Maurizio Casagrande: “Alla batteria sono più bravo di Verdone. Maradona? Incontrato una volta, in una situazione antipatica”
Sabato 3 ottobre debutta al Teatro PalaPartenope di Napoli "Numero 10", lo spettacolo su Diego Armando Maradona prodotto da Coloriamo i Sogni, con regia e sceneggiatura di Carolina Fanelli e la collaborazione ai testi di Marino Bartoletti. Il racconto parte dalla fine, dalla morte del campione, per poi tornare a Buenos Aires. Erasmo Genzini è Diego, Lina Sastri sua madre. Maurizio Casagrande è Ottavio Bianchi, l'allenatore del primo scudetto: un ruolo, dice a Fanpage.it, "molto lontano da me come personalità".
Napoletano, figlio dell'attore Antonio Casagrande, il 4 novembre compirà 65 anni. Ha cominciato come batterista, è cresciuto in teatro accanto a Vincenzo Salemme, Carlo Buccirosso e Nando Paone e oggi firma i suoi spettacoli, da "Il viaggio del papà" a "La prova del nove". A Fanpage.it ricorda la notte dello scudetto del 1987, l'unica volta che ha incontrato Maradona, la lettera del padre e la scommessa fatta su Vincenzo Salemme.
Partiamo da "Numero 10": nello spettacolo su Maradona tu sei Ottavio Bianchi, l'allenatore del primo scudetto. Che ruolo è?
Molto lontano da me come personalità, quindi un divertimento che mi sono concesso. Perché sicuramente è stato un grande allenatore, ha fatto grandi cose, però non era proprio che brillasse di simpatia e di capacità comunicativa. Mi è piaciuto fare questa cosa, perché così fai qualcosa di diverso ogni tanto e racconti qualche momento di te diverso. Quello che mi ha convinto è che noi non raccontiamo il documentario. Basti, per esempio, che io ho il pizzetto, che non mi faranno togliere, e Ottavio Bianchi il pizzetto non l'ha mai avuto. Se avessimo voluto mantenere fede esattamente alle caratteristiche fisiche, e quindi anche della persona e della personalità, avremmo fatto un altro tipo di spettacolo. Invece noi raccontiamo quello che c'è dentro questi personaggi, senza troppo occuparsi dell'involucro. Diventa una storia più alta.
Il rapporto tra Bianchi e Maradona non fu sempre idilliaco. In scena tu sei una sorta di antagonista?
Diciamo che non è stato mai idilliaco. Ma in realtà, Ottavio Bianchi era un allenatore molto lucido, che ha capito da subito con chi aveva a che fare e ha colto immediatamente i punti di forza. È un tipico allenatore di quelli che pensano che la squadra è il motivo per cui si vince, indipendentemente dai giocatori. È chiaro che con degli ottimi giocatori è meglio, ma credo che nella sua filosofia ci fosse: meglio giocatori mediocri che giocano tutti insieme, piuttosto che una squadra di campioni slegati fra loro, dove sei sempre legato all'attimo e non al concetto profondo di squadra, che si muove come movimento unico. Infatti nei momenti di allenamento che costruiamo nello spettacolo io continuo a dire: "Dovete guardarvi continuamente. La squadra si rompe quando ognuno pensa di potersela cavare da solo". Un fuoriclasse come Maradona, che sarebbe arrivato lì a rompere completamente l'idea che lui aveva, lo ha preoccupato molto.
Eppure qualcosa di Maradona lo conquistò.
Pur contestando e per certi versi detestando i lati, diciamo, inquieti – chiamiamoli così – di Maradona, ha invece amato profondamente la sua capacità. Non la sua grandezza, quella l'hanno amata tutti. Lui ha amato la sua enorme capacità di sacrificarsi, la sua straordinaria capacità di allenarsi. C'è una battuta in cui io dico: "Mi hai conquistato quando ti ho visto allenarti come se ne avessi più bisogno di chiunque altro". È lì che nasce questo rapporto, dove però c'era lui che diceva: "Io non permetterò a niente di mettersi tra la squadra e il lavoro che fa". E Maradona si è messo in mezzo troppo spesso. Era una battaglia continua. Ma quando è morto Maradona le dichiarazioni di Bianchi furono molto dolenti, da uomo che aveva perso qualcuno che riteneva una sorta di figlio.
A proposito di padri e figli. Tuo padre, Antonio Casagrande, l'hai descritto come "un inglese nato a Napoli". Per un personaggio freddo come Bianchi hai pensato a lui?
No, freddo no. Mio padre non era freddo, assolutamente. È stato un padre all'inglese nella scena, non nella vita. Nel lavoro, sì, era molto freddo e misurato rispetto all'attore napoletano che tende un po' a svaccare, tende a esagerare. Mio padre aveva una misura molto concreta, quindi in questo senso inglese, non per freddezza. Mio padre non è mai stato freddo nella vita. Quindi non avrei potuto prenderlo a esempio. Anzi, è stato un mio accanito ammiratore, soprattutto da un certo punto in poi.
Che rapporto c'era con tuo padre?
È stato molto freddo agli inizi della carriera, non mi diceva nulla, e questo mi preoccupò molto, perché pensavo di non piacergli. In realtà poi lui mi ha confessato, dopo 2-3 anni che avevo già cominciato e che ero ormai un attore che già lavorava, in via di affermazione, mi scrisse una lettera bellissima in cui diceva: "Tu probabilmente sei più bravo di me. Ma questo mestiere è un mestiere ignobile, e tutto avrei voluto tranne che mio figlio facesse la stessa vita che ho fatto io".
Dov'eri il 10 maggio 1987 (primo scudetto del Napoli, ndr)?
Ero uno degli scalmanati per strada. Ero dipinto di azzurro in faccia. Io e la mia compagna dell'epoca ci vestimmo completamente di celeste, avevamo la faccia dipinta di azzurro, tanto è vero che mi andò pure negli occhi e mi provocò una piccola irritazione. E poi siamo stati testimoni del momento in cui erano saliti tutti su un autobus a piazza Plebiscito. C'erano più di cento persone. E dentro di me avevo voglia di salirci anch'io, anche se pensavo che fosse una cosa piuttosto vandala quella che stavano facendo. Però c'era un'esaltazione… Diciamoci la verità: quello scudetto non è stato semplicemente uno scudetto. È stato un momento in cui una città che era veramente sotto le macerie del terremoto dell'80, in uno dei momenti forse più tristi e brutti della città di Napoli, piena di problemi, si diceva: "Cavoli, ma allora siamo anche capaci di vincere".
Maradona l'hai mai incontrato di persona?
L'ho incontrato solo una volta, in un locale, tra l'altro in una situazione un po' antipatica. Ero in compagnia di un'amica, e questa amica volle entrare nel privé dove c'era lui. Non la facevano uscire più, c'era un servizio d'ordine che non faceva passare. E però io l'avevo vista un attimo in difficoltà, e quindi dovetti un attimo intervenire, come per dire: "Guardate, se lei vuole rimanere, per me non c'è problema. Ma se lei non mi dice ‘vai', io da qua non mi muovo".
Tu, come Carlo Verdone, hai suonato anche la batteria.
Mi permetto di dire che sono più bravo di Carlo Verdone.
Ecco, perché il tuo è stato proprio un lavoro?
Sì, non ero un batterista di prima fascia ma ho fatto il turnista di sala. Ho inciso anche qualcosa, ma erano tutti provini. Non ero il batterista che faceva il disco. Però quando c'era qualcuno che aveva meno soldi a disposizione, aveva bisogno di un batterista preciso che potesse fare un demo. All'epoca se ne facevano moltissimi, dei dischi da portare come dimostrativo alle case editrici. Poi ho fatto tournée. Avevo un gruppo rock, i Tetra Neon. C'era una sorta di Woodstock napoletana, dei concerti che si facevano al Teatro Tenda – non al PalaPartenope di oggi, il vecchio Teatro Tenda – giornate intere di musica: si cominciava al mattino e si finiva la sera del giorno dopo. E noi vincemmo ed entrammo a far parte del gruppo che faceva il tour in tutta Italia. Quindi cose belle ne ho fatte come musicista.
E perché hai smesso?
Uno dei miei migliori amici è Giancarlo Ippolito, l'ex batterista di Mango. Lui era molto più bravo di me, tant'è che glielo dico sempre: "Io ho smesso di suonare per causa tua, perché ti vedevo talmente inarrivabile". Ti demotivi un pochino quando vedi qualcuno che sta troppo avanti a te, e casomai è pure più piccolo.
Poi il teatro ti ha ripagato di tutto.
Diciamo che il teatro mi ha rapito, poi. Perché in realtà per i primi anni – forse esagero a dire dieci, ma sicuramente sei o sette – ho fatto l'attore pensando: "Vabbè, faccio questo per guadagnare dei soldi, ma tanto poi sono batterista".
A casa custodisco una vhs di "Fatto di cronaca" di Nello Mascia: tu sei giovanissimo, un esordiente quasi. Lì c'era ancora il Casagrande che voleva fare il batterista?
Esatto. Ho cominciato a fare teatro intorno all'81-82, a vent'anni circa, però ancora facevo il musicista, tanto è vero che in quel periodo ho anche registrato dei pezzi. Mi ero tagliato i capelli perché dovevo fare l'attore, ma comunque pensavo: "Chissà se ne accorgono che io non sono un attore, ma sono un musicista?" E poi, dopo qualche anno, mi sono domandato: allora sono io che non ho capito qual è la realtà?
Salemme, Buccirosso, Paone. Qualche mese fa proprio Nando Paone mi raccontava che tra voi è sempre come se vi foste lasciati il giorno prima, ma che col tempo ognuno ha preso la sua strada. Funziona così?
Esattamente così. Poi ci sono delle compatibilità. Tra l'altro con Nando, vedi? Tu hai nominato "Fatto di cronaca". In "Fatto di cronaca" Nando non c'era: ma c'era l'anno prima, "L'ultimo scugnizzo", uno spettacolo della stessa compagnia. Quindi in quegli anni là, io e Nando già ci conoscevamo, ma con Vincenzo no. L'ho conosciuto anni e anni dopo. Con Nando esiste un legame che si perde proprio nella notte dei tempi. Abbiamo diviso talmente tanto insieme che, secondo me, come fai ad allontanarti definitivamente? Chiaro che quando ci vediamo sembra sempre che ci siamo lasciati il giorno prima.
Da quel quartetto sono partite quattro grandissime carriere. In quegli anni, sembravate sbucati dal nulla.
Assolutamente sì, con questo spettacolo magico che è "…e fuori nevica!". Tutto è partito da lì, anche se ci sono esperienze precedenti: noi per esempio facevamo "La gente vuole ridere" a teatro. Quindi la compagnia era già nata, ma era una compagnia formata da persone che c'erano, non c'erano, chi entrava, chi usciva. C'era, per esempio, Francesco Paolantoni in questo giro. Poi si è formato questo quartetto centrale, io sono stato il quarto a innestarmi, l'ultimo ad arrivare, tra Nando e Carlo che invece già c'erano. E paradossalmente io sono entrato in compagnia proprio sostituendo Nando, che in uno spettacolo non poteva. Mi ero incontrato e conosciuto con Vincenzo, ed entrai a far parte del gruppo.
Che cosa ti convinse a seguire Salemme?
Quello che io dico sempre, e lo consiglio ai giovani oggi perché non c'è questa mentalità, soprattutto nei giovani attori – non voglio fare discorsi sulla società perché non mi permetto, ma sugli attori un pochino di cose le capisco – è che io ho sposato un progetto. Un progetto che sulla carta era assolutamente perdente rispetto alle cose che mi capitavano in quel periodo. Io lavoravo al Bellini, facevo spettacoli importanti, ben pagati, per periodi lunghi. Dal punto di vista lavorativo ero più che soddisfatto. Incontrato Vincenzo, mi sono reso conto che aveva qualcosa in più da dire, e ho scommesso. Ho scommesso scommettendoci anche un pezzo di vita mia, perché se andava male a chi lo andavo a raccontare? Non è detto che puoi tornare indietro. Ho fatto una scelta, di sposare un progetto, e mi ha detto bene. Significa che sono stato fortunato, ho incontrato la persona giusta, ma mi vanto di aver avuto il fiuto e il coraggio di giocarmela.
E oggi cosa è cambiato?
Oggi i giovani fanno di tutto. E non c'è passione. La grande difficoltà, anche nella mia esperienza, è riuscire a coinvolgere le persone in maniera totale. Ma solo così nascono le grandi cose, non con il lavoro fatto con gli spiccioli del tuo tempo, come fare l'impiegato. Non c'è niente di male a fare l'impiegato, però quello lo puoi fare dicendo "ci faccio un pezzo" su quello, e poi il resto della vita è tutt'altro.
Anche Vincenzo Salemme è uno di quelli che ha rischiato?
Assolutamente. Ci ha rischiato la propria casa per fare la compagnia. Queste realtà nascono perché ci persone che decidono di fare un passaggio importante. Se ti va bene, sei più che felice, però è vero che all'inizio devi fare delle rinunce. Ti può andare male, ma se ti va bene, hai decuplicato lo sforzo. Per caso avvengono gli incontri, poi il caso finisce lì. E ci vogliono le persone, il coraggio, le volontà e la lungimiranza.
Il 4 novembre compi 65 anni. Cosa porterai in scena?
Mi sembra impossibile che siano passati tutti questi anni, però è evidente che sono passati, perché quando parlo con la gente dico: "Eh, perché sai, io ho 40 anni di esperienza". Poi dico: "No, non sono 40, sono 45". Quindi un po' impressionante. Con la testa e con la passione, mi sento un dodicenne.
Che momento è, questo, per te?
È un momento della vita in cui io credo di aver fatto delle cose importanti. Credo di avere ancora tantissime cose da dire. Il problema semmai è che mi trovo in un momento storico in cui la qualità non è una caratteristica affascinante. Diciamoci le cose come stanno. Per cui sono altre le caratteristiche che funzionano.
E nel 2027?
Guarda, c'è uno spettacolo nuovo che porterò in giro. Siamo ancora in fase di scrittura, di lavorazione sul copione. Titolo provvisorio: "Non dipende da me". È una riflessione sul mondo che si lamenta continuamente delle condizioni in cui vive e delle persone che lo amministrano, e però non si rende mai conto che tutto questo dipende da se stessi. Dipende dal fatto che tu non ti muovi per cambiare le cose, e se non si comincia da sotto non succede niente. Chi sta sopra non ha nessun bisogno di cambiare, visto che gli conviene.