Vincenzo Comunale sbarca a Le Iene: “Ho la rabbia di Troisi. Ora conduco e ballo, sono un De Martino preso su Wish”
Vincenzo Comunale, 30 anni compiuti da poco, entra nella squadra de Le Iene e si prepara a una nuova sfida televisiva. Un passaggio importante per il comico napoletano, che vede nel programma di Italia 1 anche un primo passo verso quella conduzione che, ammette, “sento nelle mie corde”, perché l'ambizione è di poter avere un programma tutto suo un domani. Ma Comunale arriva alle Iene senza rinunciare alla sua identità e a quella comicità che negli ultimi anni lo ha portato a interrogarsi anche sul modo in cui Napoli viene raccontata: “Non mi sentivo riconosciuto e identificato in un certo tipo di comicità che era retorica, macchiettistica, stereotipata”, racconta, rivendicando la necessità di “fare altro, trovare la mia voce”. E ancora più netto è quando parla del cliché del comico napoletano: “Se è un comico, è di Napoli, pare sempre che debba riscattarsi, ma è un riscatto che è stato già ampiamente pagato, non ci sta nessuno rapimento”.
Nella sua nuova avventura televisiva c'è però anche la consapevolezza di dover dosare registri molto diversi: “Se prima c'è stato il servizio di un omicidio è chiaro che non è che fai la battuta subito dopo”. Per Comunale la missione è quella di “fare informazione e intrattenere”, portando “volti familiari e allegria nelle case degli italiani”. Tra Le Iene, il sogno della conduzione, la Napoli che vuole raccontare senza stereotipi ma che senza snobismi, il rapporto con Stefano De Martino (“ora conduco e ballo, posso essere considerato un De Martino comprato su Wish”) e il tour Prima pagina – edizione straordinaria, il comico racconta così il momento in cui si trova: “Questo mestiere è una maratona, il successo non si misura sui 100 metri”.
Sei il nuovo co-conduttore de Le Iene.
Sì, c'è Veronica Gentili alla conduzione, che è bravissima, e io sarò, insieme a Daniele Gattano, Carmine Del Grosso e Nathan Kiboba ad affiancarla nella parte comica.
Subentri a Max Angioni. Cosa avrai più di lui e cosa meno?
Meno, forse, la pancia, ma sto su quella strada là pure io. Infatti ci siamo sentiti e gli ho detto: "Guarda, secondo me mi hanno dato la giacca tua perché sto ingrassando". In più, non lo so. Ci tengo a ringraziare Max, che è anche un amico, perché con Eleazaro Rossi e Nathan da qualche anno hanno strutturato questi momenti di comicità all'interno di una trasmissione di inchiesta. L'ambizione di Davide Parenti, che è un genio della televisione, è appunto quella di alternare questi due registri, dell'informazione e dell'intrattenimento.
Scherzi a parte, cosa ti emoziona di più di questa nuova esperienza?
Mi emoziona il fatto di essere fisso in un programma che, da un lato, è avere una responsabilità e dall'altro rappresenta un primo passo verso quella che è la conduzione televisiva. Una mia ambizione, non lo nascondo, la sento molto nelle mie corde. Mi piacerebbe avere un programma tutto mio un domani.
Quello che temi ferocemente, invece?
Beh, come sempre le critiche sono una cosa che uno mette in conto. Nel senso che quando fai questo lavoro sei consapevole che come fai sbagli. Te lo immagini che si possa dire: "Era meglio Max Angioni". Però, allo stesso tempo, quando c'era Max Angioni dicevano "Era meglio Teo Mammucari" e così via a ritroso fino all'uomo del Paleolitico. Quello che posso controllare è il lavoro che faccio, quindi, come dicono i calciatori, penso partita per partita.
Una comicità declinata in quattro tempi: quali sono i vostri registri?
In generale siamo accomunati dal voler fare una comicità autentica, pur mantenendo una nostra diversità. Poi, con Daniele e Carmine ci conosciamo da tempo, questa cosa sicuramente aiuta. Me l'ha insegnato anche Zelig: lo spogliatoio è molto importante, cioè il fatto che dietro le quinte si stia bene, si sia veramente amici e ci si stimi.
Con Carmine c'è una collaborazione in corso perché avete il Comedy Fest di Napoli e, di fatto, avete lanciato una hub per mostrare sia la comicità partenopea attuale che per affiancare quella nascente. Insomma, ti sei messo anche un po' in cattedra.
C'è la volontà di farsi vedere. Nel senso che c'è una Napoli silenziosa, onesta e nuova, pulita, che esiste e c'è anche nella comicità. È una Napoli che non fa tormentoni, che fa dei discorsi, che fa satira vera. Questo è un progetto che prende la rincorsa da più tempo, da quando lanciammo Allert Comedy, il collettivo di stand-up che ho fondato insieme a Davide DDL, Adriano Sacchettini e Raffaele Nolli. È una comicità non retorica, non stereotipata, napoletana ma non per forza napoletana.
Ed è anche formativa perché ci sono dei laboratori. Ti mette in imbarazzo usare il termine "insegnare"?
Un po' sì, infatti feci un workshop che si intitolava "Non si può insegnare la comicità". Quello che si può fare è ragionare sulle grammatiche e i linguaggi, ragionare su strutture che si possono perfezionare, allenare la tecnica. Ma se non c'è il talento è inutile. Io pure non mi sento arrivato, ho ancora tanto da imparare, perché la comicità è una continua ricerca, di se stessi e della propria voce.
C'è il rischio che un comico napoletano venga identificato solo con il cliché della napoletanità?
Assolutamente sì. Questa è una cosa che succede penso solo a noi. Non ho mai sentito dire: "È uno dei comici più bravi della provincia di Chieti" riferito a Maccio Capatonda. A me fa piacere perché io amo la mia terra, però si potrebbe anche andare oltre.
In che senso?
Se un comico è di Napoli pare sempre che debba riscattarsi, ma è un riscatto che è stato già ampiamente pagato, non ci sta nessun rapimento. Se Geolier va a Sanremo è Geolier, non è necessariamente la rappresentazione di Napoli. Mi sembra sempre che vogliamo caricare di responsabilità, di riscatto appunto, di rappresentazione di un'intera città, artisti e voci che vengono dal nostro territorio.
Cosa comporta questo?
Secondo me, un po' ci imprigiona in noi stessi. E invece dobbiamo essere più aperti nel dire: "Sì, siamo noi", poi siamo straordinari perché siamo mossi da un forte sentimento di appartenenza.
Forse è anche il fatto che Napoli faccia coesistere comico e tragico nella stessa intensità. E inoltre, lato artistico, è stato fatto tanto in passato, quindi l'aspettativa non può che essere più alta oggi. Non credi?
Sì, assolutamente. Il dover dimostrare deriva anche da quello e mi genera emozioni contrastanti. Io sono un appassionato di interviste, so a memoria tutte quelle di Troisi e di Pino Daniele. E Troisi diceva che era mosso dalla rabbia, alla giornalista che gli chiese perché parlava in napoletano e non si sforzava di italianizzarsi. Siamo nel 2026, ma io ancora mi riconosco in quella rabbia, è una marcia in più.
E c'è anche una voglia di dimostrare diversa, no?
Assolutamente, anche perché secondo me Napoli ha due nemici: i primi sono esterni, quelli che discriminano, e questa cosa ancora avviene. Per fare un parallelismo, è come dire che la comicità nelle arti è sempre considerata una comicità di serie B. Parimenti c'è chi considera i napoletani una categoria a parte. Poi abbiamo anche dei nemici interni.
Chi sono?
Basta aprire TikTok e ti rendi conto che contribuiscono a una narrazione di Napoli che secondo me fagocita se stessa, cioè diventa macchietta. È una comicità in cui io non mi sono mai sentito rappresentato. Ho sentito, come tanti, l'esigenza di fare altro, ma non per dire "Siamo meglio o siamo peggio", perché non esiste meglio o peggio nell'arte, perché se no può sembrare snobismo. Non esiste comicità bassa, va bene anche la comicità anche solo per il gusto di far ridere e intrattenere, purché uno ci si riconosca.
Il rischio è quello di avere uno sguardo limitato sulla città, di sentirsi schiacciati su unico piano culturale.
Sì, c'è bisogno di pluralità e di allenare la capacità di fotografare il reale, perché sono convinto che la Napoli di oggi sia diversa, più europea, più cosmopolita. Non è giusto dare come unica immagine quella della limonata a cosce aperte.
In generale, sia nel digital che sulla generalista, c'è una forte ambizione a posizionarsi nella tua categoria. Come vedi questa scena così affollata?
Penso che la pluralità abbia sempre un valore. L'importante è che le cose vengano fatte con onestà intellettuale: se uno ha 2 milioni di follower e crede che inventarsi uno spettacolo teatrale, per vendere biglietti e guadagnare, sia un'equazione matematica, secondo me sbaglia. Soprattutto se non hai niente da dire e sali per la prima volta su un palco senza il benché minimo studio.
Parliamo di professionalità.
Certo. Domani mattina non mi sognerei mai di dire: "Mo', sai che c'è, voglio fare il pilota di Formula 1", e mi danno una macchina solo perché tengo i follower. Mi schianterei alla prima curva e infatti chi è improvvisato spesso si schianta allo stesso modo.
Alla fine però è sempre il pubblico che decreta un talento o una meteora.
Sì, perché il pubblico sa discernere chi ha qualcosa da dire e chi no. Confido molto nella sua sensibilità.
E questo lo si vede sempre nel percorso a lungo raggio.
Esatto, lo dico sempre: questo mestiere è una maratona, il successo non si misura sui 100 metri. D'altronde, tra gli altri, io sono stato ispirato da Troisi, che è l'esempio perfetto di come l'arte può consentire di sopravvivere a se stessi. Se faccio il comico è grazie a una persona che mi ha ispirato, che però è morta prima che io nascessi, quindi è la misura di quanto possiamo avere un impatto sulla vita di altre persone. L'arte è salvifica, serve a ricordarci quanto siamo connessi come esseri umani.
A questo punto, fammi fare un riassunto: professore, conduttore in giacca e cravatta, stand-upper professionista ormai, quindi ti chiedo: stai invecchiando?
Ah, sì, questo è evidente. Lo dicono il mio collo, la mia cervicale, il mio osteopata. Ma va benissimo, pure perché m'ero pure scocciato di essere "la giovane promessa della comicità" (ride, ndr). A un certo punto mi è venuto da dire: "Ragazzi, ma io c'ho 30 anni!".
E allora ricordiamolo che a gennaio hai compiuto 30 anni. Le aspettative sono aumentate?
Sì, devo essere onesto. Tra l'altro Zelig quest'anno festeggia i suoi 30 anni e ho fatto già l'edizione celebrativa a gennaio con Claudio e Vanessa, quindi faccio solo programmi che hanno la mia età.
Torniamo alle aspettative.
Mi ero ripromesso di fare un programma, avvicinarmi alla conduzione e al cinema, fare un film e un figlio, visto che per me sono la stessa cosa.
Come a Le Iene, anche nei tuoi spettacoli a teatro sei abituato a mescolare i registri. Come sta cambiando il tuo sguardo sul mondo?
Non lo so, cambia sicuramente perché cambio io. In America, per esempio, quando parlano di stand-up parlano della ricerca della "comedy voice", ovvero della propria voce comica, che è una cosa che non si esaurisce mai. La rabbia di cui ti parlavo prima è il motore per scherzare e ironizzare su alcune cose, per denunciarle. L'ingiustizia è la cosa che mi dà più fastidio. Questo sentimento è rimasto invariato, ciò che è cambiato sta nel principio di selezione: non me lo porto più ovunque, una denuncia la applico a qualcosa per cui vale davvero la pena farlo, non per sciocchezze. Su questo forse direi che sono diventato più maturo, ma poi la mia terapeuta mi correggerebbe.
Come valuti il momento storico attuale?
Sono un relativista, nel senso che per me verità assolute non esistono, mi spaventano gli estremismi. E sono anche un po' pessimista perché penso che l'umanità sia capace di avere momenti di grande slancio e solidarietà, ma guerre e conflitti continuano a essere all'ordine del giorno. E ciò che più mi perplime è il fatto che abbiamo normalizzato le sofferenze che ci sono nel mondo. Ogni tanto diciamo "Palestina libera" e poi nessuno fa niente concretamente, pure perché niente possiamo fare. E forse ci adagiamo nell'impotenza per non pensare, altrimenti impazziremmo tutti. È un cortocircuito brutto.
Dopo questa dichiarazione è difficile proseguire, proviamoci. Il tuo nuovo tour si intitola "Prima pagina – edizione straordinaria".
Il concetto di prima pagina ha più significati: volevo fare uno spettacolo che parlasse degli inizi, delle prime pagine della nostra vita, che sono le più difficili ma anche le più emozionanti, perché dalla tela bianca di un pittore potenzialmente potrebbe venirne fuori una cagata o un capolavoro. Allo stesso tempo riguarda anche l'attualità, visto che nei miei spettacoli mi lego spesso a temi derivati dalle prime pagine dei giornali per poter dire la mia. Ma solo se ho da dire davvero qualcosa, altrimenti evito.
Il tour riparte a gennaio 2027 a Napoli e chiude ad aprile a Roma. La partenza è sempre dalla tua città, una corrispondenza d'amore, visti i continui sold-out. Cos'è che trovi solo qui e cosa invece trovi solo altrove? Se mi dici parcheggio non vale…
No, no (ride, ndr). Allora ti posso dire una cosa che trovo in tutte e due le parti: i napoletani. Pure in Svizzera o ad Amsterdam, dove c'era un ragazzo di Giugliano che abita fuori casa mia. Sono lusingato dall'affetto che mi riservano, è meraviglioso.
Hai citato qualche tappa estera, il tour ha toccato molte nazioni europee, con grande successo di pubblico. Lì è come giocare fuori casa?
Sì, e ha un sapore diverso perché trovi gli italiani da tutte le regioni d'Italia. Tendenzialmente, se uno fa lo spettacolo a Napoli, ci sono i napoletani; se lo fa a Milano, ci sono i pugliesi (ride, ndr). Lì io ho trovato una platea di italiani eterogenea e in loro c'è l'effetto nostalgia, vengo a vederti e pensano: "Ah, questo c'ha il bidet". Capito?
A proposito di giocare fuori casa, vogliamo parlare un po' del Napoli in questo campionato? Sentiti libero.
Perché dobbiamo passare dalla comicità alla tragedia? Anche il calcio è una maratona, il campionato è lungo, noi tifosi ci aggrappiamo a qualsiasi speranza.
Momento psicanalisi non richiesto: chi è Vincenzo Comunale quando non deve far ridere nessuno?
Uno spaesato, perché non sa che fare. Un ragazzo tranquillissimo, che si guarda i film sul divano e basta.
Un pantofolaio? Proprio come Troisi.
Sì, molto. Sono decisamente pigro.
La cosa che ti fa ridere più facilmente?
Le cose semplici, tipo la gente che cade, per strada o da una scala. Uno che cammina, c'è un vetro, non lo vede e ci sbatte contro. Quelle cose lì.
E quella invece che ti fa perdere immediatamente la pazienza?
Abbiamo già parlato del Napoli di Allegri? (Ride, ndr). No dai, seriamente, i lavori manuali, montare una mensola, inchiodare qualcosa, proprio non fanno per me.
Essere un comico da stand-up è uno di quei mestieri che difficilmente forse spieghi a certi parenti a Natale. Come hai spiegato a casa quello che avresti voluto fare nella vita?
Mi sono appassionato alla comicità guardandola, avevano chiaro che mi piacesse particolarmente. Mi nutrivo di tutte le commedie di Vincenzo Salemme, di Gigi Proietti, imparavo a memoria gli sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo, li ripetevo in macchina, quindi c'era questa predisposizione. I miei genitori sono stati un grande supporto, perché ero minorenne e mio padre doveva firmare le liberatorie. È un poliziotto, di fatto io sono stato il primo comico con la scorta. Mi hanno accolto nella mia passione senza condizionamenti. Quando hanno capito che volevo farlo di mestiere, hanno smesso di farmi fare concorsi alle Poste e cose così.
Il sogno del posto fisso è sfumato?
Non del tutto, perché vedi, ora si chiude un cerchio: dovendo fare Le Iene, li farò felici perché dovrò andare a lavoro in giacca e cravatta.
Se dovessi indicare la via a un aspirante stand-upper, quale percorso formativo gli consiglieresti?
Purtroppo e per fortuna, è uno di quei mestieri che non ha un percorso delineato. Nella comicità ci puoi arrivare da qualsiasi direzione e questo, in fondo, è anche il bello. Dipende, uso questa parola paracula perché è così. L'unico consiglio è quello di guardare il più possibile i colleghi, possibilmente non per copiare ma per capirsi meglio, per imparare a distinguere ciò che si sente nelle proprie corde da ciò che proprio non lo è.
A Le Iene sarai conduttore, comico e ballerino. La battuta fatta ad Amici su Stefano De Martino si sta consolidando nel tuo repertorio?
Esattamente, io punto a quello. Mi va bene tutto, pure se in questo momento posso essere considerato un De Martino comprato su Wish. Mi piace molto il suo modo di fare, una persona molto intelligente che si è saputa costruire, che studia e sa stare sia in TV che a teatro. Mi piacerebbe lavorare con lui, non so se a febbraio fa qualcosa….
Eh, no, mi pare di no…
Scherzi a parte, sono felice ci sia uno come lui nello spettacolo italiano. Io però ho sempre fatto comicità, quindi al massimo posso essere considerato un cugino alla lontana.
Tu per febbraio tieni libero, non si sa mai.
È presto, bisogna pedalare ancora.
Per tornare alla battuta, una fidanzata sudamericana non ce l'hai, ma hai una fidanzata. Perché hai sempre scelto di proteggerla dalla tua esposizione pubblica?
È proprio per essere diverso da De Martino, mi serviva un elemento di rottura.
Oggi qual è la tua più grande paura professionale?
Siccome il fallimento non esiste, è quella di non divertirmi più, non di non divertire più gli altri. Però allo stesso tempo è una paura infondata perché amo talmente tanto la comicità che sono sicuro che finché me la faranno fare mi divertirò anch'io.
E il traguardo in generale che ti sembra ancora lontano?
Beh, il mutuo.
I risultati arrivano perché c'è un pubblico sempre più grande che ti ama. Cosa vorresti dirgli oggi?
Semplicemente grazie. C'è Vincenzo Salemme, che per me è un faro, che chiude ogni commedia dicendo: "Noi senza di voi non esistiamo". Bisogna ricordarselo ogni giorno. Devo ringraziare di cuore più di tutti le persone che mi ascoltano e che hanno ancora voglia di farlo. E spero lo vorranno fare sempre, ma quello dipende da me, che dovrò continuare a dimostrare di essere all'altezza.
E invece agli hater?
Grazie anche a loro perché creano engagement sui social, quindi mi fanno aumentare le visualizzazioni dei video.