Scontro sul decreto Sicurezza: premi agli avvocati che facilitano i rimpatri volontari dei migranti

Scoppia la polemica dopo la norma che il governo ha voluto inserire nel decreto Sicurezza, approvato dal Senato e da martedì alla Camera per la conversione in legge, che scade il 25 aprile: una sorta di bonus da 615 euro agli avvocati che riescono a convincere i propri assistiti a rinunciare alla difesa e accettare il rimpatrio. Un modo, secondo gli stessi addetti ai lavori, per trasformare i legali da garanti dei diritti in meri esecutori della linea governativa.
L'emendamento in questione è quello sui rimpatri volontari dei migranti, ed è stato presentato il 18 marzo al Senato, nella commissione Affari costituzionali. La proposta, a firma del senatore di FdI Marco Lisei, e condivisa dal resto del centrodestra, è stata depositata come un emendamento di maggioranza sia in commissione sia in aula.
Bonus di 615 euro per gli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari: il testo dell'emendamento
La discussa norma prevede dunque che nella gestione dei rimpatri volontari assistiti, il Viminale possa collaborare anche con il Consiglio nazionale forense – organo esecutivo dell'avvocatura, citato espressamente nel testo – oltre alle già previste organizzazioni internazionali che si occupano di rimpatri. Il Consiglio viene indicato pure per la corresponsione dei contributi agli avvocati, appunto l'incentivo di 615 euro che, secondo il testo dell'emendamento, andrebbe all'avvocato che segue la pratica di rimpatrio volontario, purché il migrante torni effettivamente nel suo paese.
L'emendamento prevede, infine, oneri stimati in 246mila euro per il 2026 (perché la novità si applicherebbe dal primo luglio di quest'anno, si legge nella relazione illustrativa dell'emendamento), 492mila per il 2027 e altrettanti per il 2028 facendo ricorso ai fondi previsti nella legge di stabilità del 2015.
La relazione cita inoltre i dati del Viminale, secondo cui nel triennio 2023-2025 sono circa 2500 i cittadini stranieri che hanno chiesto e aderito ai rimpatri volontari assistiti, in media 800 l'anno. "Ai fini del computo degli ulteriori costi derivanti dalla novella in questione – si legge nella relazione – si può quindi razionalmente prevedere, nell'attuazione della misura incentivante de qua, un raddoppio, su base annua, dei rimpatri" volontari.
Consiglio Nazionale Forense contro la norma del decreto Sicurezza
Il Consiglio nazionale forense si è sfilato, dicendo in una nota di non essere mai stato informato, e chiedendo di cancellare la norma in questione. "In merito alla norma del decreto sicurezza che attribuisce al Consiglio nazionale forense un ruolo nel processo di rimpatrio degli immigrati e nella gestione dei pagamenti dei legali coinvolti, il Cnf precisa di non essere mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell'emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione". Così ieri sera il Consiglio nazionale forense ha preso le distanze dalla norma contenuta nell'articolo 30 bis del decreto, introdotta con un emendamento di maggioranza. Il testo come abbiamo visto prevede la "collaborazione" del Consiglio nell'assistenza legale e un suo ruolo nei contributi economici ai legali. Il Cnf quindi "chiede che il Parlamento intervenga per eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali".
Contro la norma, si è fatta sentire anche l'Anm: "Esprimiamo il nostro sconcerto, condividendo le preoccupazioni espresse in queste ore dal mondo dell'avvocatura in merito alle novità introdotte dal decreto Sicurezza durante l'esame parlamentare. Il riconoscimento di incentivi economici connessi all'esito della procedura di rimpatrio volontario dei migranti e le limitazioni all'accesso al patrocinio a spese dello Stato in caso di impugnazione dei provvedimenti amministrativi di espulsione dello straniero pongono questioni che mettono a rischio l'effettività della tutela giurisdizionale. Questo contrasta con l'idea stessa di difesa, perché collega il premio all'insuccesso della strategia difensiva, in contrasto con la logica, prima che con il diritto. In ogni ambito, il diritto di difesa deve rimanere pieno, libero e concretamente accessibile. Senza essere piegato a logiche diverse. La salvaguardia di tale diritto costituisce un presidio essenziale dello Stato di diritto e un elemento imprescindibile per la fiducia dei cittadini nell'amministrazione della giustizia", ha scritto ieri la Giunta esecutiva centrale dell'Associazione nazionale magistrati in una nota.
Anche Adduma, l'Associazione Avvocati Dei Diritti Umani, associazione senza fine di lucro di Avvocati esperti in diritti umani, presieduta dall'avvocato Giorgio Bisagna, ha espresso "il proprio sconcerto per la deriva illiberale delle ultime norme del DL Sicurezza in fase di conversione".
"L'abrogazione sostanziale del gratuito patrocinio per gli stranieri colpiti da espulsione dal territorio dello Stato o nella fase di convalida dei provvedimenti restrittivi della libertà personale unita all'emendamento che prevede un compenso all'avvocato che offre consulenza legale e assistenza finalizzata alla presentazione della domanda di rimpatrio volontario assistito", si legge in una nota.
"Si tratta di due misure intese a limitare il diritto di difesa dei soggetti più vulnerabili e a delineare una nuova figura di avvocato, non più presidio di libertà e dei diritti degli uomini ma oggettivo "collaboratore" delle scelte politiche del governo. Una mutazione genetica della funzione costituzionale del diritto di difesa. Da difensore degli uomini a difensore della remigrazione.Con incentivi. Non possiamo stare silenti".
Pd: "Governo inventa il bonus remigrazione"
"Con la norma introdotta dalla maggioranza nel decreto sicurezza siamo arrivati al paradosso inaccettabile dell'invenzione di un ‘bonus remigrazione': un incentivo agli avvocati per favorire il rimpatrio dei migranti. Una scelta che racconta più di tante parole le priorità sbagliate di questo Governo", dichiara la deputata del Partito Democratico Michela Di Biase.
"Parliamo di una misura che rischia di alterare il corretto equilibrio del sistema di tutela dei diritti, mettendo in discussione anche il ruolo e l'autonomia della difesa, che deve restare orientata esclusivamente all'interesse del cliente e non a meccanismi incentivanti. È per questo – sottolinea la deputata – che nella discussione alla Camera chiederemo la cancellazione di questa norma, come ha già fatto anche il Consiglio nazionale forense".
"È evidente – conclude Di Biase – che questo Governo ha perso di vista le vere emergenze del Paese, preferendo alimentare una narrazione ideologica piuttosto che dare risposte reali ai cittadini".
La risposta del senatore di Lisei: "Nulla da correggere"
Lisei oggi è tornato sulla norma sui rimpatri e sugli incentivi economici agli avvocati, spiegando che non è un obbligo e sottolineando che non ci sarebbe nulla da correggere. L'emendamento introduce "una possibilità e non un obbligo né un automatismo perché prevede che l'avvocato, che oggi non viene pagato per la consulenza legale, sia pagato, invece ora avrebbe un compenso extragiudiziale. Quindi non toglie nulla ma aggiunge. Finora nessuno ha sollevato rilievi e non c'è nulla da correggere", ha detto il parlamentare Fdi interpellato dall'ANSA.
Lisei ha chiarito che, nella stesura dell'emendamento, non c'è stato un confronto con il Consiglio nazionale forense, ma potrà esserci successivamente alla conversione in legge del decreto. "Il Consiglio nazionale forense deciderà come dare attuazione alla collaborazione con il ministero degli Interni" definendo ad esempio una convenzione, compresi i termini economici anche se la cifra di 615 euro per il legale è fissata nell'emendamento.
"Sulla norma mi pare ci sia un grande malinteso, su cui qualcuno vuole marciare, e mi sorprende che la possibilità di avere un compenso per un'attività stragiudiziale che oggi non è previsto, possa essere contestata".