Trump torna ad attaccare Meloni prima del vertice Nato: “Serve un ordine restrittivo”

A poche ore dall'apertura del cruciale vertice Nato di Ankara, Donald Trump riaccende la miccia. Nessun canale diplomatico classico: l'attacco frontale a Giorgia Meloni arriva dritto sui social, ancora una volta attraverso la piattaforma Truth. Un meme che riapre i vecchi attriti personali proprio nel momento meno opportuno. Palazzo Chigi, per ora, sceglie la linea del silenzio. Una mossa decisamente tattica per blindare un summit già ad altissima tensione, dove sul tavolo non ci sono solo post su internet, ma i miliardi della difesa occidentale.
La linea del silenzio a Palazzo Chigi
Niente repliche ufficiali, vietato fare il gioco del tycoon. Sarebbe questa la linea d'azione blindata nella notte dopo un vertice telefonico tra la premier e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Almeno per ora. L'ordine tassativo sembra infatti quello di bollare l'uscita di Trump come una provocazione estiva da ignorare, evitando di trasformarla in un caso internazionale. Ma dietro la calma apparente della diplomazia, l'irritazione nei corridoi del governo è ai livelli di guardia. Il timore concreto è che le intemperanze del presidente degli Stati Uniti possano minare mesi di equilibrismo geopolitico, faticosamente portati avanti da Roma per mantenere saldissimo l'asse con Washington.
Trump a Meloni: "Serve un ordine restrittivo"
Il pretesto per il nuovo affondo è una vecchia foto scattata durante il G7 di Evian. Trump l'ha rilanciata modificata, con una scritta che lascia poco spazio all'immaginazione: "serve un ordine restrittivo". Nel gergo comune statunitense significa una cosa sola: trattare la premier italiana alla stregua di una stalker da tenere a debita distanza. È il ritorno di un vecchio pallino di Trump, convinto che in Francia Meloni lo avesse inseguito pur di strappargli una foto ricordo. Un'accusa che la presidente del Consiglio aveva già rispedito al mittente con una replica rimasta agli atti: "L'Italia non implora nessuno".

Il vero terreno di scontro: la cassa della difesa
Ma se sui social si gioca a colpi di post, la vera partita di Ankara è una guerra di cifre. Gli Stati Uniti si presenteranno al vertice con l'orologio in mano per incassare gli impegni presi dagli alleati. La Nato chiede da tempo che i partner europei aumentino i budget militari per garantire la sicurezza comune. L'Italia arranca, prova a negoziare una traiettoria di crescita più lenta per non far saltare i propri conti pubblici, ma la pressione della Casa Bianca sembra asfissiante. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha provato a fare scudo ricordando che stare nell'alleanza più forte del mondo comporta dei doveri: le regole si rispettano, altrimenti "si è liberi di uscire". Resta da capire se la diplomazia basterà a contenere l'onda d'urto di Trump una volta seduto al tavolo dei negoziati.
L'affare delle armi e il retroscena del progetto Purl
Perché dietro la retorica della sicurezza collettiva si nasconderebbe un colossale business industriale. Secondo un'analisi di Politico, l'amministrazione statunitense punterebbe infatti a legare l'aumento dei budget militari dei partner Nato all'acquisto di forniture prodotte negli Stati Uniti. In questo modo, l'obbligo di spendere di più per la difesa si tradurrebbe in un sostegno economico diretto all'industria bellica americana. Un esempio concreto di questo approccio è il progetto Purl (Prioritized Ukraine Requirements List): un piano ideato da Washington che chiede agli alleati europei di finanziare direttamente l'acquisto di sistemi d'arma statunitensi da inviare in Ucraina. Si tratta di un meccanismo economico e geopolitico complesso, di fronte al quale grandi nazioni europee come Italia, Francia e Regno Unito hanno finora mantenuto una posizione di forte cautela, non avendo ancora formalmente aderito.
La sfida dell'Italia al vertice di Ankara
Il vertice in Turchia si preannuncia così come un vero campo minato. Da una parte Trump continua a usare toni sempre più duri nei confronti di alcuni alleati europei, Meloni compresa; dall'altra c'è un blocco europeo che tenta di difendere i propri interessi economici e industriali senza rompere il fronte della Nato. Per il governo italiano la sfida sarà doppia: isolare i tavoli delle trattative dal rumore di fondo dei social e dimostrarsi un alleato affidabile, senza però cedere alle pretese commerciali d'oltreoceano.