Le organizzazioni non governative che svolgono attività Sar nelle acque di competenza libica devono richiedere formalmente l'autorizzazione alle autorità di Tripoli e rispettarne le norme: le navi che non lo fanno saranno sequestrate e condotte nel porto libico più vicino. È quanto prevede il decreto emesso il 15 settembre dal Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico, tradotto in italiano dall'Ufficio immigrazione dell'Arci. "È un decreto che sembra scritto sulla falsariga del nostro ‘Codice Minniti' del 2017", ha spiegato Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell'Arci, contattato da Fanpage.it. Un codice che tra le altre cose è anche illegittimo, perché è stato emanato non da uno Stato sovrano, ma da una delle parti in causa della guerra civile libica.

Le navi delle ong e quelle affiliate sono tenute a "fornire periodicamente tutte le informazioni necessarie, anche tecniche relative al loro intervento, al Centro di coordinamento libico per il salvataggio"; a "non bloccare le operazioni di ricerca e salvataggio" esercitate dalla guardia costiera locale e a "lasciarle la precedenza d'intervento"; a "informare preventivamente il Centro di coordinamento libico" di iniziative autonome, anche se ritenute "necessarie" e "urgenti".

Inoltre i naufraghi salvati dalle Ong – precisa il testo – "non vengono rimandati in Libia tranne nei rari casi eccezionali e di emergenza" ma il personale libico "è autorizzato a salire a bordo ad ogni richiesta e per tutto il tempo valutato necessario, per motivi legali e di sicurezza". Ma se non vengono rimandati in Libia i migranti vengono portati a Malta e in Italia? In realtà si tratta di norme stabilite dalla Libia in modo unilaterale, non nell'ambito di accordi internazionale. E la cosiddetta Guardia costiera libica continuerà a raccogliere i naufraghi in mare per portarli nei centri di detenzione. "Il fatto che i naufraghi vengono rimandati in Libia solo in ‘rari casi eccezionali e di emergenza' è un passaggio che è stato inserito pro forma – ci ha spiegato Miraglia – perché sostanzialmente nella maggior parte dei casi le persone vengono riportate indietro dalla Guardia costiera libica. Anzi, come è già successo, spesso i libici sono arrivati anche a minacciare le ong giunte per prime sul luogo di un naufragio".

Nel decreto è specificato che dopo il completamento delle operazioni di ricerca e soccorso, "le barche e i motori usati nelle operazioni di contrabbando saranno consegnati allo Stato libico" mentre "salvo le comunicazioni necessarie nel contesto delle operazioni di salvataggio e per salvaguardare la sicurezza delle vite in mare, le unità marittime affiliate alle Organizzazioni s'impegnano a non mandare nessuna comunicazione o segnale di luce o altri effetti per facilitare l'arrivo d'imbarcazioni clandestine verso loro".

"Il ‘codice Minniti libico' per le ong – ha detto ancora Filippo Miraglia come quello dell'ex ministro italiano è un atto che punta ad ostacolare e criminalizzare i salvataggi in mare. L'argomento viene utilizzato ancora una volta come arma di ricatto, uno strumento per accreditarsi come interlocutori sul piano internazionale e dare credibilità alla cosiddetta guardia costiera libica. Ma i rapporti delle Nazioni Unite e le coraggiose inchieste giornalistiche hanno ampiamente dimostrato come quest'ultima non sia altro che un miscuglio di milizie e trafficanti, interessati solo ai propri affari".

"Il salvataggio in mare – ha ricordato Miraglia – è un'attività obbligatoria e regolata internazionalmente: affidare alla violenza e alla crudeltà delle milizie qualsiasi tentativo di ostacolarla è grottesco e irricevibile. Molte inchieste indipendenti hanno già svelato la totale inefficienza dell'MRCC libico: non hanno a disposizione strumentazione e protocolli adatti al coordinamento delle attività Sar; inoltre, alle richieste telefoniche, come noi stessi dell'Arci abbiamo potuto constatare direttamente, non rispondono mai prontamente e spesso parlano solo in arabo. Dall'inizio dell'anno hanno riportato più di 7 mila persone nei lager libici: luoghi dove vengono compiute torture, stupri e violenze di ogni genere. Veri e propri crimini contro l'umanità"