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Barbie, il film

Perché Barbie è un film politico: non pretende di cambiare il mondo, ma condanna il pinkwashing

Greta Gerwig, la regista di Barbie, poteva scegliere due strade: fare un film che celebra la diversità e le aspirazioni delle bambine, come ha cercato di fare l’azienda che produce la famosa bambola, creandone versione che omaggiano le diversità, oppure quella molto più politica, e complessa, di mostrare come questo approccio possa rivelarsi limitante e contraddittorio.
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A cura di Jennifer Guerra
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Barbie, il film

Dal 2015 in poi, Mattel ha messo in vendita una serie di Barbie e di Ken dai corpi sempre più diversi. Al momento sul mercato esistono bambole con 35 colori diversi della pelle, 97 acconciature e 9 body type. “Barbie”, si legge sul sito dell’azienda, “riconosce l'importanza della rappresentazione e si impegna a fare il lavoro per ispirare la prossima generazione”.

Greta Gerwig, la regista che ha accettato quella che a molti sembrava l’impossibile impresa di realizzare un film sulla bambola più famosa del mondo, poteva scegliere due strade: fare la stessa scelta della Mattel e fare un film che celebra la diversità e le aspirazioni delle bambine, oppure quella molto più politica, e complessa, di mostrare come questo approccio possa rivelarsi limitante e contraddittorio.

Barbie Stereotipo, interpretata da Margot Robbie che è anche la produttrice del film, è circondata da una pletora di Barbie tutte molto diverse fra loro. Tutte fanno lavori importanti e gratificanti: c’è Barbie Presidente nera, c’è Barbie dottoressa trans, c’è una Barbie in sedia a rotelle che fa coreografie spettacolari. Le Barbie vivono in armonia nel mondo di Barbieland, dove ogni giorno è il giorno più bello di sempre e dove ogni sera c’è un pigiama party per sole Barbie. I Ken, come da storia aziendale, altro non sono che accessori delle Barbie. Poi c’è Barbie Stereotipo, che è soltanto Barbie. È bionda, bellissima e senza cellulite e questo sembra bastarle per un po’, almeno finché qualcosa comincia a scricchiolare nella sua vita. Barbie cade dal tetto, i pancake non volano dritti nel suo piatto e soprattutto i suoi piedi non sono più graziosamente arcuati. Il motivo di questa catastrofe è che qualcosa si è rotto nel continuum tra Barbieland e il mondo reale, dove Barbie dovrà andare per cercare di risolvere lo strappo. Per le Barbie è un vero choc, perché tutte sono convinte che grazie al loro costante impegno dentro Barbieland, tutti i problemi delle donne nel mondo reale sono stati risolti.

Una cosa diventa sempre più chiara, man mano si va avanti nella visione di Barbie: accompagnata da mille Barbie che sono state create con uno scopo molto preciso – che sia quello di fare le astronaute o di rappresentare una minoranza etnica, Barbie Stereotipo diventa un contenitore vuoto che non è in grado di diventare nulla. Per anni, Barbie è stata accusata di alimentare standard di bellezza irrealistici e di essere un cattivo esempio per le donne. Se al momento della sua creazione lo scandalo di Barbie era quello di essere una donna indipendente, che non sognava la vita da casalinga (nella sua prima Dreamhouse non c’era nemmeno la cucina), con il passare degli anni e soprattutto dopo il femminismo degli anni ’70, Barbie per molte è diventata l’incarnazione del male: una bambola che faceva sentire a disagio le bambine, che le spingeva verso desideri e consumi superficiali.

Nel 2015, proprio nel momento di sua massima crisi, Mattel lanciò la sua linea diversity. Barbie Stereotipo non vendeva più come una volta e l’azienda pensò che, forse, il problema stava nel fatto che la sua bambola di punta non era più rappresentativa dell’ethos contemporaneo. Effettivamente sono poche le bambine che le somigliano, quindi bastava incrementare la produzione di Barbie sempre più diversificate nell’aspetto e nelle misure.

Il film di Greta Gerwig racconta con precisione le conseguenze etiche di queste scelte strategiche. Non condanna necessariamente queste pratiche, ma è un film contro il pinkwashing. Spesso il messaggio è mandato in maniera molto esplicita, come quando il CEO di Mattel interpretato da Will Ferrell giura e spergiura che non fa assolutamente quel lavoro per soldi, ma perché gli interessano davvero i sogni delle bambine. Ma è tutto l’impianto dell’opera, che ama contraddirsi, prendersi gioco di sé e fare tantissima autoironia, a dirlo chiaramente: non è che Barbie premio Nobel per la letteratura non serva, ma non serve a cambiare il mondo.

Barbie Stereotipo, la meno interessante fra tutte le abitanti di Barbieland, sembra anche la meno adatta a essere l’eroina di turno, perché rappresenta tutto ciò che di questo giocattolo è sempre stato criticato. Ma forse proprio perché è la Barbie più priva di sovrastrutture, quella di cui nessuno ha mai scritto una storia che ispirasse generazioni di bambine, ha la potenzialità di diventare tutto, anche Barbie Depressione. La sua missione infatti non è quella di salvare il mondo, ma al massimo di salvare Barbieland. Il continuum che esiste fra il mondo delle bambole e quello reale esiste solo nella mente di chi decide di stabilire questa connessione. Non c’è nessun portale, ci ricorda Barbie Stramba, perché ciò che succede dentro Barbieland resta dentro Barbieland.

Barbie, insomma, non può cambiare il mondo reale, né nel bene, né nel male. E di conseguenza, sembra dirci il film, non dobbiamo illuderci che una singola azienda abbia questa responsabilità, anche se cerca di convincerci del contrario. Quello che può cambiare davvero il mondo, ad esempio creando una bambola di cui continuiamo a parlare da 65 anni, è il potere dell’immaginazione. Per quante mille altre Barbie possano essere create, ci sarà comunque qualcosa che continuerà a spingerci verso Barbie Stereotipo. E non saranno il suo corpo perfetto o i suoi occhioni blu, né i suoi vestiti rosa o le sue più di 200 carriere, ma proprio il fatto di essere un contenitore vuoto, che ognuna di noi può riempire come vuole.

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Jennifer Guerra è nata nel 1995 in provincia di Brescia e oggi vive in provincia di Treviso. Giornalista professionista, i suoi scritti sono apparsi su L’Espresso, Sette, La Stampa e The Vision, dove ha lavorato come redattrice. Per questa testata ha curato anche il podcast a tema femminista AntiCorpi. Si interessa di tematiche di genere, femminismi e diritti LGBTQ+. Per Edizioni Tlon ha scritto Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà (2020) e per Bompiani Il capitale amoroso. Manifesto per un Eros politico e rivoluzionario (2021). È una grande appassionata di Ernest Hemingway.
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