Ho scritto a tutti i prefetti per avere un quadro dettagliato e aggiornato in tempo reale delle presenze nei campi abusivi o teoricamente ‘regolari' di rom, sinti e caminanti, per procedere, come da programma, a chiusure, sgomberi, allontanamento e ripristino della legalità”. Con queste parole, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha annunciato di aver firmato una circolare per chiedere una relazione sulla presenza di rom sul territorio nazionale. AdnKronos ne anticipa il contenuto, che verte sulla richiesta di un “monitoraggio sui territori” in vista di una “attività di prevenzione volta a contrastare l'insorgere di situazioni di degrado” e dell’adozione di “misure finalizzate alla riaffermazione della legalità”.

Per il Viminale, dunque, è necessario attivare “un più strutturato sistema di ricognizione" degli insediamenti "nel rispetto dei diritti della persona, e di successivo monitoraggio per seguire l'evoluzione delle singole situazioni, al fine di poter acquisire – in maniera costante – utili elementi di conoscenza e valutazione”. Il tutto con l’obiettivo, continua la circolare, di “porre in essere mirati interventi ‘di sistema' attraverso cui promuovere – secondo un organico e coordinato insieme di iniziative – l'osservanza delle regole nonché condizioni di maggiore vivibilità dei contesti urbani, con ripercussioni positive sulla salubrità dell'ambiente”.

Un censimento su base etnica mascherato da relazione: ma è legale?

Quella che Matteo Salvini definisce una “ricognizione” sembra a tutti gli effetti una specie di censimento su base etnica. Perché il monitoraggio chiesto dal Viminale ai prefetti riguarda esclusivamente gli insediamenti rom, sinti e caminanti, che peraltro sono in larga parte di cittadinanza italiana. Si tratta poi di un passo che prelude all’attivazione del piano di sgomberi e allontanamenti che su cui da tempo spinge il leader della Lega, e che è destinato ad aprire una lunga diatriba sul diritto all'abitare e sugli obblighi dello stato italiano. Vale la pena di ricordare che la proposta era stata lanciata già nel giugno dello scorso anno, quando Salvini parlò di una “ricognizione sui rom in Italia per vedere chi, come e quanti sono”, rifacendo “quello che fu definito il censimento, facciamo un’anagrafe”, nell’ottica di espellere gli stranieri irregolari. In quell’occasione, si spinse finanche a dire, con rammarico, che “i rom italiani purtroppo te li devi tenere in casa”.

L’annuncio provocò una immediata levata di scudi anche all’interno della maggioranza, con Conte che spiegò: “Nessuno ha in mente di fare schedature o censimenti su base etnica, che sarebbero peraltro incostituzionali in quanto palesemente discriminatori”. E Di Maio, pur aprendo a “controlli per la sicurezza dei campi e dei bambini”, respinse l’idea del censimento “su base razziale”. Una schedatura anticostituzionale e discriminatoria che non poteva essere mascherata dietro un presunto "allarme degrado" e che poco aveva a che fare con il ripristino della legalità.

Del resto, vale la pena di ricordare che un censimento su base etnica violerebbe articoli della Costituzione italiana e trattati internazionali. A cominciare dall’articolo 3 della Costituzione italiana (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”), fino ad arrivare agli articoli 8 (Diritto al rispetto della vita privata e familiare) e 14 (Divieto di discriminazione) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Inoltre, l'Italia è già sotto osservazione da parte degli organismi di monitoraggio europei per "l'utilizzo di politiche discriminatorie e segreganti nei confronti delle popolazioni rom e sinti presenti sul territorio nazionale oltre che nelle persistenti operazioni di sgombero forzato".

Come spiegava Internazionale, l’Italia è già stata condannata in passato per la schedatura su base etnica dei rom fatta tra il 2009 e il 2011 dall’allora ministro Roberto Maroni:

Il comitato europeo dei diritti sociali (Ceds) con una decisione del 2009 ha dichiarato all’unanimità la violazione da parte dell’Italia del principio generale di non discriminazione di cui all’articolo E della Carta sociale europea e di altri diritti tra cui il diritto all’abitazione. […] Per il censimento del 2009 il Consiglio di stato ha condannato il governo italiano a risarcire gli schedati con 18mila euro ciascuno, conclude Stasolla. Poi nel 2013 è arrivata la condanna del tribunale di Roma che ha riconosciuto un risarcimento di ottomila euro a un cittadino che era stato schedato nel 2010 nel piano emergenza nomadi del governo di centrodestra.

Ora Salvini ci riprova, stavolta bypassando completamente gli alleati di governo e prendendo direttamente in mano la situazione. La circolare si inserisce nel pieno di un cambio di marcia del Viminale per quel che concerne gli sgomberi e gli allontanamenti, come evidenziato anche dalla vicenda di Primavalle a Roma.