Dopo l'annuncio della multinazionale dell'acciaio Arcelor Mittal, che ieri ha notificato tramite una lettera dell'ad Morselli ai commissari straordinari, Ardito, Danovi e Lupo, la sua volontà di lasciare la fabbrica ex Ilva di Taranto, si vedranno oggi a Roma i sindacati Federmeccanica, Confindustria e la ministra Catalfo. È slittato a domani invece l'incontro tra il presidente del Consiglio Conte e ArcelorMittal, previsto inizialmente per oggi. Fim, Fiom e Uilm di Taranto hanno convocato invece un consiglio di fabbrica unitario.

Ieri sera, al termine dell'incontro dei sindacati con il premier Conte a palazzo Chigi, il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ha commentato così la decisione della multinazionale dell'acciaio di rescindere il contratto (ArcelorMittal era in affitto per 18 mesi, proprietaria impianti resta Ilva in amministrazione straordinaria): "Consideriamo che sarebbe utile che il governo  togliesse dal tavolo qualsiasi alibi rispetto alle questioni penali. Allo stesso tempo diciamo anche ad Arcelor Mittal che non faccia la furba e rispetti l'accordo". Landini ha rilanciato anche l'idea di un intervento pubblico in Ilva: "Può essere la Cassa Depositi e Prestiti, sarebbe un modo per dire ad Arcelor Mittal che c'è un interesse del nostro Paese affiché gli investimenti promessi vengano realizzati".

ArcelorMittal, nella lettera ai commissari di Ilva, alla quale cede anche i 10.700 dipendenti che un anno fa aveva assunto dalle società del gruppo in amministrazione straordinaria, cita tre cause nelle motivazioni del recesso: la prima è il venir meno dello scudo penale per l'attuazione del piano ambientale, dopo l'approvazione, e l'entrata in vigore, del nuovo decreto Imprese che ha definitivamente abolito l'immunità penale; il rischio di spegnimento dell'altoforno 2 a seguito dell'intervento della magistratura, con l'impossibilità dei commissari di intervenire con i lavori di messa a norma e di sicurezza nei tempi fissati dall'autorità giudiziaria; infine il clima ostile verso l'azienda, come testimoniano anche le critiche dei rappresentanti istituzionali a vari livelli.

"Quando abbiamo sostenuto che la strada intrapresa dal governo di centrosinistra per risolvere la questione Ilva era sbagliata, qualcuno faceva spallucce. Quando nella campagna elettorale per le politiche del 2018 prevedevamo che un vittoria del movimento Cinque Stelle avrebbe fatto scoppiare la bomba sociale (per i posti di lavoro a rischio) e quella ambientale (per la mancata ambientalizzazione del sito), non siamo stati creduti", lo ha detto il senatore pugliese Luigi Vitali (Fi) dopo le notizie sul destino dello stabilimento tarantino. "Sta di fatto che oggi, con la miscela esplosiva del governo giallorosso, il territorio jonico-salentino rischia di perdere migliaia di posti di lavoro (15.000) e Taranto vede irrimediabilmente compromessa l'ambientalizzazione del sito dell'Ilva" ha continuato il parlamentare che ha concluso: "L'unico che non recriminerà sarà A. Mittal che, nella peggiore delle ipotesi, avrà acquisito le quote di mercato dello stabilimento tarantino: unica utilità. Ripeto. Tutto previsto ed annunciato. E questi signori dovrebbero rilanciare il Sud? Ma ci facciano il piacere!".