Manovra 2027

Manovra, 11 novembre proteste contro i tagli alla scuola. D’Aprile (Uil): “Meno posti significa più precari”

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Il prossimo 11 novembre si mobilitano Cisl Scuola, Uil Scuola Rua, Snals Confsal e Anief per chiedere la cancellazione del taglio degli organici del personale docente e ATA previsto nella legge di Bilancio. “Riteniamo inaccettabile che si continui a sottrarre personale a un sistema che avrebbe invece bisogno di essere rafforzato”, ha detto in un’intervista a Fanpage.it Giuseppe D’Aprile, segretario generale Uil Scuola.
Intervista a Giuseppe D'Aprile
segretario generale Uil Scuola

I sindacati della scuola protestano contro i tagli previsti nella legge di Bilancio 2027 che considerano inaccettabili. Se non verranno apportate modifiche al testo durante l'iter parlamentare della Finanziaria, la scuola pubblica prevede una riduzione di 7mila posti, tra docenti dell'autonomia degli istituti e personale ATA, una decurtazione dell'organico che dovrebbe portare a un risparmio annuo di 252 milioni dal 2008. Cisl Scuola, Uil Scuola Rua, Snals Confsal e Anief hanno annunciato un sit-in a Roma in piazza Vidoni l'11 novembre, dalle 14 alle 17, chiedendo la cancellazione della misura dal testo della manovra. Successivamente è prevista la convocazione di assemblee in orario di servizio nella giornata di lunedì 16 novembre, che coinvolgeranno gli istituti in tutta Italia. La Flc Cgil, invece, sarà in piazza a manifestare il 20 novembre.

Per Giuseppe D'Aprile, segretario generale Uil Scuola, "La questione è prima di tutto una scelta di priorità politiche. Non possiamo continuare a considerare la scuola come un settore sul quale realizzare risparmi", ha detto in un'intervista a Fanpage.it. "Meno organici significano maggiori carichi di lavoro, meno possibilità di stabilizzazione e maggiori difficoltà per le scuole, soprattutto nei territori più fragili".

L’Italia spende circa l’8% del totale del bilancio pubblico per l’istruzione, a fronte di una media europea che si attesta intorno al 9,7%-10%. E ora il governo prevede nuovi tagli in manovra, quasi 7mila posti in meno tra docenti e personale ATA. Cosa può succedere e quali conseguenze potremmo avere nella scuola pubblica se questa riduzione venisse confermata?

La scuola italiana ha bisogno di investimenti, non di ulteriori riduzioni di personale. Con la legge di Bilancio 2025 sono già stati previsti tagli per 5.660 posti di docenti e 2.174 di personale ATA. La nuova manovra ne aggiungerebbe altri 6.974, portando il totale a 14.808 posti in meno nell'arco di  tre anni scolastici. È importante chiarire che non parliamo di licenziamenti, ma di una riduzione dei posti negli organici delle scuole, con conseguenze sulle possibilità di assunzione, sulla stabilizzazione dei precari e sull'organizzazione del lavoro. Quello che inizialmente era stato presentato come un intervento transitorio rischia di trasformarsi in una politica di riduzione progressiva del personale scolastico. Tutto questo in un Paese che già investe nell'istruzione meno della media europea. Si rischia così di compromettere non soltanto il funzionamento delle scuole, ma anche la possibilità di migliorare la qualità dell'insegnamento, rafforzare l'inclusione e rispondere ai bisogni degli studenti.

Il ministro Valditara al question time ha confermato la linea di Salvini: si cercherà di  modificare la norma in Parlamento, eliminando dalla legge di Bilancio i tagli di personale previsti. A fronte di risorse molto esigue in manovra, come si potrà evitare secondo voi un intervento che porterebbe allo Stato un risparmio di circa 252 milioni all’anno dal 2028?

Abbiamo incontrato il ministro Valditara, che si è impegnato a lavorare per individuare le risorse necessarie a cancellare i tagli agli organici previsti dalla manovra. È un segnale positivo, che apprezziamo, ma che ora deve tradursi in atti concreti. La questione è prima di tutto una scelta di priorità politiche. Non possiamo continuare a considerare la scuola come un settore sul quale realizzare risparmi. Le risorse devono essere  individuate perché parliamo di un investimento essenziale per il futuro del Paese. Continueremo a mantenere alta l'attenzione durante l'iter parlamentare, verificando che agli impegni assunti seguano decisioni precise. Il nostro obiettivo resta la cancellazione dei tagli.

Come è possibile secondo lei che né il ministro dell’Istruzione né il vicepremier Salvini non sapessero nulla della sforbiciata? È credibile? 

Non spetta a noi entrare nelle dinamiche interne al Governo. Quello che ci interessa è il merito delle decisioni e soprattutto le loro conseguenze sulla scuola. Abbiamo espresso con chiarezza al ministro tutta la nostra contrarietà e abbiamo registrato il suo impegno a trovare una soluzione. Ora ci aspettiamo che questo impegno venga rispettato. Non ci interessano le polemiche tra le diverse componenti del Governo. Ci interessa che i quasi 7mila posti previsti in riduzione dalla nuova manovra vengano salvaguardati. Su questo giudicheremo i fatti.

Ora l’appuntamento è in piazza l’11 novembre, protesterete insieme a Cisl Scuola, Snals Confsal e Anief. Cosa chiedete? 

Chiediamo una cosa molto precisa: cancellare dalla legge di Bilancio le disposizioni che prevedono la riduzione degli organici del personale docente e ATA. L'11 novembre saremo in piazza Vidoni, a Roma, insieme a CISL Scuola, SNALS Confsal e ANIEF. Il 16 novembre proseguiremo la mobilitazione con assemblee in orario di servizio nelle scuole di  tutta Italia. Non è una mobilitazione pregiudiziale nei confronti del Governo. Abbiamo avviato un confronto con le istituzioni e le forze parlamentari, ma riteniamo inaccettabile che si continui a sottrarre personale a un sistema che avrebbe invece bisogno di essere rafforzato.

Meno organici significano maggiori carichi di lavoro, meno possibilità di stabilizzazione e maggiori difficoltà per le scuole, soprattutto nei territori più fragili. La nostra disponibilità al dialogo resta piena, ma deve essere accompagnata da risposte concrete. La nostra richiesta è  cancellare i tagli e aprire una stagione di investimenti nella scuola, a partire dal personale, dalla stabilizzazione dei precari e dalla valorizzazione delle retribuzioni.

Sarete anche in piazza per lo sciopero nazionale del 20 novembre? 

No, non saremo presenti, ma rispettiamo le decisioni delle altre organizzazioni sindacali. Consideriamo il pluralismo sindacale una ricchezza, non siamo abituati a esprimere giudizi sulle scelte altrui. Ognuno ha le proprie sensibilità e le proprie modalità di rivendicazione. Noi continueremo a perseguire gli obiettivi condivisi nei documenti unitari, attraverso il confronto con le istituzioni e le iniziative di mobilitazione che abbiamo già programmato. La nostra priorità resta ottenere risultati concreti per il personale scolastico e per la scuola statale.

Il taglio in manovra è stato motivato con il calo della natalità e della popolazione studentesca. Perché secondo voi è un errore legare i tagli al calo demografico? 

La denatalità non può diventare un pretesto per tagliare il personale scolastico. Al contrario, il calo degli iscritti dovrebbe rappresentare un'opportunità per ridurre il numero degli alunni per classe, migliorare la qualità dell'insegnamento e garantire una maggiore attenzione ai bisogni di ciascuno studente. Le scuole continuano ad avere esigenze organizzative, amministrative e di vigilanza. Ridurre il personale ATA, ad esempio, significa aumentare i carichi di lavoro e rendere più difficile il  funzionamento degli istituti. C'è poi il problema delle aree interne, dove la scuola rappresenta spesso uno degli ultimi presìdi di socialità e legalità rimasti. Indebolirla significa mettere ulteriormente in difficoltà territori già segnati dallo spopolamento e dalla carenza di servizi. Meno alunni dovrebbero significare classi meno numerose e più attenzione individualizzata. Il Governo dovrebbe utilizzare questo calo demografico per migliorare la scuola, non per ridimensionarla.

Poteva essere appunto l’occasione per ridurre il numero delle cosiddette classi pollaio. Il ministro Valditara ha negato ancora una volta l’esistenza del problema, dicendo che secondo i dati INVALSI nell’anno scolastico 2025/2026 il numero medio di alunni per classe è pari al  17,6 nella primaria, 19,3 nella secondaria di primo grado e 19,6 nella secondaria di secondo grado. Significa dunque che non ci sono più le classi sovraffollate? 

Il dato medio nazionale non racconta le profonde differenze che esistono tra i territori. Le scuole dei piccoli comuni e delle aree interne, dove il numero degli iscritti è spesso molto basso,  contribuiscono ad abbassare la media nazionale. Questo, però, non significa che nelle grandi città e nelle aree più densamente popolate non esistano ancora classi sovraffollate. C'è poi una questione che non possiamo ignorare: nelle aree interne la scuola non è soltanto un luogo di istruzione, ma un presidio sociale e culturale, spesso uno degli ultimi rimasti contro lo spopolamento e la povertà educativa. In questi territori, alla diminuzione degli alunni si aggiungono le difficoltà legate alla carenza di servizi, al dimensionamento scolastico e alla riduzione del personale. Le segreterie, in particolare, sono già sottoposte a carichi burocratici  sempre più pesanti e ulteriori tagli agli organici ATA rischiano di compromettere il funzionamento degli istituti.

In dieci anni il nostro Paese ha perso circa mille autonomie scolastiche e, secondo le proiezioni, rischia di perderne altrettante nei prossimi dieci. È una tendenza che dobbiamo invertire. Proprio per richiamare l'attenzione su queste realtà, nei prossimi giorni lanceremo un'iniziativa  nazionale dedicata alle scuole delle aree interne. Un percorso che ci porterà direttamente nei territori, a incontrare le comunità scolastiche e gli amministratori locali, per raccogliere le criticità e promuovere interventi concreti a tutela del diritto all'istruzione.

La denatalità dovrebbe rappresentare un'opportunità per ridurre il numero degli alunni per classe, favorire l'inclusione e migliorare la qualità dell'insegnamento, non un alibi per tagliare. Non possiamo continuare a ragionare esclusivamente in termini numerici finalizzati al risparmio di  spesa. Il diritto all’istruzione non può dipendere dal luogo in cui si vive.

Nel frattempo il governo proroga il buono da 1.500 euro per le famiglie che mandano i propri figli alle paritarie (20 milioni). È una scelta miope secondo voi? 

La priorità del Governo dovrebbe essere quella di rafforzare la scuola statale, che garantisce il diritto universale e gratuito all'istruzione. Stanziare altri 20 milioni di euro per le scuole paritarie  mentre, contemporaneamente, si prevede di tagliare quasi 7mila posti tra docenti e personale ATA della scuola statale rappresenta un’evidente contraddizione. Da una parte si trovano le risorse, dall'altra si continua a tagliare. La scuola statale, nazionale e laica garantisce il diritto all'istruzione e pari opportunità a tutti, indipendentemente dalle condizioni economiche. In un sistema segnato da oltre 200mila supplenze ogni anno, le risorse dovrebbero essere destinate prioritariamente a stabilizzare i precari, rafforzare gli organici e migliorare la qualità dell'istruzione. Non si può continuare a finanziare la scuola paritaria mentre si indebolisce quella  statale.

Nella manovra c’è anche l’obbligo per gli editori di produrre edizioni digitali dei testi con uno sconto del 50% del prezzo di copertina. Ora la norma potrebbe saltare, la commissione Bilancio della Camera ne ha chiesto lo stralcio dopo le richieste dell’Associazione Italiana Editori (AIE). Sarebbe una misura che va nella giusta direzione, per sostenere le spese scolastiche delle famiglie in un momento di crisi? 

Ogni intervento che riduce i costi sostenuti dalle famiglie è positivo, ma il problema va affrontato in  maniera più strutturale. La questione centrale non è scegliere tra digitale e cartaceo, ma garantire a tutti gli studenti, come già avviene in diversi paesi europei, la gratuità dei libri di testo per non aggravare con ulteriori costi le famiglie e, allo stesso tempo rivalutare il ruolo del libro cartaceo.

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