Uscito al cinema il 15 ottobre, è già tra i film più visti nelle sale. La domanda è ricorrente: ma com'è Je so pazzo sulla vita di Pino Daniele? L'insistenza di questo interrogativo è lo specchio della paura diffusa di dover assistere alla profanazione della memoria di Pino, con il rischio di dover uscire dalla sala con una smorfia. Il trailer in questo non ha aiutato, il film sembrava non avere una direzione chiara, come latitasse la volontà di mettere tutti d'accordo.
Pino Daniele viene mostrato nella sua profonda umanità, quella che non fa sconti. È un uomo goffo e taciturno, che si trascina da una stanza all'altra con la chitarra a spalla e un boccone di friarielli che gli penzola dalla bocca, che si rifiuta di guardarsi allo specchio per non inciampare nell'immagine di un padre padrone e violento. Un rapporto che segna la sua infanzia, trascorsa in affido con le due zie "signorine", e che non gli consente di impossessarsi dell'immagine dell'uomo che sta diventando. E non gli consente di amare come vorrebbe, in perenne conflitto tra il rimanere e l'andare via.
Nemmeno la sua città è un punto fermo. Napoli è una madre che gli ha dato tutti gli strumenti, alla quale lo lega un amore viscerale, ma subisce a sua volta gli effetti collaterali di un sentimento interrotto. "Una carta sporca" abitata da "mille paure", che lo ha spinto a prendere la decisione di andarsene, trasferendosi a Roma con la prima moglie Dorina e la primogenita Cristina, ma mai a staccare lo sguardo dai vicoli in cui era cresciuto. C'è una specie di tormento statico in questo Pino chiuso in una sala discografica dalle pareti imbottite, mentre canta Je so pazzo e sembra che attorno a lui le atmosfere siano talmente tetre da richiamare un horror.
Massimiliano Caiazzo, messo di fronte un'impresa titanica, ha preso svariati kg per prestargli un corpo imbolsito, funzionale al racconto del suo rapporto malsano con il cibo, e ha improvvisato il suo migliore lipsync per non tradire le intenzioni dei brani cult inseriti nella trama come fil rouge musicale di una vita intera. Si canta, e molto, ed è uno degli aspetti che potrebbe stimolare il passaparola al cinema, come già accaduto per film come Michael e A Complete Unknown.
Succede spesso che quando si tocca il mito ci sia il rischio tangibile di sollevare più di una considerazione. Forse la vera bellezza è tutta qui: la capacità di non far sedere tutti dalla stessa parte, di innescare un dibattito, di ossigenare il tema delle scelte. È prassi storcere il naso quando si toccano le opere di Eduardo De Filippo, prevedibile potesse aprirsi il medesimo scenario, ma stavolta, a fronte di un immaginario così inespugnabile, la versione di questo Pino Daniele è innegabilmente qualcosa che vale la pena vedere.