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L’odissea di Mariam, richiedente asilo tornata in Iran durante una crisi psicotica e che l’Italia non voleva far tornare

Una richiedente asilo iraniana ottiene di rientrare in Italia dopo essere tornata temporaneamente in Iran per gravi motivi di salute. Una lunga odissea legale e personale: l’Italia, infatti, le aveva negato il visto per tornare.
A cura di Gaetano De Monte
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La giudice Silvia Albano ha concesso a una donna iraniana richiedente asilo di rientrare nel nostro paese anche se si era allontanata dal territorio nazionale tornando per un breve periodo in Iran per questioni di salute. La donna è arrivata all’aeroporto di Fiumicino domenica scorsa con un visto dall’Armenia, dopo una vera e propria odissea, e grazie alla determinazione di tre avvocate esperte di protezione internazionale.

Mariam (il nome è di fantasia per tutelare la sua attuale condizione di richiedente asilo) è una donna iraniana di quasi quarant’anni; nel 2013 arriva per la prima volta in Italia con un visto studio per frequentare l’università a Venezia. Alla fine degli studi universitari, la donna decide di restare in Italia, si trasferisce a Milano e si innamora di un uomo italiano con il quale stabilisce una convivenza. A quel tempo, quindi, il suo permesso di soggiorno era legato a quello del compagno con il quale aveva stipulato una convivenza Nel 2024, invece, la donna formalizza la domanda di protezione internazionale alla Questura di Milano, ottenendo un permesso di soggiorno per richiesta asilo di sei mesi e un appuntamento per il successivo rinnovo nel luglio del 2025.

Due mesi prima, però, nel maggio del 2025 Mariam attraversa un periodo buio della sua vita. Si ammala di un forte stress psicofisico, risulta affetta da una grave crisi depressiva e vive uno stato prolungato di scompenso psichico, caratterizzato da allucinazioni uditive, intensa ansia paranoica, disorientamento spazio-temporale e perdita significativa di autodeterminazione. Si allontanata dal territorio nazionale, dunque, “ma in evidente stato di incapacità di intendere e di volere, senza perciò perdere interesse alla domanda di protezione”, fanno notare le avvocate esperte di protezione internazionale che hanno assistito la donna, Giulia Crescini, Loredana Leo, Martina Stefanile, nel ricorso, “per il rilascio di un visto di reingresso urgente in favore di richiedente asilo, per l’accertamento del diritto al reingresso in Italia” presentato al  tribunale di Roma, contro il ministero dell’interno, il ministero degli esteri, l’ambasciata italiana a Teheran.

Verso Instanbul

Nel frattempo, a Mariam è accaduto di tutto. Prima, in preda a un’alterazione grave della coscienza e spinta da contenuti deliranti, acquista un biglietto aereo per Istanbul, pur non essendo in grado, in quel momento, di comprendere la natura e le conseguenze del proprio atto. Poi, una volta salita a bordo dell’aereo, chiede di scendere a causa del suo stato confusionale e così viene riportata a Malpensa, condotta all’interno degli uffici della polizia di frontiera dell’aeroporto.

Qui – secondo il suo racconto -, le sono state somministrate gocce di diazepam senza una preventiva valutazione psichiatrica né un consenso informato. In seguito, ancora in stato di alterazione farmacologica, la donna viene accompagnata su un volo diretto ad Istanbul. Una volta giunta all’aeroporto della capitale turca, inoltre, la donna contatta la sorella residente in Iran e, dietro consiglio di quest’ultima, Mariam rientra in Iran, ma per poco tempo, esclusivamente per motivi di salute.

A Teheran si sottopone a valutazione neurologica e psichiatrica specialistica e le viene diagnosticata una grave forma depressiva con sintomatologia psicotica. Una volta curatasi, tuttavia, la donna realizza che ha lasciato l’Italia in pendenza di una domanda di protezione internazionale. “Ha tutt’oggi assoluto interesse a coltivarla, circostanza per altro verosimilmente nota anche alle autorità di frontiera, le quali, tuttavia, non hanno adottato misure volte a garantire un intervento sanitario urgente e necessario ad appurare lo stato di consapevolezza della ricorrente al momento dell’espatrio. Peraltro, la donna non aveva mai rinunciato per iscritto alla domanda di protezione internazionale”, hanno precisato le avvocate Giulia Crescini, Loredana Leo e Martina Stefanile che hanno assistito Mariam nel corso di un lungo iter processuale.

Il problema con l'ambasciata

Già, perché la donna, una volta guarita e non sentendosi al sicuro in Iran, visto il contesto di guerra, repressione e il suo status giuridico di richiedente asilo in fuga dal paese, avanza una istanza di visto di reingresso presso l’Ambasciata d’Italia a Teheran. E qui comincia un altro capitolo della sua odissea. Perché l’Autorità diplomatica rifiutava il rilascio del visto di reingresso con questa motivazione: “la sua richiesta di visto non può essere accolta in quanto, sentita la Questura di Milano per il parere di competenza, la stessa ha espresso parere sfavorevole”.

A causa di questo rifiuto, Mariam fugge in Armenia, dove rimane quasi anno; tra l’altro, in sede di ricorso, la difesa ha rappresentato che “dopo il deposito del ricorso era stata contattata dalla ricorrente la quale aveva dovuto rientrare in Iran perché era scaduto il termine massimo di 90 giorni per il soggiorno in Armenia in esenzione di visto; che molti uffici consolari avevano chiuso i propri uffici e l’Ambasciata italiana a Teheran aveva comunicato che avrebbe garantito solo i servizi essenziali, urgenti e non differibili in favore dei connazionali”. Così la donna si è trovata in pericolo di vita in Iran, anche di recente, costretta a vivere chiusa in casa di un parente che la stava ospitando, ma con un clima familiare ostile in quanto la famiglia religiosa e tradizionale, e lei richiedente asilo in Italia dove ha condotto invece la sua vita in maniera libera, rifiutando di aderire a costumi imposti dalla legge iraniana alle donne.

Il ritorno in Italia

Nelle ultime settimane Mariam ha vissuto in Armenia, nella città di Yerevan. Qui ha ritirato qualche giorno fa il visto che le è stato concesso dopo una sentenza del tribunale di Roma. La giudice Silvia Albano ha ordinato alle amministrazioni competenti “di emanare tutti gli atti ritenuti necessari a consentire l’immediato ingresso nel territorio dello Stato italiano alla ricorrente”, scrivendo negli atti: “non può, pertanto, ritenersi che si tratti di ipotesi di rimpatrio volontario con implicita rinuncia alla domanda di protezione internazionale proposta in Italia”. Inoltre, la giudice Albano ha stabilito che “sussiste altresì il periculum in mora e la necessità di provvedere immediatamente in considerazione della gravissima crisi in atto in Iran e del pericolo imminente, grave e irreparabile nel quale si trovi chiunque venga percepito come non obbediente ai precetti dell’Islam”. Mariam, adesso, è in Italia. Le sue avvocate hanno deciso di rendere pubblica la sua storia anche al fine di aiutare tutte quelle persone che si trovano nella stessa situazione e che devono sfuggire a una situazione di pericolo, e credono non ci sia speranza.

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