Suicidio assisitito, il presidente del Cnr Lenzi ha mentito in Senato: così ha aiutato il governo a bloccare il ddl

Un mese fa ormai il disegno di legge sul suicidio assistito, a firma Bazoli (Pd) è stato bloccato al Senato e rispedito alle commissioni Giustizia e Sanità. Di fatto il testo, approvato in prima lettura nella scorsa legislatura, è stato affossato. La decisione è arrivata dopo che l'Aula ha approvato una sospensiva, presentata da Fratelli d'Italia, rendendo improbabile la sua approvazione in questa legislatura.
Ricordiamo che in verità da 7 anni il suicidio assistito, cioè la procedura che permette, in presenza di precisi requisiti, di autosomministrarsi un farmaco per morire, è legale su tutto il territorio italiano, a seguito della sentenza 242/2019 della Corte costituzionale sul caso Dj Fabo, che riconosce il diritto di ricorrere alla pratica in caso di patologia irreversibile, sofferenze intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e piena capacità di intendere e volere.
I problemi nascono però nell'attuazione della sentenza della Consulta: per questo serve una normativa a livello nazionale che regolamenti il suidicidio assistito. Recentemente la Toscana si è dotata di una propria legge regionale, che fissa un periodo di 37 giorni da quando il paziente fa richiesta al Servizio sanitario a quando riceve il farmaco. E a breve in Emilia-Romagna la maggioranza di centrosinistra dovrebbe approvare una legge analoga.
A livello nazionale invece il centrodestra ha recentemente stoppato la legge e al momento in Italia resta un grave vuoto legislativo. Fratelli d'Italia ha spiegato di aver bloccato la legge per la necessità di approfondire meglio il dossier, dopo quanto emerso dalle audizioni.
Il nodo, avevano spiegato i meloniani, è soprattutto la possibile discriminazione tra pazienti con diverse capacità motorie, in particolare quelli affetti da patologie neurodegenerative gravi, in grado magari solo di usare il controllo oculare. Perché se la sostanza letale è autosomministrata, allora si resta nell'ambito del suicidio assistito. Se invece non è possibile verificare la volontà del paziente, si scivola nell'eutanasia. Per cui il tipo di dispositivo a disposizione delle aziende sanitarie diventa dirimente.
Il ruolo del presidente del Cnr Lenzi e i sospetti di complicità con il governo
E qui entra in gioco il presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), Andrea Lenzi, nominato proprio dal governo Meloni nel 2025, il quale durante la discussione sulla proposta di legge in Senato, ha dichiarato che allo stato attuale non risulterebbero reperibili in commercio dispositivi con marchio CE per l’autosomministrazione di farmaci nella procedura di morte volontaria medicalmente assistita, che potrebbero essere utilizzati da pazienti immobilizzati o impossibilitati ad autosomministrarsi il farmaco per il suicidio assistito. Lenzi ha anche aggiunto che non risultano progetti in corso o in fase di implementazione relativi a quei dispositivi.
Ma queste dichiarazioni sono false o imprecise. Lo stesso Cnr infatti ha fornito informazioni su uno strumento già utilizzato, realizzato proprio nei laboratori del centro su ordine del tribunale di Firenze, giunto a novembre. Questo dispositivo è stato messo a disposizione per il caso di Libera (nome di fantasia), una donna toscana che per porre fine alle sue sofferenze, a fine marzo, ha utilizzato per la prima volta in Italia proprio un dispositivo con controllo oculare. Ma Lenzi, interpellato dal Senato a fine maggio, non ne ha fatto menzione. E sarebbe stata proprio questa grave omissione a contribuire al ritorno in commissione del ddl Bazoli e quindi al conseguente rallentamento dell'iter del provvedimento.
Cosa ha detto Lenzi sull'esistenza del dispositivo oculare per il suicidio assistito: le bugie in Senato
Lenzi era stato consultato dalla commissione Affari sociali poco prima quindi dello stop al ddl Bazoli, nell'ambito appunto dell'esame della proposta di legge. In quell'occasione aveva fornito delle informazioni del tutto fuorvianti, circa l'esistenza o meno di un dispositivo in grado di aiutare a morire le persone paralizzate completamente paralizzate.
Ecco la breve nota inviata a fine maggio da Lenzi alla commissione del Senato:
Allo stato attuale, non risultano reperibili dispositivi regolarmente autorizzati all'immissione in commercio, con marchio CE, per l'autosomministrazione di farmaci, che siano idoneamente impiegabili nella procedura di morte volontaria medicalmente assistita da parte di persona immobilizzata o comunque altrimenti impossibilitata all'autosomministrazione del farmaco letale, né risultano alla Presidenza dell'Ente che siano allo studio o in fase di implementazione progetti relativi ai dispositivi richiamati.
Quindi, nonostante per Libera fosse stato realizzato proprio da un dipendente del Cnr uno strumento ad hoc, Lenzi ha negato l'esistenza di tale apparecchio. Una posizione ribadita anche lo scorso 16 giugno, in occasione di un'audizione in presenza in Senato, chiesta dalle opposizioni intenzionate ad approfondire la questione, viste le evidenti incongruenze tra la tesi sostenuta da Lenzi e la morte di Libera.
Facciamo un passo indietro. La 55enne toscana affetta da sclerosi multipla grave chiede al tribunale di poter ricorrere al suicidio assistito, trovandosi in una condizione di totale assenza di mobilità. A quel punto il tribunale di Firenze si attiva, cercando tra i privati se qualcuno abbia pronto un dispositivo oculare. Ma un tale strumento non c'è sul mercato. Quindi il tribunale si rivolge all'ente dello Stato che fa ricerca, nella persona dell'ingegnere Emilio Campana, direttore del dipartimento di Ingegneria dello stesso Cnr. Viene così avviata la progettazione di un macchinario ad hoc, con un costo di circa 10mila euro, pagati dall'Azienda USL Toscana Nord Ovest, che ora ha acquisito il dispositivo. E la stessa azienda ospedaliera sta ora cercando di ottenere una certificazione per il riutilizzo del macchinario con puntatore oculare in casi analoghi a quello di Libera.
Lenzi ammette di conoscere la vicenda di Libera, ma gioca sulle ambiguità. Le sue argomentazioni poggiano sostanzialmente su due punti, entrambi molto deboli. Primo, Lenzi dice che il Cnr non ha mai fornito un "dispositivo" medico certificato, che possa essere cioè acquistato. In effetti il dispositivo costruito dal Cnr non è in commercio – cosa che non è una novità visto che il Cnr non è un attore economico o imprenditoriale e dunque realizza "prototipi" che poi i privati potranno mettere sul mercato – ma Lenzi aggiunge anche che uno strumento analogo non è neanche in fase di studio o implementazione. Circostanza che come abbiamo visto è falsa.
Secondo punto, Lenzi spiega di non essere stato mai contattato dal tribunale di Firenze, che invece ha appunto chiesto al Cnr di occuparsi della realizzazione del dispositivo. "È impensabile che io sappia tutto quello che fanno 10mila dipendenti del Cnr durante la loro attività", si giustifica in audizione, sottolineando poi che "Questa presidenza non è stata mai coinvolta direttamente dal tribunale".
Quindi il presidente del Cnr dice che nonostante la sua posizione al vertice del centro, non è stato mai messo al corrente della costruzione del dispositivo in questione: secondo Lenzi, il tribunale si sarebbe interfacciato direttamente con il suo dipendente, l'ingegnere Emilio Campana, colui che ha poi materialmente progettato il dispositivo.
Ma è possibile che Lenzi, in quanto presidente del Cnr, fosse all'oscuro di tutto? La sensazione piuttosto è che Lenzi abbia voluto in qualche modo impedire e scoraggiare questo canale di collaborazione appena creato tra tribunali e Cnr, che magari in casi analoghi a quello di Libera potrebbero ricorre all'ente statale per avvalersi di nuovi macchinari per i pazienti che intendono ricorrere al suicidio assistito.
Da quanto emerge dalla ricostruzione dei fatti, la versione di Lenzi non può essere presa per buona. Il tribunale di Firenze ha contattato per la prima volta il Cnr lo scorso 12 novembre, mentre è del 18 novembre la nota di risposta al giudice concordata dall'ingegnere Campana con il presidente Lenzi. Dall'unica audizione di Campana in Senato, lo scorso 30 giugno, emerge chiaramente come Lenzi fosse del tutto consapevole fin dall'inizio del progetto e dello sviluppo del dispositivo a comando oculare, ordinato dal tribunale di Firenze. L'ingegnere insomma fin dal principio della vicenda ha avuto un'interlocuzione costante con la presidenza. Una posizione che sconfessa in modo plateale le dichiarazioni di Lenzi.
Campana ha mandato diverse mail agli altri dipendenti del Cnr, spiegando di poter fornire mail e documenti che dimostrano come ogni contatto con il tribunale di Firenze sia stato concordato da lui con Lenzi. Secondo quanto risulta a Fanpage.it, alla luce dell'attività dell'ingegnere, la Direzione Generale del Cnr gli ha notificato ieri un audit interno amministrativo e contabile, una sorta di messaggio di avvertimento, che potrebbe anche sfociare in provvedimenti interni nei suoi confronti. Segno di un'evidente attenzione nei confronti del dipendente da parte della presidenza.
Le proteste al Cnr contro il presidente Lenzi: la lettera dei dipendenti
La vicenda e il comportamento poco trasparente di Lenzi ha generato proteste tra i dipendenti del Consiglio Nazionale delle Ricerche. I membri eletti del Consiglio Scientifico del Cnr e dei Consigli scientifici hanno scritto una lettera indirizzata al vertice dell'istituto, attaccando Lenzi per aver mentito in Parlamento e chiedendo di rivedere la sua posizione, essendo venuto meno il rapporto di fiducia tra i dipendenti e il presidente:
Come rappresentanti delle comunità scientifiche del Consiglio Nazionale delle Ricerche, riteniamo doveroso esprimere pubblicamente il nostro disagio per le dichiarazioni rese dal Presidente Andrea Lenzi di fronte alle Commissioni riunite del Senato 2ª Giustizia e 10ª Affari Sociali, Sanità e Lavoro.
Quanto riportato dal Presidente si è rivelato essere una rappresentazione non corretta dell'effettivo coinvolgimento dell'Ente a seguito dell'ordinanza del Tribunale di Firenze sul diritto ad autodeterminarsi nelle scelte terapeutiche in materia di fine vita. Ciò reca un grave danno al CNR, mostrandolo come un Ente che viene meno alla sua missione statutaria di «fornire supporto tecnico-scientifico agli organi costituzionali e alle amministrazioni pubbliche».
Riteniamo che i vertici dell'Ente debbano prendere atto della situazione in tutta la sua gravità e trarne le conseguenze necessarie, anche a tutela della fiducia riposta dalla comunità scientifica nella propria rappresentanza istituzionale. Un ente con la complessità e la responsabilità pubblica del CNR non può permettersi di operare senza una collaborazione costante, proficua e basata sulla fiducia reciproca tra organi direttivi e comunità scientifica.