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Vogliono uccidere Report approfittando del caso Ranucci: questa è l’unica certezza di tutta la storia

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Nelle carte della procura di Roma non c’è certezza sul movente dell’attentato a Ranucci e non ci sono appigli per credere che il conduttore di Report fosse a conoscenza dei piani di Valter Lavitola. Perché allora la destra di governo chiede la testa del conduttore di Report?

Prima di tutto i fatti, per come li conosciamo finora. A mettere in atto l’attentato ai danni del conduttore di Report Sigfrido Ranucci sono state quattro persone, Antonio Passariello, Marika De Filippi, Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino, quattro criminali avellinesi, che hanno agito su commissione. Stando alle indagini della procura di Roma, e alle carte dell’ordinanza di custodia cautelare, emergono evidenze di forti legami tra loro e il faccendiere Valter Lavitola, un uomo dal passato oscuro, dedito a complotti, ricatti ed estorsioni che si era apparentemente rifatto la vita come ristoratore.

Bene: stando alle carte della procura di Roma, emerge piuttosto chiaramente il coinvolgimento di Lavitola nell’attentato ai danni di Ranucci. Meno chiaro, a dispetto di tutto è il movente: gli inquirenti fanno notare che i due fossero amici, molto amici. E allo stesso modo, che il faccendiere fosse convinto che Ranucci si dovesse candidare in Parlamento e assumere la leadership del centrosinistra, per diventarne a sua volta il consigliere ombra. Quindi, deducono: l’attentato potrebbe essere stato fatto per ergere Ranucci a vittima suprema e lanciarne la carriera politica.

Fine. Per ora siamo qui. Potete pensarla come volete della sciagurata amicizia tra Lavitola e Ranucci, e della sua opportunità. E magari dalle indagini emergerà altro, non lo sappiamo. Ma per ora non c’è una riga, un mezzo virgolettato in cui Lavitola espliciti questo legame tra il suo opinabile disegno politico e l'attentato a Ranucci. E, sono gli stessi inquirenti a metterlo nero su bianco, Ranucci era totalmente inconsapevole del fatto che Lavitola stesse preparando un attentato ai suoi danni. Allo stesso modo, nelle 198 pagine di ordinanza, non emerge nessuna forma di condizionamento che Lavitola avrebbe posto in essere nei confronti di Ranucci, per indirizzare l’attività giornalistica di Report.

Bene. E allora forse in questa fase varrebbe la pena di concentrarsi su altro. Ad esempio, su come una parte politica, buon ultimo il vicepremier Matteo Salvini in persona, e i suoi organi di propaganda travestiti da giornali stanno facendo di tutto per far cacciare Ranucci da Report, appigliandosi a qualunque cosa per raggiungere il loro obiettivo. E siccome, allo stato attuale, non ci sono appigli per giustificare la cacciata di Ranucci, vale la pena di chiedersi perché tanta foga, perché tanto interesse a vedere cadere la testa del conduttore di Report.

Perché, banalmente, Ranucci in questi anni non è stato solo il conduttore di Report. È stata la persona che ha messo la sua faccia e il suo corpo per difendere la più scomoda delle trasmissioni d’inchiesta del servizio pubblico dagli attacchi violentissimi che ha subito quasi settimanalmente dalla maggioranza di governo. Attacchi dai banchi del governo, dalla commissione di vigilanza Rai, dalla commissione antimafia, dai parlamentari, dai dirigenti Rai, dalle trasmissioni e dai giornali di destra. Un fuoco di fila impressionante cui Ranucci si è opposto mettendoci la faccia e tutto il suo carisma. Egomaniaco? Narcisista? Forse, come chiunque faccia questo mestiere, peraltro, o quello del politico, peraltro. Ma è facile pensare anche, che con un conduttore più arrendevole, Report sarebbe già stata chiusa o silenziata da tempo. 

Ed è questo il punto a cui siamo ora, precisamente: al tentativo finale di levare di mezzo Ranucci, con il malcelato obiettivo di delegittimare tutto quel che Report ha fatto sinora, e di addomesticarla, se non addirittura di chiuderla. Di farne, nel migliore dei casi, un programma che fa inchieste con il bilancino – una a destra, una a sinistra, e magari qualcuna dove non si parla di politica – come ha messo nero su bianco il capo degli approfondimenti Rai Paolo Corsini in una missiva al conduttore finita agli atti dell’ordinanza della procura. Un giocattolino che non rompa troppo le scatole a chi comanda, e ai suoi amici.

Potete pensarla come volete, su Report. Possono piacervi o meno le inchieste di quel gruppo di giornalisti. Ma vedere un’intera parte politica e un intero apparato mediatico al suo servizio all’assalto di un programma d’inchiesta del servizio pubblico, approfittando di un attentato di cui il conduttore è vittima, non è un bello spettacolo. E non è un bello spot per la nostra libertà d’informazione e per la nostra democrazia. Forse è questo ciò di cui dovremmo parlare oggi, ciò per cui dovremmo indignarci oggi. E magari vigilare affinché non accada.

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