Gianni Muciaccia suonava strano. ‘Sa di gelataio’, mi ripeteva. Con tutto rispetto per i gelatai.
Sempre per i giovanissimi hai condotto su Dea Kids “Freestyle – Tutta un’altra stanza” e “X Makers”.
In ‘Freestyle’ rifacevamo le camerette dei ragazzi a seconda delle loro passioni. La trasmissione andò molto bene e arrivammo a tre edizioni. Con ‘X Makers’, invece ideavamo e realizzavamo dei nuovi prototipi tecnologici grazie all'uso di stampanti 3D.
Essere etichettato sempre come ‘quello della tv dei ragazzi’ è stato vincolante per la tua carriera?
Non mi sono mai posto la questione. Ritengo la vita piena di sorprese e quel periodo andò così. Occorre avere la buona sorte di incontrare le persone giuste che sappiano consigliarti. Io sono stato fortunato. Per il resto, il passaggio dai bambini agli adulti lo feci. Nel 2018 approdai a ‘Sereno Variabile’, che mi sdoganò. Purtroppo però incrociai chi mi sbarrò la strada.
A chi ti riferisci?
A Carlo Freccero, che quando tornò alla direzione di Rai 2 chiuse una marea di trasmissioni. Nella retata ci finii anche io. ‘Sereno Variabile’ mi venne tolto quasi subito, nonostante avessi fatto il miracolo di mantenere gli ascolti al livello delle edizioni precedenti, mentre i due programmi di divulgazione dove venni spostato mi furono chiusi. ‘5 cose da sapere’ durò appena tre mesi e mezzo e andò persino peggio a ‘La porta segreta’. Avevo firmato per venti puntate, ma Freccero bloccò proprio la produzione. Ne mandarono in onda solo sei dopo che lui se n’era andato.
Rimpianti?
Non soffro, non me ne frega niente, sono contento così. Sono felice di aver messo la firma su una televisione sana che non esiste più e che i bambini oggi cresciuti desidererebbero per i loro figli. Io quel famoso salto avevo provato a farlo. Il problema è che nessuno se ne è accorto!
Ad “Avanti un altro” però ti ingaggiarono in virtù della tua esperienza ad “Art Attack”.
Quella è stata un’avventura meravigliosa. Era agosto e mi telefonò Bonolis. Un fuoriclasse, una delle persone che stimo di più in questo settore. Non mi aspettavo che mi contattasse e percepii sincera stima. Restammo in videochiamata per quaranta minuti e mi recai a Roma per una riunione con i suoi autori. È chiaro che la mia partecipazione dovesse legarsi al mio personaggio. Quindi trovammo quella chiave. Mi trovai in mezzo a due grandi come Paolo e Luca in uno scenario che mai avrei immaginato di vivere.
Nei tuoi spettacoli a teatro ti rivolgi al pubblico di ex ragazzi. Si torna sempre lì.
Mi esibisco a teatro, nelle piazze e ai Comics dove c’è principalmente il pubblico che ho cresciuto. Non mi pongo più il problema. Nella vita siamo noi a darci dei limiti. Se mi chiedi se vedo il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, ti rispondo che per me è sempre tutto pieno. Ho fatto una tv che verrà ricordata e di cui sono orgoglioso.
Nel frattempo sei sbarcato su Youtube con “Studio Muciaccia”.
Mi prende tanto tempo in ricerca e scrittura, ma mi assicura enorme libertà. Nessuno mi dice cosa mettere o eliminare. È un progetto che mi sta appagando perché ho avuto conferma ancora una volta che alla gente piace comprendere cose difficili raccontate in modo semplice. La possibilità di trasmettere la creatività attraverso i racconti mi entusiasma. Un tempo lo facevo con la manualità, ora raccontando la grammatica dell’arte. Una delle puntate più viste è stata quella sull’astrattismo. Questa responsabilità mi spinge a lavorare in maniera ancora più complessa.
In pochi sanno che pratichi kitesurf.
Scoprii questo sport tantissimi anni fa durante una puntata del ‘Disney Club’. Rimasi folgorato, fu un amore a prima vista. Io pratico il freestyle, faccio salti, rotazioni. Sono ad un livello advanced.
Pericoloso?
Purtroppo mi infortunai quasi subito, ma le vele dell’epoca erano dei trattori. In una giornata di forte vento impattai violentemente sull’acqua e mi lacerai il collaterale interno della gamba sinistra. Devi uscire con dei venti moderati ed è uno sport che richiede tempo.
E soldi, aggiungerebbe qualcuno.
Non direi. Adesso si è sviluppato un vasto mercato dell’usato. Senza spendere troppo si riesce ad acquistare l’intera attrezzatura.
La televisione è un capitolo chiuso?
Al momento è un capitolo sospeso, ma va bene così, credimi. La mia vita è riempita dallo studio e dalla ricerca che rifletto su Youtube, nei miei spettacoli e nel mio laboratorio, dove realizzo le mie opere. Prima o poi organizzerò una mostra.
Ti hanno mai proposto talent o reality?
’Ballando con le stelle’ già l’ho fatto, mentre ‘Tale e Quale’ mi fu offerto l’anno scorso. Peccato che io non sappia cantare e sia stonatissimo. Dove vuoi che vada? In merito ai reality, me ne hanno proposti a profusione e la risposta è sempre stata negativa. Non giudico chi ci va, le dinamiche che ti portano ad accettare possono essere le più disparate. Ma fino a quando potrò li eviterò. Mi auguro di avere sempre la forza per poterli scansare.
Qualora tornassi con un tuo programma, quale sarebbe il target di riferimento?
Auspico di tornare per rivolgermi a degli adulti, a quei 35-40enni che erano bambini e ragazzi ai tempi di ‘Disney Club’ e ‘Art Attack’. Vorrei parlare a loro. Comunque lo ripeto: sono appagato. Per me il lavoro non è il fine, bensì il mezzo per arrivare alle cose da fare nel mio privato. Se in tv ci sarà qualcosa interessante da condurre bene, altrimenti pazienza.