Il giallo di Bruno Romano, 12enne scomparso da Roma 31 anni fa, per il suo caso era sospettato Marco Accetti

È il giorno di Santo Stefano, il 26 dicembre del 1995, quando Roma inghiotte nel nulla Bruno Romano. Ha 12 anni, un ciuffo folto sulla fronte e vive con i genitori e gli otto fratelli in una roulotte accampata vicino al Ponte delle Valli, nel quartiere Africano. Quel pomeriggio esce per incamminarsi verso viale Somalia, diretto a casa della nonna, ma non ci arriverà mai. Da quel momento, il destino di Bruno si trasforma in uno dei casi irrisolti più noti della Capitale, le cui indagini finiranno per incrociare il nome di Marco Fassoni Accetti: fotografo romano di settantuno anni, la sua figura è stata più volte interpretata come l'anello di congiunzione tra la sparizione di Romano, quella di Emanuela Orlandi, di Mirella Gregori e le morti di José Garramon e Katty Skerl.
L'informativa Calipari e l'ombra della pedofilia
Sulla sparizione di Bruno — abituato a muoversi tra le insidie della stazione Termini — inizialmente gli investigatori brancolano nel buio. Un punto di svolta nelle indagini arriva due anni dopo, nel 1997, quando un'informativa della Questura di Roma controfirmata dal vicequestore Nicola Calipari punta il dito su un sospettato preciso. Secondo una "fonte fiduciaria qualificata", il fotografo Marco Accetti, che possedeva un ufficio-studio proprio nel quartiere Africano, a due passi dalla roulotte della famiglia Romano, avrebbe avvicinato il bambino per poi rapirlo e costringerlo a subire rapporti sessuali, con la complicità di un'altra persona.
A mostrare per primo il documento è il programma Chi l'ha visto in onda su Rai 3, in una puntata del 23 settembre 2015. La conduttrice Federica Sciarelli e gli altri giornalisti della sua redazione qualificano la fonte come un uomo del Sisde — Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica —, i servizi segreti civili italiani. La testimonianza contenuta nell'informativa descrive Accetti come "dedito a pratiche sessuali pedofile", abituato a riprendere "con la propria telecamera i suoi rapporti perversi con i bambini".
Il fotografo — prosegue il testo — avrebbe "avvicinato Bruno qualche giorno prima insieme alla compagna e poi lo avrebbe rapito e costretto a subire rapporti sessuali, con la partecipazione di un suo amico omosessuale". Al tempo dell'informativa, nel '97, la polizia perquisisce l'abitazione del fotografo, dove viene rinvenuta la foto di una bambina in mutandine, ma le prove non verranno mai ritenute sufficienti e la posizione di Accetti viene archiviata al termine delle indagini preliminari. Il fascicolo si chiude senza risposte per la famiglia di Bruno.
la morte di José Garramon
In molti fanno notare (compreso il programma di Sciarelli) la somiglianza di Bruno Romano con un altro bambino, José Garramon. Anche l'età è simile: il primo ha 12 anni quando scompare, il secondo 13 quando viene ritrovato senza vita nella pineta di Castel Porziano, a Ostia, la sera del 20 dicembre 1983. José era il figlio di un funzionario diplomatico uruguayano. Il ragazzino venne travolto e ucciso da un furgone Ford Transit. Alla guida del mezzo, risulterà esserci Marco Accetti. Durante le indagini sorge subito una domanda: come ha fatto un tredicenne, uscito poco prima da un barbiere all'Eur, a ritrovarsi di notte, da solo, a 20 chilometri da casa?
Una domanda che non troverà mai risposta. Ma nell'informativa del '97 su Bruno Romano, si parla anche di questo: la fonte qualificata ipotizza che "Accetti avrebbe simulato con un incidente stradale, la morte di un bambino straniero avvenuta nei pressi di Castel Porziano. In realtà il bambino era deceduto precedentemente, verosimilmente, a causa della sua perversione", si legge nel testo. Dunque, "verosimilmente" il fotografo avrebbe organizzato la messa in scena dell'investimento. Per quella morte, però, viene condannato in via definitiva a due anni e due mesi per omicidio colposo e omissione di soccorso.
L'anello di congiunzione con Emanuela Orlandi e le nuove accuse
Il nome di Marco Accetti, oggi settantunenne, era già salito agli onori della cronaca nel 2013, quando si è autodenunciato in qualità di organizzatore dei sequestri di Mirella Gregori e Emanuela Orlandi. Le loro sparizioni sono avvenute rispettivamente il 7 maggio e il 22 giugno del 1983, nello stesso anno della morte di Garramon. La confessione avvenne sempre a Chi l'ha visto, nella puntata del 3 aprile 2013: in quell'occasione il fotografo fece ritrovare al giornalista Fiore De Rienzo un flauto in un capannone cinematografico dismesso della De Laurentiis sulla via Pontina, a Roma.
Accetti sostiene che lo strumento sia di Emanuela, ma le perizie disposte dalla magistratura hanno smentito questa ipotesi: all'epoca la Procura di Roma lo bollò come un ciarlatano che aveva messo in piedi una "sceneggiatura fantasiosa, frutto di un esasperato protagonismo". Ma, come riportato da Repubblica, oggi Accetti è di nuovo iscritto nel registro degli indagati per il caso Orlandi. La direzione in cui si muovo gli investigatori è quella di un suo coinvolgimento in una radicata rete di adescatori di minori.
In questo contesto arrivano le dichiarazioni di Maria Laura Bulanti Garramon, la madre di José, pubblicate ieri dal quotidiano: in un appello disperato, chiede di poter deporre davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta sul caso di Emanuela Orlandi. "Posso essere a Roma in 48 ore" dice, accusando Accetti apertamente e senza mezzi termini: "Ha ucciso mio figlio. Ma ho altro da dire". Tra i misteri sollevati dalla mamma del tredicenne c'è l'inspiegabile presenza, accanto al fotografo romano, di una misteriosa donna sporca di sangue, subito dopo l'impatto mortale. Quella figura non è mai stata identificata e quel sangue non fu mai analizzato dagli inquirenti.