Perché Ossessione di Samurai Jay e le canzoni più allegre spopolano fuori dal Sanremo 2026

Tra tutte le eredità musicali che la gestione Amadeus ha lasciato agli almanacchi della storia del Festival, una particolarmente importante è stato il modo in cui ha assecondato e accompagnato in modo originale l’egemonia del gusto danzereccio nella musica pop di cui abbiamo scritto fin dai primi numeri di questa rubrica. Da Andromeda a Sinceramente, da Elettra Lamborghini a Dargen D’Amico, da Ciao Ciao a Tuta Gold, Sanremo ha sperimentato su vari livelli l’influenza che discomusic e funk, house ed europop, EDM e funk carioca, reggaeton ed electro possono esercitare sulla forma canzone.
Non che siano mai mancate le ballatone che, anzi, hanno quasi sempre vinto – con l’eccezione della (cumbia della) Noia. Ma le sue cinque edizioni sono state caratterizzate da un generalizzato spirito da festa in balera, dove ai BPM non è permesso di allentarsi troppo a lungo. Le due edizioni recenti a guida Carlo Conti, invece, hanno invertito questa tendenza. Ed è per questo che, in questo momento, tra le canzoni più ascoltate fuori dall’Ariston si stanno distinguendo proprio le eccezioni.
Tante canzoni in gara in questo Festival sono (legittimamente) serie, serissime. Alcune rimpiangono persone che se ne sono andate per ragioni naturali o per scelta (Serena Brancale, Fulminacci, Michele Bravi), altre sono ingarbugliate nell’inspiegabile fantasia autopunitiva di immaginarsi con orrore privati della persona amata (Tommaso Paradiso, Luché, Leo Gassman) o sono incantate nella contemplazione della persona amata (Eddie Brock, Mara Sattei, Levante). Alcune meditano in modo commosso sul passare del tempo (Arisa, Enrico Nigiotti), alcune ragionano sulla condizione umana magica eppure tremebonda (Nayt, Patty Pravo), altre fanno i conti più o meno direttamente con i problemi del mondo (Raf, Ermal Meta). E poi c’è Francesco Renga. Insomma, la serietà (o seriosità) abbonda nei pensieri di questo cast, e questo non aiuta un Festival che già di suo manca di spinta. Ma per fortuna, qualcuno è sceso in riviera per far festa.
Fra tanti pezzi che fluttuano fra l’adagio e l’andante, o down-to-midtempo per usare termini inglesi. In mezzo a non poche tonalità minori e atmosfere elegiache o perfino tragiche, spiccano come raggi di sole le eccezioni. Né ballad (power o meno) né serenata, ma solo qualche canzonetta che chiede il permesso di farci agitare le anche e non solo battere il cuore. Come nel caso di Ossessione di Samurai Jay, che non a caso guida la classifica su Spotify con il suo passo svelto latino – tanto svelto che la stessa canzone a un certo punto chiede di rallentare.
Non è un peccato cercare dello svago nella musica pop, una via di fuga anche leggera dai problemi presenti e dalle nostre frustrazioni quotidiane. In questo Ossessione tocca tutti i punti salienti: tratta l’innamoramento come una sorta di malattia esantematica, che sfugge al nostro controllo e ci fa perdere la testa, ma presenta questa condizione semi-bestiale come una simpatica sospensione della razionalità e senza sottotesti oscuri e maledetti; si muove sul classico beat dritto con la cassa in quarti, speziato da poliritmi afrocubani che spingono la parte istintiva del nostro sistema nervoso a partecipare; gioca con l’immaginario, come dimostra il videoclip in cui l’artista e un manipolo di colleghi amici (tra cui Rkomi e Sayf) giocano a rifare il film Dal tramonto all’alba.
Uno spirito quasi puerile, sicuramente scanzonato: non c’è da prendersi troppo sul serio, ci dice questa canzone in un periodo particolarmente teso in cui forse desidereremmo tutti un po’ di spensieratezza estiva. (Sarà per questo che è stato annunciato il fantomatico “Sanremo estate?”).
Il citato Sayf, peraltro, è un altro artista che si presenta con una canzone consapevole dei suoi limiti, ma non per questo incapace di comunicare qualcosa oltre l’intenzione di divertire. Si tratta di una “canzonetta”, come la definisce lo stesso artista nei versi del suo bridge, ma la parola per eccellenza della musica leggera viene fatta rimare con “camionetta”. La speranza incastrata fra le rime un po’ naif e (di nuovo) bambinesche di Tu mi piaci tanto, insomma, è che al passo di una svelta marcetta si possa tirare all’asciutto un Paese denotato dalla prevaricazione, dalla tragedia non necessaria, dalla violenza sugli innocenti (“le botte nelle piazze”). Il fatto stesso che Sayf partecipi al video del collega concorrente sopra menzionato ci rivela che la stessa dimensione della gara non sia così fondamentale, e che l’atmosfera è più rilassata di quanto la normale narrazione sanremese (“sei teso?!”) non ci voglia comunicare. Che questa “good vibe” per caso sia responsabile dei buoni risultati di ascolto anche di questo brano?
Non è da escludere, una volta che si prendano in esame altri due pezzi con il tempo svelto. Da una parte Che fastidio! di Ditonellapiaga, un brano che anche in assenza di un ritornello ben definito e da cantare “sotto la doccia” come nel migliore dei luoghi comuni sanremesi, ha pigliato l’orecchio italiano medio con l’amo del suo basso electro straripante e con il carattere magnetico dell’artista romana. Siamo di fronte a uno di quei brani di ballo e di protesta, genere che abbiamo visto rappresentato a Sanremo da Willie Peyote e Dargen D’Amico, negli ultimi anni, ma che affonda le radici nei Silvestri e Gaetano del passato (il paragone con Nuntereggae più è già stato fatto molte volte).
Si può dire, quindi, che parte del successo che la canzone di Ditonellapiaga sta riscontrando in radio, in streaming e su YouTube (un po’ meno in gara) proviene parzialmente dal senso di familiarità rispetto a un canone, parzialmente dalla sua rara posizione di canzone uptempo e briosa dentro un cartellone di 30 canzoni per lo più seriose. Se si parla di spirito goliardico e fanciullesco, invece, vediamo l’origine del successo di Poesie clandestine di LDA e aka 7even: in mezzo a tante ballad anche il loro duetto scapigliato si distingue per il passo svelto, le soluzioni melodiche e armoniche brillanti, le ritmiche latin-pop e disco-folk.
Alla luce di questo, allora, non è un caso che per molti il vero successo già scritto di questo Festival 2026 sia Per sempre sì di Sal Da Vinci. Certo, il suo tipo di pop d’impronta neomelodica non è per tutti – come se i dibattiti su Geolier due anni fa non ci avessero ricordato la spaccatura tra Nord e Sud anche nei gusti musicali. Ma la sua energia è contagiosa, e per questo i click sul video e sulla canzone nei servizi di streaming si sommano sempre di più. Chissà che non bastino un sorriso e un tempo tirato per portare a casa il premio finale, festeggiando tra tanti musi lunghi.