Alvise Rigo: “Detesto essere definito influencer. Facevo il bodyguard al Festival di Venezia, oggi sono sul red carpet”

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Intervista ad Alvise Rigo. Il giocatore di football, ma anche attore e modello è uno dei protagonisti dello show sportivo di Netflix, Physicall Italia. La sua è stata una carriera nella quale è andato sempre oltre la sua comfort zone.

Lo abbiamo visto in veste di modello, di attore, ma Alvise Rigo è nello sport che muove i suoi primi passi, avvicinandosi al mondo del rugby. Dal campo al set cinematografico il passaggio è stato breve, ma in entrambi i casi il 33enne veneto ha dimostrato di avere la stoffa per poter superare i propri limiti. Seppur non senza fatica. Dall'11 settembre è protagonista su Netflix dello show sportivo Physical Italia: da 100 a 1, dove lo vediamo anche a capo di una squadra di atleti. La sua è stata un'ascesa veloce, dalla tv con Milly Carlucci a Nuovo Olimpo con Ferzan Özpetek, passando per Pedro Almodovar e altre collaborazioni internazionali, la macchina da presa è la sfida odierna. Tra sport e cinema sente di non voler escludere nessuna delle due in futuro, cercando di non tradire mai se stesso.

Alvise, sei tra i protagonisti di Physicall Italia, che esperienza è stata? 

Lo dico in termini riconducibili allo stile del programma, è stata un'esperienza mitologica, che riassume un po' la mia vita fino ad oggi e mette in risalto le qualità acquisite finora.

E infatti la tua carriera inizia nello sport, ti mancava la competizione?

Da morire. Anche se oggi vivo comunque di prove, messa in gioco della mia persona, sono delle skill quotidiane, cerco di alzare l'asticella tanto nel mio lavoro quanto nella crescita personale.

In una delle prove che hai dovuto affrontare, quella delle colonne d'Ercole, più che la forza sembra che tu abbia dovuto testare la tua tenuta mentale. Quanto concentrarti solo sui tuoi obiettivi ti ha portato a vincere?

Credo sia la base su cui puoi costruire qualsiasi tipo di carriera. Ma non si riceve in dono, si sviluppa con le vicissitudini della vita, Galimberti dice una bellissima frase "Non esistono virtù morali, esistono virtù di necessità". La fortuna di chi fa sport è che capisce che non esiste una sconfitta, ma si impara da qualsiasi partita, questa cosa ti plasma, crea uno status mentale che puoi usare nella vita di tutti i giorni. Tutti i giorni affronto sfide, magari diverse, ma posso farlo perché la forza fisica, come quella mentale, non è una cosa che costruisci in due giorni.

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E, infatti, tanto lo sport quanto la recitazione sollecitano la scoperta di nuove parti di sé. Cosa hai scoperto in questi anni da entrambe le prospettive?

Che è vitale per me uscire sempre dalla mia comfort zone.

E sei riuscito spesso in questo intento?

La prima volta in cui è successo davvero è stato a Ballando con le stelle, la cosa più distante da me e dalla mia carriera che potesse capitarmi, sono stato molto fiero del modo in cui l'ho affrontato. È stato divertente mettersi in gioco. In Nuovo Olimpo ho interpretato un ragazzo omosessuale, nel film La porta accanto ho recitato accanto a due premi Oscar, mi sono ritrovato a calpestare il red carpet con loro, esperienze che non avrei mai immaginato di poter fare, tutto questo mi chiama fuori dalla mia realtà, mi allontana dalla mia città Natale, ma è quello che poi mi arricchisce.

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Uscire dalla propria comfort zone aiuta a trovare nuovi modi di esprimersi, di farsi notare, ma gli incontri sono altrettanto importanti. Chi ha visto per primo in te un talento?

Se dovessi individuare delle personalità che hanno creduto in me sono Milly Carlucci e Ferzan Ozpetek, dopodiché c'è un altro tassello. Michael Jordan scriveva sulla sua agendina rossa le vicissitudini della sua vita, perché in fondo tutto ciò che ti motiva è il non essere scelto. Quel sano rancore nei confronti della vita. Nessuno può avere il potere che tu stesso hai su di te. I no non sono negazioni, ma motivazioni.

Quella motivazione ti ha avvicinato allo sport, quando sei stato bullizzato da ragazzino. Non nutri una certa rivalsa, oggi, nei confronti di chi ti aveva preso di mira?

Ho fallito tantissime volte, sono stato bocciato a scuola, lasciato da tante ragazze, denigrato da tanti amici, ma tutto questo mi ha reso sanamente umile. L'umiltà è la base dalla quale puoi partire per migliorarti. Una persona che si pone con arroganza, non scenderà mai da quello scalino e non potrà mai imparare. Quindi il senso di rivalsa ce l'ho, ma positivo, non mi rende cattivo.

In Physical Italia hai un ruolo da capitano della squadra. Pensi ti si addica?

Mi piace il ruolo della responsabilità laddove io possa farne una motivazione personale, mi piace essere un leader e non un boss. Detesto, ad esempio, essere definito influencer, faccio di tutto perché io non venga definito tale, perché trovo che l'influenza sia già una parola negativa. Chi viene influenzato si appoggia ad essere trascinato da qualcuno, anche quando non c'è una reale motivazione. Mi piacerebbe essere di ispirazione nei confronti di qualcun altro, perché l'ispirazione ti motiva, arriva non a livello esogeno, ma endogeno.

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Durante le riprese dello show sportivo hai conosciuto Elisabetta Canalis. La vostra conoscenza è stata subito assediata dai media, se non fosse stato così avreste avuto più tempo per far decollare questa storia?

Non do peso all'opinione pubblica, soprattutto nel mio privato. C'è però uno stigma nei confronti di tutto ciò che diventa pubblico, cioè il dover dare spiegazioni a terzi, o il non poter comunicare delle novità in maniera diretta, ma subire che siano i media a darle. Questo, ovviamente, ti dà meno tempo per risolvere certe cose e dà peso a delle altre che potrebbero essere più leggere. Ho sempre cercato e continuerò a farlo di difendere la mia vita privata. Con Elisabetta abbiamo fatto entrambi la stessa cosa, non abbiamo volutamente diffuso ciò che ci riguardava, ma da personaggi pubblici rientriamo in un sistema più grande, che però io non voglio alimentare.

Come si può arginare questa deriva dell'invadere la privacy altrui?

Usare l'intelligenza, nessuno ci obbliga a mettere delle storie comuni o delle foto assieme, andare in luoghi più pubblici piuttosto che altri. Dopo un certo livello di popolarità è anche difficile nascondersi. Non ho mai cercato un'esposizione voluta, proprio perché diventa tutto esponenziale, quindi meno possibilità si danno agli altri per interpretare meglio è. Poi, se ti piace qualcuno, provi dei sentimenti per una persona, quello che dicono gli altri ti interessa poco.

Ma, facendo un passo indietro, tra tanti sport come mai il rugby?

Ho vissuto la mia gioventù al Lido di Venezia e lì c'era una squadra di rugby. L'ho preso in considerazione dopo che il calcio mi aveva stufato, più per l'ambiente che altro. Avevo una buona attitudine al corpo a corpo, forse perché ho lottato una vita con mio fratello minore. Sono stato chiamato prima in una squadra universitaria, poi semi professionistiche e poi è diventato il mio lavoro. Poi il rugby è uno sport completo dal punto di vista fisico e strutturale, ma ancor di più da quello sociale.

Per quanto riguarda la recitazione, invece, citando Almodovar hai detto che "Non esistono piccole parti in un grande film", ma a quando un ruolo da protagonista?

La mia carriera ha preso delle sfumature interessanti. È fatta di gavetta, ed è la cosa che a me dà più soddisfazione, perché da medi a piccoli ruoli in grandi progetti, siamo passati a ruoli più importanti, da protagonista.

C'è qualcosa da sapere?

Il prossimo anno andrà in onda una fiction Rai con Ester Pantano e Michele Rosiello, in cui sono il terzo protagonista e poi ci sarà un altro film con Jason Isaac e Kim Moore dove sono uno dei protagonisti e farò il vampiro. Il fatto di parlare fluentemente inglese e spagnolo può darmi la possibilità di ampliare il mio mercato, anche perché i ruoli da protagonista si possono raggiungere anche più in là con l'età.

Quindi non hai fretta. 

A me importa che il prodotto a cui partecipo abbia successo, non mi interessa ottenere la parte principale. Con The Room Next Door, ad esempio, sono potuto andare al Festival del Cinema di Venezia, un sogno per me, visto che ci lavoravo come guardia di sicurezza da 18enne.

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Un plot twist interessante. L'hai pensata questa cosa quando sei arrivato al Festival?

Non solo ci ho pensato, ti dirò di più. La prima volta che feci il red carpet alla Festa del Cinema di Roma, nella security c'erano i miei capi della sicurezza, con i quali ho un bellissimo rapporto tutt'ora e loro mi scortavano sul red carpet, ce la ridevamo, chiacchieravamo come ai vecchi tempi.

Prima parlavi di gavetta, ma non pensi ci sia la tendenza tanto nel cinema quanto nella televisione a chiamare sempre le stesse persone?

Sarò duro su questo. Siamo all'interno di un sistema, si chiama The Movie Cinema Industry negli Stati Uniti e questa cosa fa sì che qualsiasi tipo di industria debba poi guardare anche al ricavato, se no nessuno potrebbe portare avanti certi tipi di progetti, certi nomi forti aiutano a far sì che la partenza di un progetto possa essere di successo, poi non è scontato che sia così. Da questo punto di vista, quindi, come si dice a Roma, dico "stacce".

Però?

In Italia non siamo abituati ad avere uno star system, mentre negli Stati Uniti la creazione di una nuova star è qualcosa che dà molte possibilità, in Italia si tende a salire sul carro del vincitore, che in pochi costruiscono. È molto più casuale. Ci sono progetti che attirano più di altri e quindi chi ne ha fatto parte riceve più attenzione e in quel momento lì si crea un personaggio, ma non si crea automaticamente una star. Non è che se uno sa cantare, ballare, presentare o anche le tre cose insieme, gli si costruisce un percorso. Esiste meritocrazia, ma è difficile che qualcuno "investa" su di te. Ci sono però dei trampolini che possono essere grandi contenitori, nel mio caso è stato Ballando con le stelle. Ma non vorrei diventassero l'unico ascensore artistico.

Spesso c'è anche chi etichetta i personaggi, a te ne hanno affibbiata qualcuna?

Vengo individuato come quello che fa troppo sport, fa delle cose pericolose, si lancia col paracadute, ma negli Stati Uniti sono delle skill request per fare film d'azione. È difficile fare un ragionamento orizzontale, si ragiona per compartimenti stagni. In alcuni casi funzionano, in altri sono sicuramente precludenti.

Strano non sia quella del "belloccio". 

Forse arriverà anche quella (ride ndr.)

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