“L’azione del governo? Molto centrata sull’emergenza sanitaria che stiamo vivendo in queste settimane. Molto meno, purtroppo, se pensiamo all’emergenza economica e sociale dei prossimi anni”. Economista, ascoltato consigliere e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con Matteo Renzi, ora senatore del Partito Democratico, Tommaso Nannicini è una delle voci più critiche sulle misure economiche adottate dal governo Conte e dalla maggioranza giallorossa per affrontare l’emergenza Coronavirus: “Oggi il cuore e la testa degli italiani sono all’emergenza della pandemia – spiega a Fanpage.it -, ma da politico e da cittadino quel che mi preoccupa è quel che verrà dopo, le crisi che abbiamo dietro l’angolo”.

Quali?
La crisi occupazionale e sociale del prossimo autunno e, se non torniamo a crescere come gli altri Paesi, la crisi del nostro debito pubblico nel 2021. Era prevedibile non farsi trovare preparati dalla pandemia, è successo in tutte le parti del mondo. Ma non sarebbe altrettanto comprensibile o giustificabile farsi trovare impreparati da queste due crisi.

Stiamo parlando del Pil che abbiamo perso durante il lockdown, in questi due mesi di quarantena, o c’è dell’altro che ci aspetta?
Purtroppo c’è molto altro che ci aspetta.

In che senso?
Nel senso che noi siamo più deboli di altri. È vero che questa è una crisi simmetrica, che colpisce tutti, indistintamente, ma avrà effetti profondamente asimmetrici. Diciamo che il virus è democratico, perché colpisce anche i primi ministri in alcuni Paesi. Ma è falsamente democratico: chi è più debole, chi ha lavori precari, chi ha redditi bassi ne riceve danni maggiori.

E questo vale anche per i Paesi, così come per le persone?
Esatto. Noi come sistema Italia siamo arrivati a questo shock molto più deboli di altri. Con un tessuto imprenditoriale fragile, sottodimensionato e sottocapitalizzato, che dovrà cambiare molto. Doveva farlo anche prima, ma adesso occorrerà farlo in mesi, non in anni. Poi c’è la debolezza di una macchina pubblica lenta, pesante e burocratica. Dobbiamo fare un doppio salto mortale rispetto ad altri Paesi. Tutti dovremo cambiare tanto e rapidamente. Le imprese, i lavoratori, l’apparato pubblico e, non ultima, la politica. Altrimenti arriviamo impreparati alle due crisi dietro l’angolo.

Il decreto maggio-fu aprile non serve a nulla, quindi?
Il decreto serve, ci saranno interventi importanti, anche se non sfugge a nessuno il problema di chiamare “aprile” un decreto che arriva a maggio quando le persone hanno bisogno di strumenti certi. Il problema è che dobbiamo smetterla di fare un decreto al mese con bonus a pioggia.

Cosa, allora?
Dobbiamo programmare. Noi non abbiamo lo spazio fiscale della Germania e quindi dobbiamo essere ancora più mirati di loro: dare di più a chi ha più bisogno, usando quest’occasione per coprire i buchi del nostro Stato sociale, che ne ha più di un colabrodo. Questo ci farà arrivare preparati alla crisi occupazionale e sociale del prossimo autunno. E poi dobbiamo riformare l’intervento pubblico. Fare investimenti. O finiremo per prendere in faccia anche la crisi successiva, quella del debito nel 2021.

Perché?
Perché siamo stati tutti colpiti dalla crisi sanitaria e tutti saremo colpiti dalla crisi economica. Ma se dopo gli altri faranno un rimbalzo grande e noi un rimbalzino, rischia di saltare pure la sostenibilità del nostro debito pubblico.

Proviamo a farla più semplice: se nel dopo crisi non cresciamo abbastanza, l’Italia rischia il default?
Se non torniamo a crescere con forza, sì. Voglio essere chiaro, adesso i debiti adesso dobbiamo farli, ma se non li spendiamo bene e non rilanciamo la crescita per ripagarli, saranno dolori.

Appunto, se non cresciamo…
Proprio per crescere serve una politica industriale, per rilanciare gli investimenti pubblici e privati. Non per dire alle imprese private quanti occupati avere, ma per metterle nelle condizioni di creare sviluppo. Se non prendiamo la ripresa del 2021 arriviamo dritti in bocca alla crisi del debito. Per questo non abbiamo bisogno del decreto aprile che poi arriva a maggio, ma del decreto 2020.

Un’obiezione: chi se ne frega del debito e della sua sostenibilità, se lo compra tutto la Banca Centrale Europea?
Nel 2020. Siamo così convinti che nel 2021 ci sarà ancora questo Quantitative Easing perpetuo della Bce? Io non ne sarei tanto sicuro se gli altri Paesi tornano a crescere. E ripeto: io sono assolutamente favorevole all’idea che oggi si faccia debito. Oggi è l’ora del debito buono, come dice Mario Draghi: ma anche il debito buono non è infinito. Se lo uso per ammortizzatori non mirati arrivo all’autunno senza welfare, e alla primavera con un debito insostenibile. Se non cambiamo, non ci sarà Bce che ci possa salvare. E nemmeno il Mes.

A proposito: e il Mes?
Io lo voglio il Mes. Ma lo voglio quando c’è una crisi del debito, asimmetrica. Non quando c’è uno shock simmetrico. Qui c’è il rischio che quando ci ritroveremo nei guai, non ci sarà più una linea di credito per garantire ai Paesi con alto debito di rifinanziarsi.

Spieghiamo un po’ cos’è una crisi del debito, però. Cosa succede in concreto?
Vuol dire che chi ci presta i soldi pensa che non saremo in grado di rendergli. Quindi smette di prestarceli e noi avremo un problema di accesso al mercato, un problema di vendere i nostri debiti, a meno che non ci copra la Bce.

Qualcuno dice anche: a meno che non ce li compriamo noi…
E non sbaglia: io credo che questo sia il momento di smobilitare a lunga scadenza, buona parte della nostra ricchezza privata.

A cosa pensi?
Penso al capitale che sta nei fondi previdenziali, nelle fondazioni bancarie, nei risparmi delle famiglie che sono ancora enormi, nonostante la crisi del 2008-2013, perché noi siamo un popolo di formichine in famiglia: amiamo il debito pubblico, ma odiamo quello privato.

Cosa si può fare di questo capitale privato?
Si può fare un’emissione destinata agli investitori istituzionali e alle famiglie italiane, facendo appello a un sano civismo e facendo presente che la sostenibilità delle pensioni e del debito dipendono degli investimenti necessari a rilanciare l’economia italiana. Mettendo anche forti incentivi fiscali per chi investe, sia sui guadagni sia sulle successioni. La potremmo chiamare “Italia riparte”, questa emissione: titoli a lunga scadenza, anche irredimibili, con cui ci compriamo l’ombrello nel caso la Bce ce lo tolga. Con questa ricchezza privata investiamo i soldi per fare politica industriale e per ridarla agli italiani sotto forma di ripresa economica, tra qualche mese.

Tutto questo, tralasciando il fatto che in autunno il Coronavirus potrebbe tornare a far capolino…
Non lo tralasciamo: noi dobbiamo pensare che vivremo in un’economia della separazione per i prossimi 12-18 mesi. Cambierà il modo in cui lavoriamo consumiamo, viviamo la socialità. E dobbiamo aiutare le nostre imprese a cogliere questa nuova domanda.

Un contesto di questo tipo, con due crisi alle porte, prelude a Mario Draghi a Palazzo Chigi?
Quella di Draghi è una leadership europea, e noi abbiamo bisogno di leadership forti e autorevoli anche in Europa. Al netto dei nomi, però: se non ci svegliamo credo che dovremo necessariamente darci nuovi assetti politici. D’accordo, con questa destra di Salvini non si può fare nulla, o quasi. Ma non è una buona scusa per non provare a far qualcosa. Se questo governo non reggerà alla prova dei fatti, la politica dovrà trovarne un altro.

Siamo in uno scenario Berlusconi-Monti del 2011?
Spero proprio di no, che ci sarà un colpo d’ala della maggioranza prima. Anche perché quella era una crisi politica generata dallo spread. Questa rischierebbe di essere una crisi generata dal disagio sociale. E sarebbe molto peggio, perché i suoi costi ricadrebbero interamente tra le fasce più deboli della popolazione.

Draghi è una leadership europea, ok. Ma la leadership europea dove sta? Nel palazzo della corte costituzionale tedesca che boccia il Quantitative Easing?
Parliamo da una cosa che avete scritto voi su Fanpage.it. Che i tedeschi prendono l’Europa molto più seriamente di noi. E proprio per questo abbiamo sbagliato a non votare sul Mes in Parlamento, per dare un mandato più forte al Presidente del Consiglio in sede di trattativa, per dargli una visione, un’idea di Europa. Io voglio una politica che ci metta la faccia, sulla visione europea. Non una politica che dice: facciamo il Mes ma cambiamogli nome per tener buoni i grillini. E se voglio essere informato su cosa fanno a Bruxelles, me lo leggo sul giornale.

E sul pronunciamento della Corte Costituzionale tedesca?
Paradossalmente, io sono contento di quel pronunciamento, perché è un’ultima chiamata per l’Europa. La Corte Costituzionale tedesca ci ha detto che la politica fiscale europea non può essere delegata alla sua Banca Centrale. Se la Bce deve fare tutto, è chiaro che si politicizza e perde la sua indipendenza. Questo va spiegato ai tedeschi: vuoi garantire l’indipendenza della Banca Centrale Europea? Fai il ministro delle finanze europeo, facciamo debito assieme con gli Eurobond e poi decidiamo assieme come spendere quei soldi.

Va spiegato anche agli italiani, questo…
Noi parliamo di Europa come stessimo al mercato, e di Mes e di Eurobond come se fossimo alla ricerca del miglior prestito con tasso agevolato. Smettiamo di trattare così l’Europa. Diamo visione al progetto: Kohl e Mitterrand non cercavano il prestito al miglior tasso, ma avevano in testa una costruzione politica. Se ci crediamo, puntiamo su Eurobond e ministro delle finanze europeo. Se non ci crediamo, prepariamoci al peggio.