Il rapporto di Pino Daniele con il fratello Carmine e l’infanzia con le zie

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Carmine Daniele e Pino Daniele, in una foto degli anni Ottanta
Dalla prima chitarra ricevuta a nove anni alla dedica di I Got the Blues: l’infanzia lontano dai genitori, il rapporto con Gennaro e la storia del fratello Carmine.

A comprare a Pino Daniele la prima chitarra, quando aveva appena nove anni, furono Lia e Bianca, le due donne che chiamava "zie" e con cui trascorse parte della propria infanzia. La storia familiare del cantautore è segnata da rapporti complessi, a cominciare da quello con il padre Gennaro. Accanto a queste difficoltà, c'è stato lo speciale legame con Carmine, il fratello più giovane di tre anni, con cui condivise i primi anni di vita e rimase in contatto anche dopo aver lasciato Napoli.

Lia e Bianca, le donne che Pino Daniele chiamava "zie"

Rita De Luca, la madre di Pino, lavorava come domestica nella casa di Lia e Bianca, due sorelle che si affezionarono al bambino e cominciarono a prendersi cura di lui. La famiglia Daniele viveva in un basso napoletano, un appartamento di una sola stanza con un piccolo cucinotto e un bagno, e con l’arrivo degli altri figli le difficoltà economiche si facevano sempre più pesanti. Pino trascorse così sempre più tempo a casa delle due donne, fino a crescere con loro a piazza Santa Maria La Nova. Non erano sue zie anche se le chiamava così, ma furono una presenza costante nella sua infanzia: proprio da loro, a nove anni, ricevette la sua prima chitarra. La lontananza dai genitori, però, rimase un punto dolente. La seconda moglie, Fabiola Sciabbarrasi, ha raccontato al Corriere della Sera che Pino visse quella separazione come uno strappo, soprattutto quando nacquero gli altri cinque fratelli.

Il difficile rapporto con il padre Gennaro

Gennaro Daniele lavorava al porto di Napoli, dove scaricava le merci dalle navi americane. Per arrotondare, accompagnava i soldati statunitensi al Club Marocco, tra il Molo Beverello e via Medina, e portava con sé anche il figlio Pino. A ricordarlo è stato Nello, uno dei fratelli del cantautore, in un’intervista a Repubblica a luglio 2026. Fu in quel locale che il giovane Pino ebbe modo di ascoltare il blues, un genere che avrebbe avuto un ruolo importante nella sua formazione musicale e che avrebbe poi mescolato al jazz e alla tradizione napoletana.  Quel mondo riaffiora anche in Ue man!, brano del 1979 che, come ha raccontato Nello al Corriere della Sera, Pino dedicò proprio al padre. La canzone mette in scena un uomo che si rivolge a un soldato americano, mescolando inglese e dialetto napoletano nel tentativo di guadagnare qualche dollaro. Quando Pino cominciò a inseguire il sogno di fare musica, però, il padre non sembrava prenderlo troppo sul serio. Nello ha ricordato che quando il fratello portò a casa il suo primo singolo, Che calore, Gennaro lo prese in giro chiedendogli: "Ma dove vai con ’sto disco?". Pino continuò comunque a lavorare alle proprie canzoni, fino alla pubblicazione di Terra mia nel 1977, il disco d'esordio che conteneva già alcuni dei brani più importanti del suo repertorio.

Un episodio significativo del rapporto tra padre e figlio è stato raccontato anche da Nicola Prosatore, regista di Je so’ pazzo. In un’intervista a Repubblica, ha spiegato di averne ricostruito la storia attraverso un lungo colloquio con Dorina Giangrande, prima moglie del cantautore. Fu lei a raccontargli che Pino non aveva partecipato al funerale di Gennaro, ma si era occupato di vestirlo prima delle esequie. Un ricordo che ha colpito profondamente il regista e che lo ha spinto ad approfondire il legame complesso tra i due, uno dei temi affrontati nel film. Le difficoltà, tuttavia, non impedirono a Pino di continuare a occuparsi dei genitori. Alessandro Daniele, figlio del cantautore, ha raccontato che il nonno aveva problemi con il gioco d'azzardo e trattava male la moglie e i figli. Eppure, quando Gennaro si ammalò, Pino volle che sentisse intorno a sé il calore della famiglia. Anche dopo il successo continuò ad aiutare i genitori: nel 1981, con i guadagni di Vai mo', comprò loro una casa, come ha ricordato Nello. Il loro fu un rapporto difficile, segnato da incomprensioni profonde, ma nel quale Pino continuò a trovare spazio per gesti di cura e vicinanza.

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Carmine, il fratello a cui è dedicata I Got the Blues

Il soprannome "’O Giò" nacque quando Carmine era ancora in fasce: la sorellina Anna, morta di leucemia a soli tre anni, lo cullava ripetendo "giò giò". Fu lui stesso a raccontare l'origine di quel nomignolo, rimasto con lui per tutta la vita. Più giovane di tre anni rispetto a Pino, Carmine crebbe insieme al fratello nella casa di Lia e Bianca. I due dormivano nello stesso lettino, andavano al mare alla Gaiola, a Posillipo, e giocavano con i giocattoli che le due donne regalavano al maggiore. Sono ricordi raccolti nel libro Yes I Know… Pino Daniele tra pazzia e blues: storia di un Masaniello newpolitano, scritto dal giornalista Carmine Aymone. Carmine raccontò anche che in quegli anni lavorava in un bar di fronte alla scuola Diaz, frequentata da Pino, e ogni giorno gli portava tre sigarette sfuse, pagandole 45 lire. Un piccolo gesto che faceva parte della loro quotidianità, insieme alle giornate trascorse nel quartiere e alle uscite al mare. Il trasferimento di Pino lontano da Napoli non interruppe il rapporto con Carmine. Quest'ultimo raccontò che il fratello lo chiamava quasi ogni giorno per sapere come stava, chiedergli le novità del quartiere e avere notizie degli amici di un tempo. A Carmine il musicista dedicò I Got the Blues, brano contenuto nell'album Bella ’Mbriana, pubblicato nel 1982, che inizia con le parole:"’O Giò che voglia ’e te vedè" ("O Giò, che voglia ho di vederti"). Nel libro, Carmine raccontò che fu Tullio De Piscopo ad anticipargli la sorpresa un giorno che si incontrarono a Napoli. Il batterista gli disse infatti che Pino gli avrebbe fatto un regalo musicale: "Non capii. Una settimana dopo, ascoltai la canzone. E piansi", ricordò.  Della vita di Carmine lontano dai ricordi legati al fratello si conosce poco. Lavorò all'Asl Napoli 1, era sposato e aveva tre figlie, Rita, Antonella e Loredana. Anche quest'ultima ha seguito la strada della musica e nel 2015 pubblicò il suo primo disco, dedicandolo proprio allo zio Pino, che le aveva trasmesso la passione per il canto.

Dopo la morte del cantautore, il 4 gennaio 2015, Carmine fu tra i familiari che si batterono perché anche la sua Napoli potesse rendergli omaggio, dopo i funerali che si erano svolti a Roma. Grazie alle proteste dei fan e in seguito a un confronto tra i parenti, venne organizzata quindi una seconda cerimonia nella città in cui era cresciuto. L'anno seguente, quando a Pino venne intitolato un vicolo nei pressi di Santa Maria la Nova, Carmine contestò la scelta: riteneva che il fratello meritasse piuttosto una piazza, per aver portato la cultura napoletana nel mondo. Carmine è morto il 25 novembre 2024, a 66 anni, nell'ospedale di Bari, in seguito alle complicanze di un trapianto di cuore. La notizia arrivò il giorno dopo che, allo stadio Diego Armando Maradona, era stato presentato Again, brano inedito di Pino ritrovato dai figli Alessandro e Sara.  Fu, ovviamente, I Got the Blues ad accompagnare l'ultimo saluto a Carmine nella basilica di San Giovanni Maggiore Pignatelli.

Je so’ pazzo, gli anni della formazione di Pino Daniele

Diretto da Nicola Prosatore e interpretato da Massimiliano Caiazzo, Je so’ pazzo segue Pino Daniele nella Napoli degli anni Settanta, tra i primi passi nella musica e la ricerca di un suono capace di tenere insieme blues, jazz e tradizione partenopea. Il racconto arriva fino al concerto del 1981 in piazza del Plebiscito, quando il cantautore si esibì gratuitamente davanti a circa 200mila persone. È il percorso di un musicista ancora lontano dalla consacrazione, ma già deciso a fare della propria musica qualcosa di riconoscibile e profondamente legato alla sua città.

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