Come vi abbiamo raccontato, in pochi giorni quello che sembrava essere uno scenario da fantapolitica si è concretizzato con una rapidità impressionante: Enrico Letta è stato poco gentilmente accompagnato alla porta di Palazzo Chigi e al suo posto si è insediato Matteo Renzi. Il segretario del Partito Democratico ha poi usato il bilancino nella composizione della squadra di Governo, formando sì la squadra più giovane e con più donne della storia repubblicana, ma anche un perfetto esempio di utilizzo del manuale Cencelli, con la conferma di ministri "centrali" anche nell'esecutivo guidato da Letta. Poi in Parlamento il dibattito sulla fiducia si è arricchito di qualche scelta programmatica, di specifiche nel percorso verso le riforme, oltre che dell'anticipazione del "Vietnam parlamentare" con cui saranno accolti i provvedimenti del Governo. Alla prova dei fatti, o meglio dei numeri, alla fine è emerso con chiarezza come la maggioranza che sosterrà Renzi sia la stessa che ha permesso la reggenza – Letta. Solo leggermente ridotta nei numeri (anche se per completezza andrebbe detto che i voti mancanti al Senato sono quelli dei 4 dissidenti M5S che votarono Letta e quelli di qualche assente) e molto più irrequieta nelle sue componenti minoritarie, si legga il nervosismo interno al Pd e al magma centrista.

La domanda resta sostanzialmente la stessa: chi glielo ha fatto fare a Matteo Renzi? Perché ha deciso di defenestrare in malo modo Letta? E le risposte, che sono arrivate da lui a mezza bocca, in quantità industriale sui media, restano sostanzialmente tante e diverse, alcune delle quali sensate, altre discutibili, altre improponibili. Abbiamo provato a raccoglierle tutte:

Bisognava uscire dal pantano – "Avrei preferito un’altra soluzione ma quest’accelerazione mi è stata chiesta", ha detto Renzi a Ballarò, spiegando che è stato prima di tutto il Pd a volerlo e chiosando: "È vero o no che il governo era fermo e impantanato?". È la versione ufficiale, che però non scioglie il dubbio sulla tempistica (cosa è cambiato da #enricostaisereno al #pantanoItalia non è chiaro), sulle modalità (che intende per "chiesto" dal Pd? Perché non un rimpasto?) e sugli obiettivi (lo ripetiamo: stessa maggioranza, programma simile e stessi margini di manovra).

Il Governo non era in grado di fare le riforme – Questa è una delle motivazioni più complesse, anche a parere di chi scrive. Il punto è che il "patto" tra Renzi e Berlusconi per le riforme è stato siglato lontano sia da Palazzo Chigi (ovviamente) che dal Parlamento (discutibilmente) e che anche in questo passaggio prevede piani distinti per l'azione di Governo e per le riforme delle istituzioni e della legge elettorale. La sensazione è che davvero Renzi non si fidasse della capacità di Letta di accompagnare tale percorso e che avesse l'incubo ricorrente di una crisi al buio, senza nuova legge elettorale e con la prospettiva delle eterne intese.

Solo in questo modo si può arrivare al 2018 – Questa in realtà è una mezza sciocchezza, sia perché è evidentemente una risposta ad un problema che non c'è (Letta sapeva di dover esercitare un ruolo di traghettatore fino alla normalizzazione del quadro politico), sia perché è chiaro che il segretario del Pd non può arrivare alla fine della legislatura con un Governo debole. E siamo in molti a scommettere su elezioni nella primavera del 2015.

Renzi non poteva legare la sua immagine a questo Governo – Questa è con buona probabilità una delle ragioni profonde dello strappo di Renzi ed è spiegata con precisione da Francesco Costa: "In condizioni normali, cosa può fare un leader politico che ha bisogno di correre? Se è al governo, sposa un’agenda politica aggressiva, cerca una o due riforme particolarmente significative e simboliche. Se è all’opposizione, martella il governo dalla mattina alla sera. Dov’era Renzi fino a ieri, al governo o all’opposizione?"

La legittimità del ruolo di Letta – La domanda è abbastanza semplice: da dove proveniva la legittimazione della presenza di Letta a Palazzo Chigi? Non dalle urne, è chiaro, anche perché, come ha sarcasticamente ricordato Brunetta, solo lo 0,37% dei voti ha separato centrodestra e centrosinistra alle politiche. E, novità, non più dal Partito Democratico. Proveniva essenzialmente da un accordo parlamentare, avallato dai numeri del Pd e dalla volontà del Capo dello Stato. Ma era un Governo a guida Pd. Che nel frattempo ha cambiato verso, dunque…

Le elezioni Europee – È opinione comune che le prossime elezioni europee restituiranno con forza il senso di sfiducia nelle istituzioni e di furore antieuropeista che "aleggia" nel nostro Paese. Così come è molto probabile che il Movimento 5 Stelle ottenga un risultato di enorme valore simbolico e concreto, avvicinandosi (o superando addirittura) alla soglia del 30% dei consensi. Cosa sarebbe successo se Renzi fosse arrivato alle Europee da segretario democratico "costretto a sopportare" Letta alla guida di un Governo fragile ed incerto? Quali provvedimenti avrebbe potuto "orientare" dalla scomoda posizione di segretario del principale partito della maggioranza senza riferimenti interni all'esecutivo? E, infine, in caso di debacle del Pd perché avrebbe dovuto pagare colpe sostanzialmente non sue?

La vittoria delle lobby, l'influenza di Napolitano – Questa è una delle ricostruzioni più singolari dell'intera vicenda. Non tanto perché si basa sulla constatazione dell'appartenenza di alcuni ministri a "gruppi di potere ben definiti", ma soprattutto perché ricalca una delle prime critiche al Governo Letta. Era Letta "l'uomo delle lobby", era quello il "Governo schiavo dei poteri forti" con il programma "dettato dai lobbisti". Anzi, ad essere sinceri, lo era anche il Governo Monti. Insomma, l'idea che le lobby di potere abbiano in qualche modo deciso di sostituire Letta con Renzi sembra decisamente inconsistente, anche perché a guardar bene non si capisce quali provvedimenti "scomodi" abbia preso l'esecutivo negli ultimi 10 mesi. Che poi l'ex Sindaco di Firenze non sia un personaggio sgradito a determinati ambienti, questo appare lapalissiano. Sull'influenza di Napolitano molto si è scritto nelle ultime ore. Tante sono le colpe che è possibile addebitare a Napolitano (politicamente parlando, si intende): tra queste non vi è però quella di aver abbandonato Letta al suo destino, o addirittura di aver tramato contro di lui. Letta era in qualche modo una "creatura di Napolitano" e tutto lascia pensare che il Capo dello Stato abbia "trattato la resa", ottenendo ben più di una concessione.

La smisurata ambizione personale di Matteo Renzi – È lui stesso ad averlo ricordato più volte: è ambizioso e vuole cambiare il Paese. Del resto, in poco più di un anno è passato dalla sconfitta alle primarie contro Bersani al giuramento al Quirinale: in mezzo ha scalato il primo partito italiano, scendendo certo a compromessi ma sostanzialmente cambiandone i connotati. L'ambizione non è necessariamente un male, appare scontato dirlo. Ma è il movente? Siamo davvero sicuri che alla costruzione del "mito Renzi" sia funzionale l'affossamento di Letta? Siamo davvero sicuri che Renzi ne trarrà beneficio in termini di popolarità e consenso? Si torna al punto di partenza, insomma: ora si gioca tutto, non ha più alibi. E per di più parte già in svantaggio, con una maggioranza rattoppata e senza l'investitura popolare.

Le 500 nomine di società pubbliche – Ovviamente su questo aspetto ci sentiamo di sospendere il giudizio. Non perché la partecipazione alle nomine di manager di primissimo piano non rappresenti un "boccone" ambito e la possibilità di ampliare una rete di relazioni e rapporti determinanti per qualunque amministratore, ma semplicemente perché manca "la prova contraria". In ogni caso, nei prossimi mesi nel 2014 andranno rinnovati i consigli di amministrazione di società (alcune a partecipazione diretta) come Eni, Enel, Finmeccanica, Poste, Enav, Terna, Istituto Luce, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Italia Lavoro, Trenitalia, Rfi, Consap Rai World. Giudicate voi.

Il regolamento di conti interno al Pd – Letta era il vice di Bersani. Renzi ne aveva dette di ogni tipo sulla vecchia classe dirigente del Partito Democratico, soprattutto nella prima campagna per le primarie e ovviamente prima di imbarcare sulla sua nave parte consistente del vecchio establishment democrat. Nel suo discorso dopo la sconfitta al ballottaggio con Bersani, Renzi aveva tratteggiato un futuro di lealtà ed onestà, spiegando di voler lavorare nella stessa direzione. Una linea mantenuta con coerenza probabilmente fino alle ultime settimane, quando sono riaffiorate vecchie ruggini e nuovi malumori. Nel frattempo era cambiato tutto e il "ragazzino arrogante" aveva preso le redini del Partito.