Come vi stiamo raccontando, dopo una lunga discussione e una relazione in Parlamento, il Governo ha deciso di imporre l’utilizzo anche all’aperto della mascherina, nella convinzione che si tratti di una misura necessaria per il contenimento della cosiddetta seconda ondata di contagi da coronavirus. Lo ha fatto inserendo nel decreto con cui si prorogano le norme dell'ultimo Dpcm di Conte la seguente formula (che modifica la legge n.35 del 22 maggio 2020): “Si prevede l’obbligo di avere sempre con sé, dispositivi di protezione delle vie respiratorie, con possibilità di prevederne l’obbligatorietà dell’utilizzo nei luoghi al chiuso accessibili al pubblico, inclusi i mezzi di trasporto, e in tutti i luoghi all’aperto allorché si sia in prossimità di altre persone non conviventi, e comunque con salvezza dei protocolli anti-contagio previsti per specifiche attività economiche, produttive e sociali, nonché delle linee guida per il consumo di cibi e bevande, restando esclusi dai detti obblighi: i soggetti che stanno svolgendo attività sportiva; i bambini di età inferiore ai sei anni; i soggetti con patologie o disabilità incompatibili con l’uso della mascherina, nonché coloro che per interagire con i predetti versino nella stessa incompatibilità".

Si tratta di una formula contorta solo in apparenza, che serve a disciplinare con una certa approssimazione le singole casistiche. Come già accaduto in passato per le passeggiate, i runner e i proprietari di cani, il confine tra indicazione chiara, flessibilità di giudizio e confusione totale è piuttosto sottile: in questo caso, possiamo dire con buona approssimazione che l'utilizzo delle mascherine all'aperto è obbligatorio, salvo il caso in cui ci si trovi in una condizione di isolamento o con conviventi (in momenti in cui per le caratteristiche dei luoghi o per le circostanze di fatto sia altamente improbabile incontrare altre persone), oppure si stia facendo attività sportiva (i runner sono salvi, i passeggiatori no), oppure si abbiano patologie o disabilità specifiche.

Perché imporre le mascherine all'aperto

La crescita di contagi, ospedalizzati e terapie intensive è un fatto incontrovertibile e da settimane preoccupano i numeri di alcune Regioni colpite solo marginalmente dalla prima ondata: Campania, Lazio e Sicilia su tutte. Complessivamente, però, come ha detto Speranza alla Camera, “la crescita è diffusa e generalizzata, nessuna Regione può sentirsi fuori dai rischi che tutto il Paese corre” e il contesto globale è ancor più preoccupante, con oltre 35 milioni di contagi e situazioni di estrema difficoltà che coinvolgono realtà vicine e simili alla nostra, come quelle spagnole e francesi. Un’evoluzione determinata da elementi diversi: la riapertura delle scuole, il pressoché totale azzeramento delle restrizioni alla mobilità, la ripresa quasi a pieno regime delle attività lavorative, e probabilmente una serie di fattori strutturalmente correlati alla diffusione del virus (c’è un ampio e non conclusivo dibattito sul legame con il clima, ad esempio). In questo contesto, il provvedimento del Governo intende essere uno strumento per evitare che i cittadini abbassino la guardia e continuino a rispettare “le misure essenziali fin qui adottate, su cui c’è la piena condivisione della comunità scientifica globale”. Spiega sempre Speranza: “L'asse portante poggia su tre regole: utilizzo corretto delle mascherine, che verrà esteso anche all'aperto e in ogni situazione in cui c'è il rischio di incontrare persone non conviventi. Lavoriamo anche per aumentare il livello dei controlli sugli assembramenti, non ce li possiamo permettere. Il terzo punto riguarda il lavaggio delle mani, pratica fondamentale”.

Volendo essere brutali, potremmo dire che abbiamo avuto mesi per preparare un momento che sapevamo sarebbe arrivato, che abbiamo deciso di riaprire tutto il possibile (e anche di più) consapevoli che la seconda ondata sarebbe arrivata e ora siamo tornati al punto in cui la responsabilità di bloccare la diffusione del contagio è nuovamente sulle spalle dei cittadini e sulla loro capacità di lavarsi le mani con frequenza, rispettare il distanziamento sociale e utilizzare le mascherine. Il problema è che le cose stanno più o meno in questo modo. Perché se è vero che probabilmente abbiamo sbagliato qualcosa nel percorso verso la stagione autunnale/invernale (al netto dell'enorme sforzo fatto per potenziare le strutture sanitarie, resta ancora inadeguata la capacità di testing/tracking dei contatti e quasi inesistente quella di isolare i contagiati in strutture specifiche per prevenire cluster familiari), allo stesso tempo continuano a essere fondamentali i comportamenti individuali e la cura dell'altro nell'ottica del bene collettivo.

Il provvedimento che impone l'uso delle mascherine va in questa direzione: aumentare l'utilizzo individuale di uno strumento fondamentale per la salute collettiva, rafforzando la leva punitiva nei confronti dei "trasgressori". La ratio di fondo è semplice: poiché la mascherina protegge gli altri e non il soggetto che la indossa, l'incentivo a utilizzarla è tendenzialmente minore e serve un "rinforzo" per premiare la scelta consapevole dei singoli cittadini; anche perché l'utilizzo delle mascherine non può essere "una tantum", ma deve essere reiterato nel tempo, con un aggravio di costi per il soggetto e finanche di un certo disagio fisico. Insomma, l'obbligatorietà come unica strada per conformare i cittadini a comportamenti virtuosi?

Non è così semplice, per fortuna o purtroppo. Nei giorni in cui il virus colpiva con violenza il nostro Paese, lentamente si è fatta strada nelle coscienze degli italiani una sorta di imperativo morale: sopportare disagi minimi e difficoltà temporanee in nome di un bene più grande, rispettare le regole per tenere fede a un patto con gli altri membri della comunità, patto fondato sull’aiuto reciproco per proteggere i soggetti più deboli ed esposti. Lo sforzo collettivo che ne è seguito è stato enorme, la risposta degli italiani al lockdown è stata encomiabile, così come l’apertura di credito nei confronti di istituzioni e strutture impreparate e lente nel reagire a eventi difficilmente prevedibili (e come testimoniano anche i dati, i comportamenti irresponsabili e pericolosi sono stati pochissimi).

A fare la differenza è stata la consapevolezza del momento difficilissimo che la nazione stava attraversando e la maturazione della convinzione profonda che dalla tempesta si potesse uscire solo remando nella stessa direzione. Inoltre, il lockdown sembrava davvero essere l'unica via per prevenire una vera e propria ecatombe, per difendere ciò che avevamo di più prezioso, ovvero l'integrità fisica nostra e dei nostri cari. Adeguatezza e proporzionalità delle misure: tutto ciò ha prodotto una consapevolezza profonda della portata della sfida, che si è tradotta in un'unità d'intenti e condivisione degli sforzi.

C'è questa consapevolezza anche adesso? No, certamente non ai livelli di qualche mese fa. In estate il calo oggettivo dei contagi e la ripresa di quasi tutte le attività pre-pandemia (incluse le scuole) hanno convinto milioni di italiani che il peggio fosse alle spalle, che si potesse gestire con pochi patemi la seconda ondata e che esistesse una sorta di specificità italiana, malgrado i numeri del coronavirus fossero drammatici nel resto del mondo. E ora non è affatto semplice invertire la rotta, ovvero spiegare agli italiani che, malgrado non ci sia il rischio di tornare al dramma di qualche mese fa (abbiamo imparato molto e siamo più preparati), la lotta al virus non è finita e costerà ancora decine di migliaia di contagi e centinaia di morti.

L’arma migliore per impedire il disastro è ancora una volta far comprendere alle persone quanto sia seria la situazione, quale sia la realtà e quale lo scenario che si prospetterebbe nel caso in cui non invertissimo la rotta. Ma per farlo dobbiamo essere credibili, non basta un cambio repentino della comunicazione e qualche annuncio spot. Servirebbero le stesse cose che chiediamo da mesi: più tamponi, migliore contact tracing, gestione degli isolamenti e rigoroso rispetto dei protocolli sui luoghi di lavoro. Siamo nella situazione in cui, per dirla con Dupuy, "l'annuncio di un disastro non provoca alcun cambiamento visibile del modo di comportarsi o pensare; anche se veniamo informati, non crediamo a ciò che ci dicono e la mente respinge l'idea semplicemente dicendo a se stessa che non è possibile". L'obbligatorietà delle mascherine all'aperto rischia di essere percepita in questo modo: una misura abnorme e ingiustificata, o nella migliore delle ipotesi, un modo per scaricare nuovamente sugli italiani la responsabilità ultima del contenimento dei contagi. Come se non bastasse, la stragrande maggioranza degli analisti e degli esperti parla dell'imposizione delle mascherine all'aperto come "segnale importante" per tenere alta l'attenzione degli italiani sui pericoli del virus, ma ovviamente non è in grado di dare garanzie certe sull'efficacia, non essendoci riscontri scientifici inoppugnabili.

Le mascherine servono, non bastano. Più che obbligatorio, l'utilizzo dovrebbe essere consapevole. Perché è molto difficile che gli italiani possano convincersi dell'equità di tale scelta, mentre continuiamo a tenere aperte le scuole, autorizziamo il riempimento dei mezzi pubblici fino all'80% della capienza, lasciamo che ogni Regione vada per conto suo con norme e regolamenti, chiudiamo un occhio sulle violazioni di protocolli da parte di interi settori, procediamo a rilento nell'aumento dei tamponi e ci mostriamo impreparati nel gestire gli isolamenti.