Luca Ward: “Prendo una pensione ridicola per quello che ho versato. Ho il telefono intasato di colleghi disperati”

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Luca Ward, voce narrante di Dante Inferno a Città della Scienza, si racconta a Fanpage.it: “Su Dante ho detto: facciamo Luca, però leviamo il dialetto romano”. Sul doppiaggio: “Siamo una casta d’élite, perché da noi lavora solo chi merita”. L’attivismo per le pensioni dello spettacolo e la malattia della figlia Luna: “Ora sta molto meglio, oggi le aspettative di vita sono molto più alte rispetto a qualche tempo fa”.

“Al mio segnale scatenate l’inferno”. Ventisei anni dopo il ruggito di Massimo Decimo Meridio, Luca Ward l’inferno non lo scatena più: lo racconta. È sua la voce narrante di Dante Inferno – Immersive Exhibition, la mostra prodotta da Wiplab e inaugurata il 22 ottobre a Città della Scienza, a Napoli: un viaggio dalla Selva Oscura alla Sala degli Specchi tra ologrammi, realtà virtuale e metaverso. Per dare voce al poeta ha fatto una scelta precisa: “Facciamo Luca, però leviamo il dialetto romano, perché sennò non va bene”.

Ma Dante è solo la porta d’ingresso. Classe 1960, nato a Ostia, voce italiana di Russell Crowe, Samuel L. Jackson, Keanu Reeves e Hugh Grant, Ward si racconta a Fanpage.it a tutto tondo. A partire dal doppiaggio, un mestiere che difende da chi lo considera un privilegio. E a chi parla di casta risponde senza imbarazzo: “Sì, siamo un’élite, siamo una casta d’élite”. Racconta i film chiusi in sei-otto ore, i videogiochi doppiati alla cieca (“Il personaggio sta sotto un carro armato, sdraiato, e io non sto sdraiato”), il marchio sonoro registrato per proteggere la propria voce dall’intelligenza artificiale: “Credo di essere stato il primo in Italia, purtroppo. E anche in ritardo”. Liquida l’eterna polemica sulla lingua originale con una battuta (“Tua nonna pensava che John Wayne parlasse italiano”) e consegna una tesi sui benefici del fumo per la voce destinata a far discutere.

Poi c’è la battaglia che gli sta più a cuore: le pensioni dei lavoratori dello spettacolo. Nella sua ricostruzione, un tetto ai versamenti nato con la seconda guerra mondiale, una causa vinta in primo e secondo grado da circa 400 tra attori e tecnici, la Cassazione che ribalta tutto e l’Inps che chiede indietro il dovuto. “Prendo una pensione ridicola per quello che ho versato”, dice.

E infine l’uomo, padre di tre figli. La malattia rara della figlia più piccola, curata tra la Francia e il Bambino Gesù, una multa da 22mila euro arrivata per aver portato in detrazione le spese mediche di sua figlia, e una lezione sul valore della sanità pubblica: “Capisci quanto è importante, no, pagare le tasse?”. Fino all’omaggio alla moglie, che davanti alla diagnosi “è stata un soldato”. Chiude da gladiatore: “Noi andiamo bene con la daga in mano. Le donne non hanno la potenza fisica, ma hanno una potenza intellettuale che ci sdraia proprio”.

Al tuo segnale si scatenava l’inferno. Ventisei anni dopo, nell’Inferno ci accompagni il pubblico: sei la voce narrante di Dante Inferno, a Città della Scienza. Io questo lo chiamerei contrappasso. Ma come si fa la voce di Dante?

Guarda, la voce di Dante la fai con un po’ di fantasia. Un po’ anche con quello che hai studiato a scuola. La Divina Commedia l’abbiamo fatta tutti, no? Anche se parliamo di tanti tanti anni fa. Però l’abbiamo vista rappresentata, l’ha raccontata Benigni, l’ha raccontata Gassman, sono stati tanti gli artisti che l’hanno proposta, magari in chiavi diverse. Per cui ti fai una tua idea.

La tua qual è stata?

Più che altro ho fatto la mia voce. Io doppio tanti attori, non perché me li sono scelti, ma perché me li hanno affidati gli americani, gli inglesi. E ogni volta devo cambiare lo stile recitativo, ma anche la voce. Se io doppiassi Hugh Grant come doppio Samuel L. Jackson, farei un disastro. Su Dante ho detto: “No, facciamo Luca, però leviamo il dialetto romano, perché sennò non va bene”. Diventava una cosa pericolosa, mi massacravano. E ho fatto la mia voce, senza modificare nulla, ispirandomi a quello che avevo fantasticato studiando da ragazzo la Divina Commedia.

Se potessi doppiare un personaggio dell’Inferno, chi sceglieresti?

Ulisse. Mi è anche capitato già in passato, per questo ci sono legatissimo.

A febbraio hai registrato la tua voce come marchio sonoro, per difenderla dall’intelligenza artificiale. Avevi detto di non sentirti tutelato dalle istituzioni.

Sì, esatto. Credo di essere stato il primo, purtroppo. E anche in ritardo, perché siamo molto in ritardo su questa roba qua. L’intelligenza artificiale viene molto da lontano, comincia con la fine della Seconda guerra mondiale. Agli inizi si era usata per sistemi militari, ovviamente: aerei, navi, sommergibili. Poi piano piano è andata al civile, e poi in medicina: utilissima, grandiosa. Io collaboro con tanti ospedali nell’ambito medico e vedo che l’intelligenza artificiale è una potenza, quando va nelle giuste mani. Il problema è quando va in mani sbagliate. E quindi bisogna regolamentare, mettere dei paletti. I paletti sono fondamentali. In America l’hanno fatto diversi anni fa: gli attori americani ce l’hanno tutti. Ma non solo gli attori: ce l’hanno i politici, i presidenti, i ministri, tutti. Tutti hanno il copyright. Infatti vedi che quando dall’America arrivano dei video creati con l’intelligenza artificiale, sono palesemente falsi. Perché loro non possono fare una cosa reale: vanno in galera in tre secondi.

Si parla poco del fatto che tu sia anche un grande doppiatore di videogiochi. Penso a Sam Fisher di Splinter Cell, ormai venticinque anni fa. Doppiare un videogioco è un altro mestiere?

È una cosa difficilissima. Quando vai in sala a doppiare Matrix, per esempio, hai il film e lo vedi, c’è l’attore, lo vedi. Il videogioco no. Noi lavoriamo su dei frame audio fatti da nostri colleghi inglesi, americani, però non vediamo nulla. E quella è la cosa peggiore.

Non avete neanche le scene “cinematiche”?

No, zero. Zero, non esiste nulla. I miei figli giocano con ‘sta roba, e tante volte mi sono fermato davanti a questi schermi e ho detto: “Ma guarda te, ma come l’ho detta ‘sta battuta? Sta sotto un carro armato, sdraiato, e io non sto sdraiato”. Perché non lo vedi, capisci? Non sai se sta su un elicottero, se è seduto su una sedia, se si sta alzando da un divano. Quindi c’è un modo di dire le cose che è diverso, quando uno si alza, si abbassa, si inchina. È molto difficile doppiare videogiochi, molto, molto difficile.

Sei in tour con “Oggi voglio essere me stesso”. Cosa racconti in questo spettacolo?

Un po’ di aneddoti del nostro ambiente che il pubblico non conosce. Sai, il nostro mestiere è sempre stato raccontato con molte cose non reali, non vere: un mestiere, come si dice, privilegiato, se vogliamo. Ma non è così. Noi facciamo un mestiere dove non decidiamo nulla della nostra carriera, decidono gli altri. È un mestiere soggetto a tante cose. Diceva Proietti: “Nun se po’ piace’ a tutti”. Che ne so, a te magari Giancarlo Giannini piace tantissimo, a un altro no. E lì non ci possiamo fare niente. Mentre invece un bravo pilota è un bravo pilota, un bravo neurochirurgo è un bravo neurochirurgo, non si discute. O un avvocato, o semplicemente un operaio, un muratore: se è bravo, è bravo per tutti. E io in questo spettacolo racconto un po’ di aneddoti, prendo molto in giro il mio lavoro e anche i miei colleghi, in maniera carina, ovviamente. Ma soprattutto il mio è uno spettacolo interattivo: il pubblico fa parte dello spettacolo. Infatti non è mai uguale, cambia completamente, perché dipende da quali persone salgono sul palco con me a fare una sessione di doppiaggio. Che ne so: “Chi vuoi doppiare? Chi avresti voluto?”. 007? Eccolo: filmato di 007, microfoni, testi, e loro si divertono a fare James Bond.

C’è un doppiatore giovane che in questo momento ti piace? E un coetaneo, o una coetanea, che stimi particolarmente?

Nel mio settore sono tutti stimabili, perché nel doppiaggio si va avanti per merito. Non ci sono le amicizie, non possono esistere. Non è che perché sei una bella donna vai avanti, oppure un bell’uomo, oppure conosci Tizio. Assolutamente no. A noi non ci arrivano le telefonate, è impossibile. Le segnalazioni no. Si va avanti per merito, quindi sono tutti stimabili, da quelli più importanti a quelli meno importanti, uomini e donne.

Dei doppiatori si dice che siete una casta.

E io rispondo sempre: “Sì, siamo un’élite, siamo una casta d’élite”, perché non entri se non sei capace. E questo è fondamentale per un lavoratore, perché ti mette al sicuro. Tu sai che quando squilla il telefono e ti chiedono una prestazione è perché servi tu: la tua capacità, le tue peculiarità.

Tornando a qualche nome stimabile, non ne facciamo?

Guarda: tutti. Io stimo tutti i miei colleghi, dal primo all’ultimo. Professionalmente sono tutte persone preparatissime. Pensa: io faccio un film in sei ore. Ma non io, i miei colleghi. In otto ore abbiamo finito un film. Abbiamo una velocità di esecuzione che è spaventosa, e una preparazione che nessuno nel settore attoriale ha. Uno spettacolo teatrale lo devi preparare, devi studiare settimane. Noi arriviamo, non sappiamo cosa dobbiamo fare, non abbiamo visto il film. Abbiamo solo un problema: trovare parcheggio per la macchina. Basta.

Sei-otto ore in una sola giornata?

Sì, anche, dipende. Io di solito le spezzo magari in due giornate. Se proprio ti va male lo fai in quattro.

Un turno tipo è di tre ore, quindi?

Sì. Il nostro è un lavoro che è stato bistrattato per anni, e ancora oggi non è che ne parlano volentieri, del doppiaggio. Ci sono ancora colleghi che dicono che i film devono essere visti in lingua originale. Ma uno se li vede come diavolo gli pare. Ma dai, lo vuoi vedere in lingua? Tanto oggi fai clic. Tua nonna pensava che John Wayne parlasse italiano, capito? Perché non c’era la possibilità di sentirli in inglese, non esisteva. Oggi schiacci il clic e fai come ti pare, insomma.

Si dice che fumare aiuta la voce. È vero?

Sarò impopolare, ma è vero. Sono tantissimi gli attori che in passato hanno fumato tantissimo per questo motivo.

Il motivo?

Per irrobustire le corde vocali. Perché il nostro organismo è meraviglioso. Tu cominci a buttare nella faringe questo fumo, questa nicotina. Cosa fa la tua faringe, un po’ alla volta? Si crea delle difese. Infatti noi non abbiamo mai mal di gola, difficile. Io penso di averlo avuto forse una volta da piccolo. Ora, certo, non bisogna esagerare come, che ne so, Proietti, che si fumava 90 sigarette al giorno. Però un po’ di fumo aiuta ad avere una bella voce, ecco.

So che sei molto sensibile al tema delle pensioni dei lavoratori dello spettacolo.

Noi abbiamo un tetto ai versamenti deciso addirittura dal Governo Mussolini, nel ’40-’41. Con l’entrata in guerra si decide di mettere questo tetto. Fai conto: tu versi 1.000 euro, il tetto è a 100, perché gli altri 900 servono per ridistribuire a tutti i lavoratori del settore, visto che in caso di guerra il cinema avrebbe lavorato meno. Come idea non era sbagliata. Il problema qual è stato? Che quel governo naturalmente è caduto, ed è rimasto così per 70 anni. Molti miei colleghi più anziani di me sono morti senza vedere riconosciuta la loro giusta pensione. Pensa che Gassman andò in pensione con 2 milioni.

E voi cosa avete fatto?

Anni fa, un gruppo di circa 400 tra attori e tecnici, abbiamo intentato una causa. Primo e secondo grado di giudizio: ci hanno dato tutti ragione, tutti i magistrati, da nord a sud. Quindi l’Inps ha dovuto rivedere tutto. Calcola che c’era solo una retroattività di 8 anni, quindi poca roba: erano 200, 100 euro di aumento, a seconda dei casi. La Cassazione arriva e boccia tutto. Quindi l’Inps ti richiede indietro tutto quello che ti ha dato. Ora, alcuni di noi lavorano e se ne fregano. Io sono in pensione dal ‘98, perché ho cominciato a 3 anni a lavorare.

Quanto prendi?

Prendo una pensione ridicola per quello che ho versato. Faccio un esempio: se io ho versato nella mia carriera, ormai 63 anni di attività, 5 milioni tra Enpals e Inps, in realtà me ne calcolano soltanto 500.000. Perché gli altri 4 milioni e mezzo superano quel famoso tetto. Di questo si accorse Monti, che disse: “Ma è assurdo che questi stanno ancora col tetto”. Infatti chi va in pensione oggi va con delle pensioni più giuste per quello che ha versato. Questi hanno bocciato tutto, e adesso qual è la problematica? Che tutte quelle persone che ormai sono grandi e non lavorano più sono rovinate. Calcola che prendevano, che ne so, 1.600 euro di pensione al mese, gliene davano 1.000. C’è chi deve restituire 30.000, chi 50.000, chi 100.000, chi 150.000.

È per questo che ciclicamente leggiamo storie di vecchie glorie ridotte alla fame?

Certo, proprio per questo. Te lo ricordi Tacconi, il portiere? Stefano Tacconi vive nell’indigenza più assoluta, perché anche lui andò in pensione con quella legge e prende 850 euro. Quanto avrà versato Tacconi all’Enpals? Milioni, capisci? È una cosa allucinante.

Mi fai un esempio di versamento pensionistico su un tuo lavoro?

Quando facevamo i grandi spot o i grandi sceneggiati, che versavano 40-50.000 euro a lavorazione, a me ne andavano solo 2.000. Ecco perché alla fine del conteggio la mia pensione è ridicola. E tutti i giudici ci avevano dato il giusto riconoscimento, anche se piccolo. La Cassazione ha bocciato tutto, e non solo: ha bocciato a macchia di leopardo. Cioè, io e te siamo nella stessa situazione? A me no e a te sì. Questo è fuori dal mondo. È incostituzionale.

Eppure più di qualcuno vi considera ancora dei privilegiati.

Io ho il telefono intasato di colleghe e colleghi, attori e tecnici, che sono disperati. Perché questa roba gliel’hanno rateizzata solo in parte, e il resto, che sembra quasi una maxi rata, lo devono saldare entro quest’anno. E questi non hanno i soldi, non ce l’hanno. Sono disperati, poverini. Posso raccontarti una storia?

Prego.

L’altra sera vado a prendere delle pizze da asporto, vedo una cameriera e dico: “Ma io la conosco, porca miseria”. E lei mi sfuggiva. A un certo punto ho detto: “Ma quella è…?”. Era una mia collega. È madre di tre figli. E mi ha detto: “No, Lu’, mi sono vergognata”. “Ma vergognata di che? Stai a lavorà, stai a fa’ la cameriera”, capisci? E così ce ne sono migliaia, migliaia. Poi sì, ci sono dei privilegiati, gente che ha guadagnato bene, che guadagna molto bene. Ma sono pochi. Pochi.

Hai tre figli, due femmine e un maschio. Chi ti ha dato più pensieri?

Pensavo, quando erano piccoli: “Vabbè, i problemi ce l’avrò col maschio, perché io ero un teppista da ragazzetto”. E invece no, il contrario. Il maschio è un militare, proprio un militare. Le due femmine, e chi le tiene? Non le tieni, sono dei vulcani, fanno dei casini mortali. A me quando mi squilla il telefono ed è una delle mie figlie, dico: “Eccola là, mo’?”. Sono una potenza, per carità. Però oggi bisogna stare in campana quando escono, quando vanno fuori. Non stai sereno.

Che padre sei? Uno che dà la briglia sciolta e guarda da lontano?

Allora, mia moglie è tedesca. Ha fatto la scuola tedesca in Italia, per cui lei è proprio per le regole, la disciplina, lo studio, l’educazione: quella è fondamentale. Io sono un papà che c’è, anche se sono lontano. Se sono su un set, sto girando e vedo la chiamata di Lupo, io faccio: “Scusate, fermi. Pronto, dimmi”. Ci sono comunque sempre. Però sono un papà molto permissivo, perché penso che i ragazzi debbano anche vivere la loro vita, farsi le loro esperienze, sbagliare. Proteggerli, metterli dentro a una nuvoletta, e poi? Quando escono dalla porta di casa, fuori c’è la guerra. Anche una guerra bella, per carità, perché la vita è meravigliosa. Io non sono il papà che, se mio figlio litiga con i suoi compagni, va a discutere coi compagni di mio figlio. No: arrangiati, sono cose tue, te le vedi tu.

Tua figlia ha la sindrome di Marfan. Come sta?

Ora molto meglio. È stata curata in Francia, perché in Italia non c’erano i sistemi per i busti di cui ha avuto bisogno. Dei corsetti antirotativi della colonna vertebrale. Oggi mia figlia, grazie a Dio, è dritta. Non è più arrotolata su se stessa. Perché questa malattia colpisce lo scheletro: si arrotolano su loro stessi e muoiono soffocati, perché si schiacciano i polmoni, l’apparato digerente, non possono mangiare. È una malattia terribile, molto molto rara, veramente invalidante. Oggi lei ha un’impalcatura sulla colonna vertebrale, che blocca questa inerzia a piegare la colonna. E certo, la sua malattia ce l’ha, quella non va via. Però oggi le aspettative di vita, rispetto a qualche anno fa, sono molto alte: siamo intorno ai 75 anni. È stata operata anche in Italia. Al Bambino Gesù con un intervento di 16 ore alla colonna, un intervento mostruoso, mostruoso, fatto da due giovani ortopedici, all’epoca di 37 anni. E non ho pagato un centesimo. Un intervento che in America sarebbe costato intorno agli 800.000 dollari. Capisci quanto è importante, no, pagare le tasse?

Già perché, è giusto che che ci legge lo sappia, questa conversazione in realtà è cominciata parlando dell’Agenzia delle Entrate.

No, guarda, non la dovevo neanche nominare. Meglio lasciar perdere. Che sulle detrazioni ci massacrano. Per i corsetti antirotativi dovevamo per forza viaggiare su Lione. Un busto da 4.000 euro, da cambiare una volta l’anno. Portai in detrazione il 10% di quello che avevo speso, il 10, e mi arrivò una multa di 22mila euro. Io sono uno che le tasse le paga, ma le vuole pagare giuste.

Senti di essere stato un buon padre?

Guarda, più che altro ho avuto una grande moglie, e mia figlia ha avuto una grande grande madre. Mia moglie ha smesso di lavorare 14 anni fa, quando di Luna abbiamo scoperto questa malattia. M’ha detto: “Te tira la carretta, e io penso ai ragazzi, perché Luna va seguita”. E quindi è stata seguita bene. Ogni tanto mi viene in mente, magari quando sto in macchina: “Pensa se io avessi avuto ‘sta bambina con una poco di buono”. Sarebbe stato un disastro totale. Perché noi uomini, per carità, abbiamo tante doti, ma su certe cose non ci capiamo niente. Le donne sono più forti in questo senso, sono più operative. Io, quando m’hanno detto che mia figlia aveva la Marfan, che non conoscevo, ho aperto internet e mi son cadute le braccia. Mi è crollato il mondo addosso. Invece mia moglie ha reagito immediatamente, è stata un soldato. Ma quello è insito nella donna. L’ho visto negli ospedali, tutti questi anni: noi mariti, noi papà, stavamo un po’ lì, da guardiani più che altro. Le donne andavano in giro, parlavano con i medici. Hanno un’altra marcia. C’è poco da fare. Noi andiamo bene con la daga in mano, andiamo a combattere, siamo fisici, no? Loro non hanno questa potenza fisica, ma hanno una potenza intellettuale che ci sdraia proprio.

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