Sydney Sibilia: “Gli 883 progettati per l’insuccesso. Racconto gli outsider, anche io non sono mai stato uno figo”

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n questa intervista a Fanpage.it Sydney Sibilia, alla vigilia della seconda stagione della serie sugli 883 su Sky, attacca il governo sui tagli al cinema (“caz*ate di propaganda, uno di destra non lo farebbe”), racconta l’ansia da prestazione col successo (“vivevamo la stessa condizione dei nostri personaggi”), rivendica di essere “il biografo ufficiale” di Max Pezzali e Mauro Repetto e spiega perché racconta solo outsider: “Io non ero figo e non lo sono”.

Dal 9 ottobre arriva su Sky e NOW Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883, la seconda stagione della serie che due anni fa ha raccontato l'ascesa di Max Pezzali e Mauro Repetto diventando il titolo Sky Original al debutto più visto degli ultimi anni. Otto episodi girati tra Pavia e Roma da luglio 2025 a febbraio 2026, di nuovo con Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli, che stavolta raccontano cosa succede dopo il secondo album, un successo travolgente e la controversa separazione.

Sydney Sibilia, 45 anni, salernitano, è arrivato sin qui dopo la trilogia di Smetto quando voglio, L'incredibile storia dell'Isola delle Rose e Mixed by Erry e, dopo aver fondato con Matteo Rovere la casa di produzione Groenlandia, il suo cinema è un catalogo di outsider: ricercatori precari, un ingegnere che si costruisce uno Stato, i fratelli delle cassette pirata di Forcella, e ora non potevano mancare due ragazzi “progettati per l'insuccesso”. In questa conversazione ripercorre tutto: la sua provincia, l'esordio andato meglio del previsto, il doppio ruolo di regista e produttore, l'intelligenza artificiale, ma si anima in particolare su un punto: il tax credit e la revisione voluta dal ministro della Cultura, Alessandro Giuli. E lì non ha usato i soliti giri di parole. Lo abbiamo intervistato.

Hai presentato la prima stagione come una specie di prequel. È una strategia che viene dal tuo passato nella pubblicità o faceva già parte del racconto?

No, il mio passato non c'entra. Questo è un racconto che abbiamo pensato su due stagioni, fin dall’inizio esattamente così. Ovviamente, se la prima fosse andata male non ci sarebbe stato. E invece, fortunatamente, siamo riusciti a fare anche la seconda e quindi a concludere il racconto, ma l'arco narrativo lo avevamo immaginato in questo modo. L'hai vista?

Sì, anche se l’ultima puntata è super top secret anche per la stampa.

Allora hai visto che è pieno di intrecci, di rimandi e alcune cose, secondo me, le cogli solo a una seconda visione.

Hai raccontato di aver avuto l'ansia da prestazione dopo il successo della prima stagione. Tanto che l’hai trasferita nella serie per l’ansia del secondo disco.

È interessante, perché questa serie stupisce per primo me. Avevamo tutto l'arco, come ti dicevo, poi a un certo punto la prima stagione va in onda e diventa quello che è diventata: ha fatto un casino, dai, è difficile trovare una parola migliore. E a noi è partita un po' di ansietta, quindi abbiamo rivisto lo schema che avevamo, chissà se sarà stata scelta giusta.

Come vi siete sbloccati?

Solo quando abbiamo capito che stavamo vivendo la stessa condizione dei nostri personaggi. Infatti nelle prime puntate della seconda stagione vedi loro che continuano a ripetersi: adesso tutti si aspetteranno qualcosa da noi, dopo il successo. È anche per questo che è un po' magica questa serie, perché si allineano i pianeti in maniera strana. È stato interessante sfruttare quell'ansia invece di rigettarla. L’abbiamo accolta.

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È più difficile raccontare il desiderio di successo o il successo stesso?

È molto più difficile raccontare il successo. La rivincita del nerd, il desiderio di successo, è molto più semplice, almeno a me è più congeniale. Raccontare una separazione, raccontare il successo come una cosa che hai tanto desiderato per poi scoprire che forse non era esattamente come te lo immaginavi, o che una volta che arrivi su non sai che fare, ecco, quello è molto complesso. E molto stimolante, sinceramente, perché vai a lavorare su sentimenti più profondi. La rivalsa è un sentimento basico, voglio spaccare tutto perché questa provincia mi sta stretta. Invece qui la domanda è: chi sono io adesso? Tra l'altro, avendo due personaggi, arriviamo a due risposte completamente diverse.

Dopo due stagioni dentro la sua vita, cosa hai capito di Max Pezzali che non avevi capito dalle canzoni?

Penso di essere abbastanza un esegeta, avendolo studiato per anni. Credo quanto fa parte anche della mia personalità, cioè quante similitudini ci sono con me e con un sacco di ragazzi che vogliono fare delle cose, che vogliono coltivare un sogno, e poi questo sogno diventa un lavoro, e poi questo lavoro diventa una parte della tua vita, o non tutta la tua vita. Il suo è un percorso che sento molto congeniale al mio.

Su Mauro Repetto forse è più complicato, visto che ha cambiato varie versioni?

Noi diamo ormai quella ufficiale, basta, non si torna più indietro, se no facciamo troppa confusione se ognuno dice la sua. Decido io, va bene? Tra i due litiganti la versione corretta è la mia che ormai sono il biografo ufficiale e vi dico io com'è andata. A parte gli scherzi, ho cercato di raccontare quella che è la mia versione, attraverso i miei occhi. L'importante è non tradire la sua personalità, poi ovviamente ci abbiamo costruito sopra una narrazione.

Anche tu vieni dalla provincia. Che Salerno era quella da cui sei partito?

Rispetto agli 883 io non avevo lo stesso rapporto: nelle loro canzoni la provincia era qualcosa da cui scappare, io non avevo questa esigenza. A me piaceva un botto la mia città. Ma paradossalmente il mio lavoro, l'industria cinematografica, sta da un'altra parte, quindi per lavorarci devi andare a Roma. Ma non ho un rapporto conflittuale, mi piace tornarci. Non so se è il mare o l'aria balsamica del golfo, però è un posto che amo molto. Non farei mai una canzone contro o, meglio, un film contro.

Ricercatori precari, un ingegnere che si costruisce uno Stato, i fratelli delle cassette pirata, oraMax e Mauro. Sono tutti outsider a cui il mondo così com'è non basta.

Sì, assolutamente. Mi hanno detto che sono "il regista degli outsider". In realtà non è che vedo un outsider e ci faccio il film, è che c'è qualcosa che mi muove verso queste storie. Credo sia il lottare contro un destino sgarbato, o contro i mulini a vento. Un'impresa che sembra impossibile ha un'epica un po' commovente, che poi mi diverte raccontare.

I vincenti no?

Se sei meglio te, sei meglio te (ride, ndr). Non mi ci sono mai ritrovato. Non riesco a empatizzare con uno figo già dal minuto uno, perché io non lo ero e non lo sono. Era anche la forza degli 883: prima di loro era difficile immedesimarsi con un Freddie Mercury o con un Jim Morrison. Gli 883 sono stati una cosa incredibile, io ovviamente l'ho capito solo molto dopo, perché prima di loro i cantanti erano veramente dei fighi. Anche se poi i fighi erano l'1% della popolazione, per definizione: se sei figo, gli altri non lo sono. E quando i cantanti stavano male nelle canzoni, era sempre per amore, sempre da fighi. All'improvviso arriva un gruppo che ti sbatte in faccia il fatto di non essere fighi per niente, e di esserne talmente orgogliosi, un "proud to be nerd" antesignano, da volerlo mettere nelle canzoni. Questo rappresentava il 99% della popolazione. È stato uno spartiacque.

E non erano strutturati per il successo.

Per questo la seconda stagione è molto interessante, ché quando arriva quel tipo di successo lì non sono pronti. Oggi si abusa di questo termine, il successo è sempre una nicchia. C'è gente famosissima che non so chi sia, e gente che per me è famosissima e altri non sanno chi sia, ognuno ha i suoi divi. All'epoca, invece, il successo era trasversalissimo, erano famosissimi per tutti. E prendere due ragazzi progettati per l'insuccesso e metterli sotto quella luce lì, rende tutto molto divertente. Che poi è una delle basi della commedia, quella di mettere delle persone in situazioni non proprio congeniali.

"Smetto quando voglio" è stato il tuo esordio e per il successo avuto ha rappresentato la tua hit, subito alla prima. È stato più liberatorio o un'etichetta da togliersi?

È stato strano perché anche lì ho avuto l'ansia da prestazione. È una cosa che mi è capitata altre volte nella vita. Stavo facendo un esordio che aveva fatto un casino, però io le cose le vivo sempre con leggerezza. Quindi mi diverto e cerco di non dargli troppo peso, anche perché non mi piace il termine successo. Cerco sempre di guardare avanti. E infatti non me lo godo neanche tanto, sinceramente.

L’attore Marco Bonini ha detto che gli "Smetto quando voglio" successivi non sono stati dei sequel ma degli "inquel": la storia interna che mancava. Anche nella seconda stagione degli 883 c’è un inizio con un salto e bisogna rimettere insieme i pezzi. È una tua forma di incoscienza creativa?

In questa stagione addirittura vedi una scena della vecchia e la ribaltiamo, quindi non è andata esattamente come pensavamo. È molto divertente, e ti può capitare solo quando hai una narrazione seriale, come nel caso dei tre film o qui con le puntate. Dentro un'opera filmica fai più fatica a inserirlo. È la parte bella di un racconto lungo, e io me la prendo tutta.

Con Matteo Rovere hai fondato Groenlandia. Da produttore ti è mai capitato di dire a un regista qualcosa che, da regista, non avresti voluto sentirti dire?

Mai! Anzi, proprio perché rispetto molto le libertà creative cerco di dare il più possibile un contributo, anche con la consapevolezza che a volte il contributo è meglio non darlo. Sui film devi stare attento a dove metti le mani, perché se tocchi le cose sbagliate poi fai una cavolata. Quindi se i film che ho prodotto vengono bene è perché sono bravi i registi.

Per L'incredibile storia dell'Isola delle Rose hai scelto Leonardo Lidi, che veniva dal teatro e prima non aveva fatto grandi cose al cinema. Cosa ti colpisce di un attore?

Quando cerchi dei ventenni sei obbligato a prendere facce nuove. È difficile trovare il ventenne famoso, ce ne saranno tre, e non tutte le generazioni ne hanno uno appena uscito dal liceo. Con i trentenni è diverso. Leonardo aveva 33 anni, era un po' grande, ed è stata una cosa abbastanza semplice. Fai i provini, a un certo punto ce n'è uno bravissimo e tendi a prenderlo. È stato faticoso più che altro per lui, perché si è inserito in un cast di attori famosissimi e in un sistema molto diverso dal teatro, ma lui è un grande attore.

Un tuo merito, insomma.

(si rivolta sulla poltroncina, ndr) Non si dice mai questa cosa, perché è poco elegante! "Se non era per me…". Non la sopporto come frase. A parte che non è vero, perché i grandi attori hanno sempre dei treni che passano, prima o poi se ne sarebbero accorti altri. Io ho avuto il merito di accorgermene un po' prima. Sono più io grato a lui che lui a me.

Con Mixed by Erry racconti le cassette pirata diventate un impero. A Napoli, per contrastare i cinesi, a un certo punto si producevano in città prodotti con la scritta "Made in China". Dove finisce la genialità e dove comincia l'illegalità?

È molto difficile. Ho fatto un film per raccontarlo, e nel film ho detto più o meno tutto quello che c'era da dire sull'argomento. Però non ne farei un discorso territoriale. Certo, Napoli in quel periodo si prestava a questa sorta di “ammortizzatore sociale”. È un film a cui sono legatissimo, forse quello che mi sono divertito di più a fare, dove c'è stata più libertà di testa: venivo da un film molto complesso e avevo pensato di fare un film di puro divertimento.

Conta più il talento o l'incoscienza?

Il talento è importantissimo, ma il gusto. L'incoscienza può essere una caratteristica ma non è fondamentale: anche un talentuoso cosciente va bene.

Max e Mauro?

Sono talento, ma non lo dico io. Lo dicono i dischi e le canzoni che hanno prodotto. Poi all'inizio sei incosciente, o passi per incosciente. Ci sono passato anche io, probabilmente perché non conosci le regole del gioco, quindi non stai infrangendo una regola ma sta cercando il tuo posto a tutti i costi. Loro erano spontanei, quindi sembrava che rompessero le regole, ma non è che avevano deciso di romperle: erano semplicemente loro stessi. Come succede agli esordienti, che sono di rottura senza saperlo essendo solo se stessi.

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Hai attraversato tutti i passaggi dell'audiovisivo: la sala, Netflix, di nuovo il cinema, ora Sky. Le piattaforme danno una nuova possibilità al cinema o lo stanno uccidendo?

Sono sempre una risorsa. L’abbondanza creativa aggiunge spazi. Il discorso sala è diverso, ma la sala rimane un elemento collettivo e, dopo un periodo di forte confusione tra quello che c'è in tv e quello che c'è al cinema, adesso credo si stiano diradando le nubi. Il cinema sta andando in una direzione che si allontana sempre di più dalla tv, quindi ognuno sta ritrovando il suo spazio.

Per esempio?

Il cinema sta tornando al quattro terzi, da cui si era allontanato perché voleva essere cinema, e quindi il formato era un altro. Adesso le serie sono in cinemascope e allora il cinema dice: noi facciamo quattro terzi. C'è questa grossa rincorsa a divergere un po'. Com'è giusto che sia.

Intanto i fondi pubblici al cinema sono un tema molto discusso e il ministro Giuli ha avviato una revisione. Tu da che parte stai, come regista e come produttore?

Il vero problema è la grandissima confusione che c'è sulla questione. Tagliare i fondi… se ci pensiamo è ridicolo che un politico di destra dica una cosa del genere. Si parla di fondi pubblici come se ci fosse una mangiatoia, ma il tax credit c'è in tutto il mondo, anche in alcuni Stati americani dove non c'è il tax credit per la sanità ma c'è per il cinema. Questo perché lo Stato guadagna finanziando i film, per l'indotto che generano: da 1,5 a 3 volte. È un conto molto complicato e dipende di caso in caso, ma è così ovunque.

Quindi toglierlo che effetto avrebbe?

Oltre a non avere nessun senso, perché lo Stato ci perderebbe economicamente, è uno svantaggio competitivo, visto che esiste in tutte le altre industrie. Dire "adesso li togliamo" sono cazzate di propaganda. Purtroppo il mondo è fatto di slogan, quindi adesso li dobbiamo togliere e siamo tutti più poveri senza nessun motivo.

C'è anche una questione culturale?

Esatto. Questi soldi servono a fare film in una lingua che è la nostra, che parliamo solo noi. Se non ci fosse il tax credit ci sarebbero molti più prodotti esteri, quindi la gente vedrebbe cose americane, oppure in altre lingue, ma non nella nostra. Questo è il ragionamento di destra, ma se queste persone al governo fossero di destra, lo farebbero davvero. Invece al governo sono praticamente persone che dicono cose a caso, questa è la verità.

L'intelligenza artificiale è ancora un tabù nel tuo cinema?

Per me l'intelligenza artificiale è sempre che il 29 agosto 1997 Skynet diventa senziente, decide, lancia le bombe atomiche e poi si torna indietro nel tempo (ride citando Terminator 2, ndr). È complicatissimo. Il nostro lavoro è un fatto di più di persone, quindi anzi: secondo me l'intelligenza artificiale porterà tutto verso una direzione sempre più analogica.

In che senso?

Vai a vedere l'Odissea di Nolan che è girato in pellicola perché non vuoi che ci entri il computer là dentro, no? Giustamente quello che vuoi vedere sono i nostri modesti sforzi, non un computer che fa delle cose.

Ultima provocazione, che viene dal regista e sceneggiatore Silvano Agosti, che nel suo saggio "Come fare un film" spiega come realizzarlo senza un euro e sostiene qualcosa di radicale: il cinema si è fatto convincere dall'industria che per realizzare un film servano grandi capitali, mentre il vero capitale dell'autore dovrebbe essere la creatività. Sei d’accordo?

I film sono prodotti industriali e per fare un prodotto industriale hai bisogno di persone, che non sono "grandi capitali". Sembra che questi soldi chissà dove vadano. I soldi servono a pagare delle persone bravissime che mettono il loro talento al servizio del film, e quindi dello spettatore. Se pensiamo ai grandi capitali come a soldi che finiscono chissà dove, allora non ha senso. Detto questo, io che ho fatto i primi corti completamente da solo penso che la creatività non la puoi arginare: ci sono i prodotti industriali e ci sono i prodotti non industriali, che sono bellissimi uguali.

Quindi se domani ti trovassi senza budget continueresti a fare cinema?

Sì, certo, senza problemi, mi esprimerei comunque. Da un certo punto di vista sarebbe anche stimolante. A parte questo li ho sempre fatti senza budget, poi quando ho provato a entrare nell'industria facevo i corti rompendo le palle a tutti e dicendo: "Facciamolo!".

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