Questa mattina, dopo cinque anni, la Corte costituzionale tedesca si è espressa sul programma di acquisto di titoli di Stato lanciato dalla Banca centrale europea nel 2015. In altre parole, i giudici di Karlsruhe hanno giudicato la la legittimità del quantitative easing di Mario Draghi, stabilendo che l'acquisto di titoli di Stato da parte della Bce violi solo in parte la Costituzione tedesca. Anche se di fatto la Corte non ha accolto i ricorsi contro gli interventi di Francoforte, ha comunque imposto una serie di vincoli. Che potrebbero ricadere anche sull'Italia, aumentando le incertezze riguardo al programma di acquisto di titoli di Stato per 750 miliardi annunciato dalla Bce in risposta all'emergenza coronavirus.

La sentenza della Corte tedesca

Il programma di acquisto lanciato da Draghi nel 2015, successivamente prorogato, si proponeva di dare respiro alle economie nazionali tramite iniezioni di liquidità sostenute appunto dalla Banca centrale. Il piano, chiamato Public Sector Purchase Programe (Pspp) è stato messo in discussione dalla sentenza della Corte, che ha concesso alla Bundesbank tre mesi di tempo per garantire che vengano rispettate alcune condizioni. Altrimenti dovrà ritirarsi dal programma. Il primo di questi vincoli consiste nel fornire adeguate ragioni sul perché la Bce non sia proporzionale nei suoi acquisti: perché, in altre parole, vengono prediletti alcuni titoli di Stato su altri. Un fattore che, sottolinea la Corte, dimostrerebbe come la Banca centrale abbia in fin dei conti finanziato il debito pubblico di alcuni Paesi membri.

Non solo: la Corte costituzionale tedesca ha anche rigettato una sentenza della Corte di giustizia Ue del 2018, che invece ribadiva come le operazioni della Bce fossero totalmente legittime. E che, secondo il principio per cui il diritto europeo è da considerarsi prevalente su quello nazionale, avrebbe dovuto mettere a tacere qualsiasi dubbio. Ciò nonostante, i giudici di Karlsruhe hanno imposto alla Bundesbank un altro vincolo affinché possa confermare la sua partecipazione al programma: e cioè quello che vieta alla Bce di detenere più del 33% del debito pubblico di un Paese attraverso le sue banche nazionali. Secondo la Corte tedesca, i giudici del Lussemburgo non avrebbero valutato "l'importanza e l'ampiezza del principio di proporzionalità", ignorando allo stesso tempo "gli effetti reali di politica economica del programma".

Le conseguenze per l'Italia

A proposito di effetti, la sentenza della Corte costituzionale tedesca, anche se non ha esplicitamente rifiutato il QE di Draghi, potrebbe comunque mettere in discussione la legittimità della risposta comune alla pandemia di coronavirus. Esprimendo dei dubbi e imponendo delle condizioni per quanto riguarda il Pspp, infatti, si rischia di gettare incertezza sul futuro del Pepp, il Pandemic Emergency Purchase Programe, che consiste nell'acquisto di titoli di Stato per 750 miliardi da parte della Bce.

"Se la Corte Costituzionale tedesca prendesse una posizione del tipo “prima i tedeschi” il tempo volgerebbe al brutto", aveva scritto su Twitter l'ex presidente del Consiglio, Enrico Letta, prima della pubblicazione della sentenza. Una preoccupazione confermata qualche ora più tardi, sottolineando i rischi di una ritirata della Bundesbank dalle azioni Bce. Nel frattempo, il governatore della Banca centrale tedesca Jens Weidmann, che negli scorsi anni si è mostrato più volte critico delle politiche economiche espansive promosse da Francoforte, ha sottolineato che l'istituto da lui guidato cercherà di andare incontro alle richieste della Corte costituzionale, pur nel rispetto dell'indipendenza della Bce.

Ad ogni modo, la governatrice attuale della Bance centrale europea, Christine Lagarde, nelle scorse settimane aveva sottolineato come non ci fossero limiti all'impegno preso per combattere la crisi economica innescata dal coronavirus. Un'affermazione che potrebbe però essere messa in discussione dal verdetto dei giudici di Karlsruhe. E mentre la Corte costituzionale tedesca accusa la Bce di essersi intromessa in campo politico e di aver scavalcato delle procedure che dovrebbero avvenire in modo trasparente e democratico, l'emergenza pandemica sottolinea ancora una volta gli effetti della preponderanza di Berlino nel quadro.

Il peso del Bundestag in Ue

Se l'Unione fosse un'impresa, la Germania ne sarebbe senza dubbio il principale azionista. Il Bundestag non ha mai nascosto di esercitare questo ruolo, finendo spesso per imporre scelte in tema economico esplicitamente su misura per l'economia tedesca, e meno adatte alle esigenze di altri Paesi. La politica economica dell'Ue si può difficilmente definire imparziale: un fatto spesso giustificato guardando all'apporto da parte di Berlino alle casse comuni. E altrettanto spesso difficilmente digerito da Paesi, come l'Italia, che guardano alle decisioni di Bruxelles come delle imposizioni da parte di Berlino.

Ma la verità è anche un'altra. E cioè che in Italia manca una cultura di che cosa sia l'Unione europea nella sua essenza, nei suoi strumenti, nella sua giurisdizione e nelle sue disposizioni. Mentre in uno Stato come la Germania risulta pressoché impossibile scindere il dibattito politico nazionale da quello comunitario. Proprio perché è forte la consapevolezza dei livelli ai quali questi si intrecciano e si condizionano a vicenda. Ecco perché in Germania si finisce per votare una politica avviata dalla Bce cinque anni fa: perché si è consci del suo significato nell'economia reale, quindi nelle imprese e nella vita dei cittadini. In Italia, invece, il dibattito europeo finisce sempre per essere strumentalizzato per fini politici spesso di carattere elettorale e basati sulla politica del consenso. Basti pensare alle polemiche sul Mes delle ultime settimane, che raramente si sono dedicate a spiegare ai cittadini come funzioni effettivamente il fondo Salva-Stati, ma hanno preferito alimentare (o viceversa criticare) un'ottica sovranista che pone il nostro Paese in una contrapposizione ormai strutturale con l'Unione europea.

La sfida della Germania

La sentenza della Corte costituzionale tedesca nasconde quindi un rapporto tra Stato e Unione profondo, nonostante il verdetto dei giudici di Karlsruhe suggerisca effettivamente il contrario. Non è un caso che la Germania, nella sua Costituzione ponga l'Unione europea tra i suoi principi fondamentali, mentre quella italiana la citi quasi esclusivamente quando si parla di pareggio di bilancio. L'articolo 97, infatti, recita: "Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l'ordinamento dell'Unione europea, assicurano l'equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico".

La pandemia ha messo a dura prova la stessa idea di Unione europea, forse sfidandola apertamente per la prima volta dalla firma del Trattato di Maastricht nel 1992. Da quel momento la guida del Bundestag ha spesso oltrepassato i confini della Germania, a volte dimenticando le differenze economiche, politiche e culturali che continuano a far parte dell'Unione. Oggi anche la Germania deve rispondere a una prova importante: deve cioè assumere la responsabilità che viene con la rilevanza che rappresenta a Bruxelles, evitando che il peso che questa comporta sia in grado di affondare irrimediabilmente il progetto europeo.