Nonostante siano caduti dodici degli iniziali quattordici capi d’accusa contro Mimmo Lucano e il gip Domenico Di Croce, il primo a occuparsi del caso, abbia escluso che ci sia stato dolo, e nonostante delle due accuse rimanenti, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e irregolarità nell’affidamento degli appalti per la differenziata, anche la Cassazione abbia rilevato molti dubbi sull’impianto accusatorio, il Sindaco di Riace dovrà andare a processo. Ma il caso Riace non può limitarsi a una questione giuridica. A Riace c’è in gioco un modello di umanità e di giustizia che va ben oltre i codici e sconfina nell’etica.
Chissà in quanti si sono chiesti da dove venga il nome dell'inchiesta che si è abbattuta sul sindaco di Riace.Xenia (in greco antico: ξενία, xenía) riassume il concetto dell'ospitalità e dei rapporti tra ospite e ospitante nel mondo greco antico, della cui civiltà costituiva un aspetto di grande rilievo. Era un dovere per i greci accogliere coloro che chiedevano ospitalità.Il padrone di casa doveva essere ospitale e fornire all'ospite cibo e bevande, la possibilità di lavare il corpo e indossare vesti pulite. Non era considerato educato porre domande fino a che l'ospite non lo avesse "concesso".

Ciò era molto importante soprattutto nei tempi antichi, quando si pensava che gli dei potessero assumere sembianze umane: se il padrone di casa avesse trattato male un ospite dietro le cui vesti si celasse un dio, avrebbe potuto incorrere nella collera divina.
Il dono d'addio dimostrava che il padrone di casa era stato onorato di accogliere l'ospite. Non doveva essere per forza un dono di valore immediato o effimero.
Il padrone di casa poteva anche donare un pezzo di pietra, cosicché se una delle due famiglie (o i loro discendenti) in futuro avessero avuto bisogno di un rifugio, allora le due metà della pietra ricongiunte, avrebbero dimostrato l'antico legame creatosi in passato grazie all'ospitalità. Al di là del caso Riace, nello smantellare ogni concetto di accoglienza e ospitalità questo governo sta spezzando ogni legame col futuro. E il futuro non perdona. Quando milioni di discendenti degli attuali migranti si ricorderanno di avere in mano non metà pietra e un legame con noi, ma solo ossa, morti e bare piene di sassi dei loro parenti lasciati morire in mare, allora noi, o meglio i nostri figli, avranno nelle proprie mani solo sangue. E da quelle pietre lasciate intere, saremmo giudicati, da coloro ai quali oggi stiamo insegnando l'odio e negando ogni spirito di convivenza pacifica.

E più di tutto fa male pensare che il modello Riace possa morire per il solo fatto che venga colpito un singolo uomo.
In Sardegna esiste una storia meravigliosa e poetica che voglio raccontare per dare speranza a Riace e all’Italia intera.
È la storia ben raccontata dal corto di Antonio Sanna e Umberto Siotto “La valigia di Tidiane Cuccu”. Tziu Antoni Cuccu era un editore di San Vito, minuscolo paese nel sudest della Sardegna poco più grande di Riace. Ma Tziu Antoni Cuccu non era solo un editore: era un profondo appassionato della lingua e della poesia sarda. Raccoglieva migliaia di poesie, spesso direttamente dalla tradizione orale, le trascriveva in piccoli libri che nessuno voleva pubblicare, e che allora lui stesso pubblicava a sue spese, avvalendosi dell’aiuto di piccolissimi tipografi e stampatori.

E quei libri, racchiusi in una valigia scalcagnata che piano piano diventata uno dei più preziosi luoghi di memoria del popolo sardo, Antoni Cuccu li vendeva, in giro per le piazze dell’isola, senza perdersi neanche una festa patronale o un mercatino rionale. Prima girava con una vecchia Bianchina, che poi divenne una vecchia Panda scassata. Quella era allo stesso tempo la sua casa e la sua libreria viaggiante. Ma questa storia che nasce già straordinaria, diventa una formula magica per il futuro dell’umanità quando Antoni Cuccu nel 2003 muore, e tutto il suo patrimonio passa a un ragazzo immigrato in Italia dal Senegal nei primi anni ’90.

Cheick Tidiane Diagne una volta sbarcato in Sardegna incontro per caso Antoni Cuccu, il quale lo accolse come un figlio. “Fu la prima persona che incontrai quando arrivai a Nuoro. Uscito dalla stazione vidi lui con i suoi libri e la sua valigia. Gli chiesi dove potevo trovare i miei connazionali. E lui mi ci portò e da allora mi ha sempre trattato come un figlio”. Diagne, che oggi va per i sessant’anni e vive a Nuoro ma continua a girare tutta la Sardegna continuando da oltre 15 anni l’opera di Tziu Antoni Cuccu, parla quattro lingue: l’arabo, il francese, un italiano impeccabile, il suo dialetto, il Wolof, e ora anche il Sardo. Di cui è un fine conoscitore. Ha ereditato la biblioteca viaggiante e l’auto di Tziu Antoni Cuccu e ora è lui a percorrere la Sardegna per difendere una lingua e i dei dialetti non suoi, dandoci una grande lezione di cultura e umanità: “Sì, tutti si sorprendono e mi chiedono: ma tu che non sei sardo, come puoi vendere libri di poesia sarda? E la mia risposta è semplice: la cultura è universale, basta mettersi a studiare e imparare” non si stanca di ripetere a chi lo intervista.

E così ogni giorno Cheick Tidiane Diagne incontra nel suo girare molti anziani che lo chiamano “fizzu” (figlio) e gli affidano frammenti di memoria di versi di antiche gare canore, una delle forme di poesia popolare più antica dove i poeti si sfidavano su temi scelti in anticipo: amore, filosofia, astri, donne, sfottò tra paesi diversi. Tutto rigorosamente in rima e spesso improvvisando anticipando di secoli il freestyle dei rapper. Diagnè prosegue con mezzi nuovi l’opera antica di Tziu Antoni Cuccu. Continua a stampare libri di una lingua non sua e lo fa anche lanciando online dei Crowdfunding che ottengono sempre un ottimo successo. Perché esistono ancora luoghi dello scibile umano dove il colore della pelle non conta, e la diversità è una porta che spalanca la meraviglia e la conoscenza e non la paura.

Hanno fotografato i buchi neri a 55 milioni di anni luce da noi, ma ancora non abbiamo imparato che vista dallo spazio la terra non ha confini, se non quelli edificati dall’ignoranza di chi la abita. La storia di Tiziu Antoni Cuccu ci insegna che è tempo che ciascuno di noi si faccia erede di Riace e dei mille modelli di accoglienza, umanità e solidarietà che ovunque resistono nel nostro Paese. Il grande poeta Federico Tavan, che come tanti scontò in manicomio la sua umanità e che anche lui usò spesso il suo adorato dialetto friulano nelle poesie, scrisse un giorno: "Siete maggioranza ma non avete ragione".
Moltiplicare i modelli positivi che rendono giustizia non ai tribunali ma al nostro essere umani è l’unico modo per superare questi tempi bui.
Abbiamo la poesia, la musica, i balli, gli abbracci, l’arte, la bellezza, abbiamo mille armi di umanità contro l’odio e la guerra. Usiamole.
Comincio io.

Capitale dell’umanità.

Hanno fatto di un sindaco
un viandante,
ma chi ha per casa
il rifugio di tutti
non sarà mai un randagio.
Non sarà mai al confino
chi non ha confini.
Chi ha per radici il sorriso degli altri
avrà sempre
sotto ai piedi
la sua terra
e sulla testa
un cielo robusto e resistente,
allenato all’azzurro
dal peso della stessa preghiera
ripetuta in mille lingue.
Tutto il mondo
è provincia di Riace,
piccola capitale dell’umanità.

(Andrea Melis)