Sconfitto alle elezioni politiche, ma vincitore alle regionali del Lazio: il destino del Pd dopo la tornata elettorale del 4 marzo vede da una parte una sonora batosta e uno sconfitto su tutti (Renzi), e dall’altra una vittoria in controtendenza con qualunque dato nazionale e non solo e un assoluto vincitore. Si tratta di Nicola Zingaretti, rieletto presidente della regione Lazio e pronto a scendere in campo per guidare il Pd. Nonostante il futuro del partito sia ancora poco chiaro (segretario eletto in assemblea e primarie nel 2019?), e Zingaretti non sappia ancora quale sarà il suo ruolo nel Pd, intanto il presidente di regione stila un suo manifesto personale per il partito, affidato alle pagine de Il Foglio.

Zingaretti analizza la netta sconfitta del 4 marzo, sottolineando come nel Pd sia prevalso l’assillo per il governo che ha allontanato il partito dai cittadini: “C’è certamente una specifica responsabilità nostra; della sinistra italiana. Il Pd è stato un grande tentativo di innovazione. La sua ambizione iniziale fu quella di adeguare non solo i programmi, ma le forme politiche, i rapporti dei cittadini con le istituzioni e la democrazia. Oggi, possiamo dire che nel corso degli anni questa ambizione si è affievolita fino quasi a spegnersi. È prevalso l’assillo, pure comprensibile, per il governo. A tutti i livelli. Sono emerse le ambizioni di ceti politici, con ricche storie alle spalle, ma incapaci di combinarsi insieme e di fondare un inedito organismo politico unitario. Così si spiega il moltiplicarsi delle correnti, delle ambizioni per carriere personali, di un’ansia a ciclo continuo per conquistare postazioni di potere e istituzionali. Noi che avevamo sognato l’avvio di una fase della politica più fresca e umana, siamo ripiombati nei riti vecchi ed estenuanti del passato, anzi a volte peggiori perché giustificati esclusivamente da logiche personali e promossi da figure di scarso radicamento sociale”.

La combinazione di un profilo esclusivamente di governo, inevitabilmente concentrato sulla responsabilità e sul rispetto delle compatibilità, e la degenerazione delle nostre pratiche concrete ci hanno allontanato sempre di più dal sentimento del popolo – spiega Zingaretti -. Da qui nasce la percezione diffusa di un nostro atteggiamento altezzoso, autoreferenziale, sordo, rispetto ai conflitti e ai movimenti sorti anche in contrasto ad alcune nostre scelte di governo. E nasce anche un racconto troppo ottimistico sui risultati che pure abbiamo ottenuto dirigendo il paese; ma che raramente, o almeno in modo non sufficiente, hanno cambiato con rapidità la vita vera delle persone”.

Zingaretti parla di una sconfitta drammatica: la terza consecutiva dopo il referendum e la tornata amministrativa. Ma ciò che preoccupa di più Zingaretti è il “carattere di questa sconfitta: il voto, anche contro di noi, è stato un voto popolare”. Espressione della parte del Paese “più sofferente, emarginata e priva di forza”. Secondo il presidente della regione Lazio, 5 Stelle e Lega hanno raccolto i frutti “semplificando messaggi demagogici, accattivanti, irrealistici; fondati su una risposta diretta alle paure, vecchie e nuove, dell’elettorato italiano”. E non c’è dubbio che il posto del Pd sia all’opposizione, secondo Zingaretti.

Il voto è stata un’esplosione di rabbia, afferma ancora l’esponente del Pd, e bisogna capire perché “non siamo riusciti a tramutare la rabbia in speranza”. Ma il problema non è solo italiano: “La maggior parte del movimento socialista democratico è in grande difficoltà. Abbiamo subito colpi ovunque: in Spagna, in Francia, in Germania. I segni di una controtendenza ci sono stati solo nel Regno Unito, dove comunque non abbiamo conquistato il governo”. E proprio da questo bisogna ripartire, considerando che “l’Europa è il fronte principale su cui combattere”.

Il giudizio sull’operato di Renzi

Zingaretti non critica più di tanto l’operato dell’ex segretario del Pd Matteo Renzi: “Nonostante il decisionismo di Renzi, abbiamo affrontato la prova elettorale in modo confuso e diviso. Tra mille incertezze e senza forza d’animo. Forse per la prima volta nella storia della sinistra italiana del dopoguerra abbiamo chiesto il voto senza avere una proposta chiara di governo per il futuro dell’Italia. E ciò che colpisce nei giorni successivi al voto è la difficoltà di una reazione rispetto alla profondità della sconfitta subita”. Nonostante qualche scetticismo sulla campagna elettorale, infatti, Zingaretti sostiene che affibbiare tutta la responsabilità a Renzi sarebbe “ingeneroso e auto assolutorio”.

Io non lo votai – continua – ma è doveroso riconoscere che a un certo punto, Renzi ha riacceso una speranza, ha mosso le acque, ha messo in campo l’ambizione di un rinnovamento generale della Repubblica, ha riappassionato il popolo, sembrando poter unire radicalità di pensiero, innovazione e allargamento dei nostri confini mentali ed elettorali. Con pacatezza dovremo ragionare del perché questa spinta si è esaurita in così breve tempo: tra divisioni, recriminazioni, errori, fanatismi reciproci. Fatto sta che di fronte alle difficoltà (per certi aspetti inevitabili) nell’azione di governo e nel rapporto con diverse categorie di lavoratori, Renzi si è via via isolato, ha ristretto a pochi la plancia del comando, ha sottovalutato suggerimenti e critiche sincere”.

I punti da cui ripartire

Zingaretti offre allora un manifesto su cui si dovrebbe basare il Pd dopo la sconfitta elettorale. E spiega quali saranno “i punti di riferimento sui quali muoversi per aprire una fase nuova”:

A) Reimmergere il partito nella vita reale. Non serve un generico appello a stare tra la gente. Cosi come siamo servirebbe a poco. Serve il preciso obiettivo politico di una forma partito nuova, in grado di superare apparati burocratici, pratiche autoreferenziali e correntismo di potere.

B) Il lavoro di questo nuovo partito deve recuperare un punto di vista critico. Noi esistiamo per cambiare le cose nel senso di una maggiore giustizia e di una liberazione delle energie migliori della società; l’apertura massima ad un confronto continuo e di massa sulle scelte programmatiche, tattiche o di governo che via via dobbiamo compiere, deve, dunque, intrecciarsi con la riaffermazione di un nostro sistema di valori.

C) Al centro di tutto si deve collocare la questione europea.

D) Occorre rifondare un campo perché la crisi riguarda tutti. Non confondere il giusto orgoglio di partito con l’errore dell’arroganza e la presunzione. Non tutto ciò che non è Pd è nostro avversario.

E) Aiutare la crescita di una generazione più colta, consapevole, libera, non solo dentro il partito, è una scelta prioritaria sull’idea di Paese. La drammatica questione del rischio di marginalità giovanile si intreccia sempre di più ad una crisi di senso, esistenziale ed umana che porta molte ragazze e ragazzi ad allontanarsi non solo dalla politica, ma da ogni esperienza di relazione autentica e formativa con gli altri. Un investimento generale non solo sulle élites ma sul “popolo” dei giovani: perché serve in ugual misura lo scienziato che dovrà inventare e il nuovo meccanico che dovrà riparare.

Zingaretti conclude quindi il suo intervento: “Occorre dunque coraggio e capacità di rigenerare un intero campo della democrazia. C’è tanto cammino da fare; mi sento impegnato, nelle forme che la politica deciderà, a dare una mano: perché il momento non permette a nessuno di ritrarsi in posizioni protette e rassicuranti”.