
Basterebbero due frasi per dire tutto. L’Italia va al vertice Nato con un regalo per Trump che ci costerà 18 miliardi in due anni. Donald Trump posta su Truth una foto in cui dice che servirà un "ordine restrittivo" a Giorgia Meloni per impedirle di avvicinarsi a lui. Bastano due frasi, perché danno il senso di cosa sarà il vertice Nato di Ankara che inizia domani: Meloni che recupera tutto il denaro che abbiamo a disposizione per comprare armi (americane), Trump che la insulta perché non è abbastanza.
Al di fuori delle dichiarazioni che leggerete oggi, il problema è tutto qua. Trump, giusto un anno fa al vertice Nato dell’Aja, aveva chiesto che i partner europei della Nato arrivassero a spendere il 5% del prodotto interno lordo in armi. Oddio, chiesto: forse sarebbe meglio dire ricattato, visto che aveva minacciato di non rispettare più l’articolo 5 del Trattato che regola l’alleanza atlantica, quello che impone agli alleati la reciproca difesa.
Allora Meloni disse che gli impegni presi – che per noi avrebbero voluto dire spendere per la Difesa il doppio di quel che ogni anno spendiamo per la scuola – erano stati “significativi e sostenibili”. Oggi, a distanza di un anno, Meloni, stando alle indiscrezioni di questi giorni, offrirà circa 9 miliardi in più all’anno per i prossimi due anni, a malapena sufficienti per far arrivare la spesa per la difesa attorno al 3% del Pil.
Intendiamoci: sono tanti soldi, anzi tantissimi. Ancora di più, visto che non siamo usciti dalla procedura d'infrazione e quei soldi andranno a erodere il nostro deficit e a bruciare buona parte del budget a disposizione per le due prossime leggi di bilancio. Peraltro, se non fosse per Trump, potremmo pure evitare di spenderli, tutti quei soldi. Perché no, al netto della propaganda bellicista, non ci sono minacce imminenti alla sicurezza dell’Italia tali da giustificare quell’esborso oggi. Anzi, diciamola meglio: la minaccia è quella dei dazi di Trump. E l’unico motivo per cui regaliamo 18 miliardi in due anni all’industria bellica americana è quello di evitare una guerra commerciale con gli Stati Uniti d'America.
Che Trump dalla sua “pontiera” europea Giorgia Meloni si aspettasse di più questo, è cosa nota. Che la volesse in prima fila a sostenere l’intervento americano in Iran. Che offrisse le basi italiane per le operazioni “non logistiche”, cioè per far decollare gli aerei che andavano a bombardare Teheran, pure. Che offrissimo le nostre navi per riaprire lo stretto di Hormuz, anche. Che ci dissanguassimo per riequilibrare la bilancia commerciale americana, infine.
Se Meloni non ha fatto nessuna di queste cose – o meglio: le ha fatte tutte, ma al minimo indispensabile – è perché ognuna di esse era una follia che avrebbe pagato nelle urne, tra qualche mese. Il problema, semmai, è che Trump si aspettava le facesse. Che evidentemente, in tempi non sospetti, erano state in qualche modo promesse.
L’incazzatura di Trump, alla fine, sta tutta qui. E se queste sono le premesse, ne vedremo delle belle, questa settimana ad Ankara.