La questione della fabbrica ex Ilva di Taranto è al centro di un complicato dossier, di cui il governo si sta occupando in queste ore. La multinazionale dell'acciaio ArcelorMittal incontrerà domani alle 11 il presidente del Consiglio Conte, dopo aver annunciato l'intenzione di rescindere il contratto di proprietà e uscire dal gruppo, restituendolo ai commissari straordinari entro 30 giorni. "È stato stipulato un contratto e domani saremo inflessibili sul rispetto degli impegni incontrando Arcelor Mittal", ha detto Conte aggiungendo, che "hanno partecipato a una gara con evidenza pubblica e in Italia si rispettano le regole".

Così a un anno dal subentro dei commissari, che avevano fatto ingresso l'1 novembre 2018, ArcelorMittal riconsegna loro azienda, impianti e dipendenti, dopo l'entrata in vigore del nuovo decreto Imprese che ha definitivamente abolito l'immunità penale. Un atto che mette a rischio la stessa sopravvivenza dello stabilimento siderurgico. L'amministrazione straordinaria resta proprietaria degli impianti, dopo che ArcelorMittal è stata affittuaria per 18 mesi.

Ma il governo ha già detto che farà di tutto per tentare di trattenere l'azienda. Ieri sera il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli ha detto che l'esecutivo "non ne consentirà la chiusura. Ci sono un contratto, un piano ambientale, un piano industriale un accordo sindacale sottoscritti poco più di un anno fa. Noi chiediamo il rispetto di questi atti". Patunelli ha però precisato che l'immunità penale, senza la quale ArcelorMittal ha accelerato il processo di recesso, non tornerà: "Si tratta di una foglia di fico per nascondere il reale problema. Il recente cambio di governance  dell'Ilva dimostra che quello che ha seguito lo stabilimento fino ad adesso non ha funzionato", ha detto Patuanelli.

L'ad Lucia Morselli ha scritto una lettera ai commissari Ilva, Ardito, Danovi e Lupo, per informarli della decisione, che comunque era nell'aria già da giorni. Si era parlato della possibilità che l'azienda, per rispondere alla crisi del mercato dell'acciaio, riducesse produzione e occupazione con un piano di tagli. Ma invece dei ridimensionamenti ArcelorMittal ha fatto sapere di voler andar via, lasciando anche i 10.700 dipendenti che un anno fa aveva assunto dalle società del gruppo in amministrazione straordinaria.

Nella lettera di Morselli sono spiegate le ragioni di questo passo indietro: in primo luogo c'è il venir meno dello scudo penale per l'attuazione del piano ambientale, una protezione legale per l'azienda, saltata con l'emendamento al decreto Imprese dello scorso 22 ottobre a firma della pentastellata Barbara Lezzi; il rischio di spegnimento dell'altoforno 2 a seguito dell'intervento della magistratura, con l'impossibilità dei commissari di intervenire con i lavori di messa a norma e di sicurezza nei tempi fissati dall'autorità giudiziaria (e a seguire, per le stesse ragioni, anche degli altiforni 1 e 4); il clima ostile verso l'azienda, come testimoniano anche le critiche dei rappresentanti istituzionali a vari livelli, per esempio l'avvio del riesame dell'Autorizzazione integrata ambientale.

Il braccio di ferro sull'immunità penale

L'emendamento voluto dal M5s "rende impossibile, fattualmente e giuridicamente, attuare il piano ambientale in conformità alle relative scadenze, nonché al contempo proseguire l'attività produttiva e gestire lo stabilimento di Taranto come previsto dal contratto, nel rispetto dell'applicabile normativa amministrativa e penale", c'è scritto nella lettera. Si tratta di una modifica, quella dell'eliminazione di uno scudo condizionato allo svolgimento delle bonifiche, che in realtà era stata già prevista la scorsa primavera dal decreto Crescita, del governo giallo verde: per il M5s tale immunità rappresentava un privilegio troppo grande per l'azienda, per cui andava tolto.

"L'ipotizzato intervento abrogativo – si legge nella relazione tecnica che accompagnava il dl Crescita – mira a riconsiderare la natura delle prescrizioni poste dal piano ambientale, che vengono ora qualificate come le migliori regole preventive in materia esclusivamente ambientale e non, anche, in materia di tutela della salute e dell'incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro. In aggiunta, si specifica che le condotte connesse all'attuazione del piano ambientale, perché non diano luogo a responsabilità, è necessario siano poste in essere nel rispetto di termini e modalità previsti dal piano ambientale medesimo, nella versione risultante a seguito del Dpcm 29 settembre 2017″.  "L'intentosi spiega ancora è quello di delimitare temporalmente l'applicabilità della disciplina per quanto attiene all'affittuario o acquirente e ai soggetti funzionalmente da questi delegati".

Dopo l'abrogazione della norma ArcelorMittal aveva detto chiaramente che senza immunità, sarebbe andata via da Taranto entro il 6 settembre. Di Maio, da ministro dello Sviluppo economico, aveva reinserito poi l'immunità penale quest'estate con il decreto legge Imprese, prevedendo una diversa formulazione ed un perimetro applicativo più circoscritto, e la norma era rimasta in vigore fino alla cancellazione avvenuta lo scorso 22 ottobre, con l'emendamento di Lezzi.

L'immunità penale che era stata concessa a Ilva in amministrazione straordinaria prima e ad ArcelorMittal poi, viene da una norma del 2015, il decreto legge n.1. L'azienda era entrata da gennaio in amministrazione straordinaria. Con questa norma in pratica si era voluto assicurare una protezione legale sia ai gestori dell'azienda, sia ai futuri acquirenti – sarebbe di lì a poco arrivata ArcelorMittal -, relativamente all'attuazione del piano ambientale della fabbrica, dopo il sequestro giudiziario dell'area a caldo del 2012, che avrebbe potuto avere conseguenze penali anche negli anni successivi.

Cosa succederebbe se lo stabilimento di Taranto venisse chiuso

Il nodo non è stato ancora sciolto. Una delle ipotesi in campo è che lo scudo penale erga omnes venda reintrodotto attraverso, per togliere "ogni alibi" ad ArcelorMittal, come ha anche suggerito Maurizio Landini. L'emendamento del Pd sarebbe già pronto: "Prima vengono i lavoratori. Abbiamo già preparato un emendamento per ritornare alla situazione precedente in ex-Ilva e togliere ogni pretesto a chiunque", ha detto Graziano Delrio, capogruppo del Pd alla Camera.

Un'analisi del Sole 24 Ore, in un articolo di qualche mese, prevedeva che se venisse chiuso lo stabilimento di Taranto, e venisse meno appunto la produzione di acciaio, con il conseguente azzeramento delle 6 milioni di tonnellate annue, verrebbe meno l'1,4% del Pil, cioè 24 miliardi di euro. E cioè la stessa cifra che è stata resa necessaria in questa legge di bilancio per scongiurare l'aumento dell'Iva.