Silvia Salis denuncia insulti sessisti online: “Chi mi ha chiamato put… pagherà, soldi in beneficenza”

La sindaca di Genova Silvia Salis ha annunciato in un video che dopo aver ricevuto 5mila euro di risarcimento per degli insulti sessisti sui social donerà la somma a centri antiviolenza: “Chi mi ha dato della puttana sui social, alla fine pagherà”, ha affermato. “Continuerò a trasformare l’odio in bene per la nostra comunità”.
A cura di Luca Pons
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"Chi mi ha dato della puttana sui social, alla fine pagherà". Parola di Silvia Salis, sindaca di Genova e indicata da alcuni sondaggi come una delle favorite alle eventuali primarie del centrosinistra. La 40enne, con un video postato sui social, ha fatto sapere che in questi giorni è arrivato "il bonifico di 5mila euro della prima delle tante querele contro chi ha usato parole violente e degradanti su di me". E ha annunciato che quei soldi verranno usati per sostenere centri antiviolenza: "Chi diffonde odio sui social deve essere punito" e "l'odio va trasformato in bene", ha spiegato.

La somma in questione, "versata dal primo leone da tastiera", andrà al centro antiviolenza Mascherona di Genova, l'associazione Per non subire violenza e Casa Pandora Margherita Ferro. Gli altri soldi ricavati dalle denunce contro insulti sessisti online, "che sono certe arriveranno, verranno versate per fini analoghi. Non possiamo fare passare il messaggio che la violenza verbale sulle donne sia una goliardata social".

La sindaca ha sottolineato: "Le donne subiscono sempre una doppia violenza. A una donna non si contesta mai il ruolo che ricopre, ma come si veste, come appare, quali sono le sue scelte nella vita privata. È un modo per delegittimarla continuamente all'interno della società". Una violenza che subiscono "ogni giorno donne che lavorano e operano in tutti contesti". E che si riassume così: "A un uomo si dice che è uno stronzo, che è un prepotente, mentre una donna dici che è una Barbie o che è una puttana".

Si tratta, ha insistito Salis, di un "meccanismo tossico alimentato da uomini, ma purtroppo anche da alcune donne". Il risultato è che chi subisce costantemente insulti degradanti di questo tipo si ritrova a pensare: "‘Sei una donna, devi stare al tuo posto, non puoi pensare di avere un ruolo in questa società, stai lì buona'. Denunciare si può e si deve e i risultati di oggi sono tangibili e lo dimostrano, reagire si può e si deve ed è proprio per questo che continuerò a farlo anche se questa violenza passa attraverso uno schermo". Salis ha concluso con l'impegno: "Continuerò a trasformare l'odio in bene per la nostra comunità".

Non è la prima volta che un'esponente di spicco della politica nazionale, che si di destra o di sinistra, condanna gli attacchi sessisti subiti online. Tra i tanti casi, solo negli scorsi mesi, c'è stato quello della sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento Matilde Siracusano, che ha letto alcuni dei commenti ricevuti e ha invitato a "denunciare, denunciare, denunciare" gli insulti che arrivano a "quasi tutte le donne in questo Paese che si espongono sui social media". Pochi giorni dopo ha fatto lo stesso la deputata di Alleanza Verdi-Sinistra Elisabetta Piccolotti, aggiungendo: "Ecco la prova che il patriarcato esiste".

Va detto che in molti casi le denunce non bastano: "Il percorso è: querela, iscrizione nel registro degli indagati (quando va bene), lunghi mesi di attesa, poi nella stragrande maggioranza dei casi una richiesta di archiviazione. Per la diffamazione online i tempi medi vanno dai due ai cinque anni. Le minacce vengono spesso qualificate come ‘non gravi'. La tutela effettiva esiste, ma richiede risorse economiche è spesso non è una strada accessibile a tutte", aveva spiegato a Fanpage.it l'avvocata Cathy La Torre, indicando gli strumenti normativi che servirebbero per migliorare la situazione.

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