Centri di salute mentale senza infermieri a Frosinone: “Così non garantiamo neanche i servizi minimi”

Lavorare da soli in un Centro di salute mentale che segue oltre mille casi psichiatrici. Coprire accoglienza, terapie, attività amministrative e assistenza. Rinunciare alle visite domiciliari perché non c'è abbastanza personale. E affrontare quotidianamente situazioni di tensione e rischio senza adeguate misure di sicurezza. È il quadro denunciato dal sindacato Coina e confermato a Fanpage.it da una fonte interna al personale infermieristico della Asl di Frosinone, che descrive una situazione ormai al limite nei Centri di salute mentale dei distretti A e B della provincia: "Non riusciamo ad assicurare neanche i livelli minimi di assistenza".
La denuncia del sindacato: "Organici insufficienti"
La segnalazione è contenuta in un esposto inviato l'8 giugno dal segretario del Coina per la provincia di Frosinone e Latina, Alessandro Britolli, alla direzione generale della Asl, alla Regione Lazio e all'Ordine delle professioni infermieristiche. Secondo i calcoli del sindacato, nei Centri di salute mentale di Ceccano, Anagni, Frosinone e Alatri nel 2025 sono stati registrati complessivamente 11.462 casi prevalenti infermieristici, gestiti da appena 11 unità infermieristiche. La metà di quanti ne prescrive il protocollo dell'Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas), che, per quanto riguarda le strutture che si occupano di salute mentale, indica una dotazione di professioni sanitarie, infermieri inclusi, di 5 unità ogni 10mila abitanti adulti e una dotazione complessiva di 67 operatori ogni 100mila abitanti.
Particolarmente critica la situazione di Alatri, dove il servizio è affidato a una sola infermiera dopo che una collega è andata in pensione nel 2024 e non è mai stata sostituita. "Per coprire le sue ferie dobbiamo spostare personale da Anagni, ma anche lì gli infermieri sono pochi. Formalmente sono tre, ma uno lavora part-time a 24 ore settimanali". Anche nella città dei papi i numeri non sono sufficienti, a fronte di 2.302 casi infermieristici registrati nel 2025.
"Le visite domiciliari praticamente non si fanno più"
La carenza di personale non si traduce soltanto in un aumento dei carichi di lavoro, ma incide direttamente sull'assistenza. "Si lavora malissimo", racconta la fonte. "Le visite domiciliari, che sono una parte fondamentale dell'attività, praticamente non si fanno più, perché con una sola infermiera è impossibile organizzarle. Normalmente una visita domiciliare viene effettuata da infermiere e medico insieme".
Un problema aggravato dal fatto che la carenza non riguarda soltanto il personale infermieristico, ma anche quello medico. "Sempre ad Alatri, ad esempio, il Centro di salute mentale può contare su un'infermiera, un'assistente sociale e tre psicologhe. Il medico non è presente in modo continuativo ma lavora a ore", continua la fonte. La carenza viene coperta con l'impiego di medici gettonisti, cioè pagati a presenza, spesso anziani o con una formazione non adeguata al contesto particolare di un Csm.
"Recentemente è successo un episodio molto grave", racconta la fonte. "Un medico gettonista, che non conosceva i pazienti del servizio, ha prescritto una terapia per un paziente sulla cartella clinica di un altro". Ad accorgersi dell'errore sarebbe stata l'infermiera titolare del servizio di Alatri, che conosceva personalmente i pazienti seguiti dal centro. "Se al suo posto ci fosse stato un collega proveniente da un'altra sede per coprire un'assenza o un giorno di ferie, probabilmente quella terapia sarebbe stata somministrata con gravi conseguenze per il paziente".
"L'infermiere fa tutto"
La scarsità di personale costringe gli infermieri a svolgere contemporaneamente compiti molto diversi, passando dall'accoglienza all'accettazione, dalla gestione amministrativa alle terapie. "In tutto questo, va considerato – continua la fonte – che una terapia intramuscolare in medicina generale può richiedere cinque o dieci minuti, mentre con un paziente psichiatrico serve molto più tempo. Bisogna parlare, instaurare una relazione, convincere il paziente ad accettare la terapia e costruire fiducia. Questo tempo relazionale non viene mai considerato quando si parla di carichi di lavoro, ma è fondamentale".
Le preoccupazioni per la sicurezza
Oltre ai problemi organizzativi, emerge anche il tema della sicurezza del personale. Nel suo esposto il Coina avverte che l'attuale situazione rischia di compromettere la continuità assistenziale, le attività territoriali e domiciliari e la qualità dei percorsi terapeutici individualizzati. Rischi che si sono già tramutati in episodi concreti all'interno dei servizi, anche considerando che nei Centri di salute mentale vengono seguiti anche pazienti con doppia diagnosi, cioè persone che hanno contemporaneamente una patologia psichiatrica e problemi di tossicodipendenza. "Due o tre mesi fa un paziente seguito sia dal Ser.D (servizi pubblici per le dipendenze patologiche, ndr) sia dal Csm di Frosinone si è presentato con un paletto metallico preso da una recinzione – riferisce la fonte -. Era molto agitato e aveva un atteggiamento minaccioso".
In quell'occasione, spiega, un'infermiera sarebbe riuscita a gestire la situazione mantenendo la calma, temporeggiando e chiedendo nel frattempo l'intervento dei carabinieri. "Ma non è possibile lavorare ogni giorno con il timore che possa accadere qualcosa del genere – prosegue la fonte interna al personale -. Da anni chiediamo interventi strutturali, come porte blindate e sistemi di protezione adeguati, ma non è stato fatto nulla".
In arrivo anche i pensionamenti
A preoccupare gli infermieri e il sindacato Coina è anche il futuro prossimo dei servizi. Nel Centro di salute mentale di Frosinone tre delle quattro unità infermieristiche attualmente in servizio raggiungeranno il pensionamento entro la fine del 2026. Ad Alatri, invece, l'unica infermiera attualmente in servizio dovrebbe andare in pensione nel gennaio 2027.
Anche per questo il sindacato chiede alla Asl di intervenire con urgenza per colmare la carenza, sostituendo il personale già andato in pensione o prossimo a lasciare il servizio, arrivando in maniera graduale a portare gli organici agli standard previsti da Agenas. Questo passando da misure immediate per garantire l'assistenza ai pazienti ed evitare che la pressione su infermieri e infermiere raggiunga il punto di non ritorno.