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6 Settembre 2021
15:11

Lo Stato si è indebitato per i sussidi alle imprese, non per il reddito di cittadinanza

È da un anno e mezzo che lo Stato italiano si indebita per salvare le imprese, 56 miliardi solo durante il Governo Conte, senza contare quelli stanziati da Mario Draghi, ma il “metadone di Stato” sarebbe il Reddito di cittadinanza. Una manovra imperfetta, per carità, ma che in due anni ha “tolto” allo Stato 12,3 miliardi di euro, briciole paragonate a quello che le imprese hanno preso per fare utili che nulla restituiscono al contribuente. Perché in Italia il Rdc è quella cosa che i ricchi chiamano “demagogia” ma i poveri chiamano “possibilità di mangiare due volte al mese la carne”.
A cura di Stela Xhunga
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È da un anno e mezzo che lo Stato italiano si indebita per salvare le imprese, 56 miliardi solo durante il Governo Conte, ma il "problema", anzi, il "metadone di Stato", sarebbero i 12,3 miliardi andati ai cittadini più poveri tramite il Reddito di cittadinanza. Il forum Ambrosetti tenutosi a Cernobbio nella giornata del 5 settembre che ha visto Matteo Salvini e Giorgia Meloni tornare sorridenti e affiatati è stato un continuo affondo al Reddito di Cittadinanza. Metadone di Stato, lo ha chiamato la leader di Fratelli d'Italia, "quei soldi diamoli alle imprese", le ha fatto eco il segretario della Lega.

Strana davvero la matematica, quando si usano due pesi e due misure. Dati Istat alla mano, da quando è scoppiata la pandemia, le aziende italiane hanno accumulato un tasso di risparmio notevole, oltre 100 miliardi, che però non sono stati investiti nelle produzioni e nelle assunzioni ma sono stati dirottati in gran parte nei beni immobili e nella finanza. In tempi di crisi, si sa, meglio investire nel mattone e giocare in borsa che sostenere l'economia a partire dai lavoratori. Tanto a loro ci pensa la Cig dello Stato, oltre 18 miliardi.

A costo di fare i conti della serva, vale la pena passare in rassegna qualche esempio per capire come il "Sussidistan", il Paese dei balocchi teorizzato dal Presidente di Confindustria Carlo Bonomi lo scorso autunno, esista, sì, ma più per i capitani d'impresa che per i poveri disgraziati.

Pensiamo al settore dei trasporti, il più colpito dalla pandemia, almeno sulla carta.

Contro ogni previsione, Ntv (Nuovo trasporto viaggiatori), la società che gestisce Italo, diretta concorrente di Trenitalia, ha chiuso il 2020 con un utile di 31,9 milioni. Una cifra minore ai 151,4 milioni di guadagno del 2019, ma comunque utile. Questo grazie ai 141 milioni di contributi pubblici, senza i quali l'azienda non soltanto non avrebbe fatto utile, ma avrebbe chiuso in rosso. Senza i sussidi dello Stato, che l'azienda ha ottenuto come compensazione dei danni economici subiti per la pandemia in virtù del Decreto Rilancio e ha conteggiato tra i ricavi, il margine operativo lordo (ebitba) sarebbe mai riuscito a restare positivo, con 111,1 milioni di euro. E per ottenere i sussidi dello Stato,  l'amministratore delegato di Ntv, Gianbattista La Rocca, e il vicepresidente esecutivo, Flavio Cattaneo, si sono battuti a lungo, hanno fatto il diavolo a quattro, nel pieno del loro diritto. Nessuno si è sognato di dare loro dei profittatori, dei furbetti, o peggio dei parassiti, come invece capita con chi ha ottenuto il Reddito di cittadinanza o lo richiede a gran voce vedendosi escluso.

E che dire di Alitalia, tre miliardi di euro di sussidi solo nel 2020 grazie al Decreto sostegno all'economia, l’equivalente del fatturato 2019 di Alitalia, per foraggiare una mini-compagnia, "Alitalia-Ita", che dice di voler decollare il prossimo 15 ottobre con circa 2.800 dipendenti, oltre 7.350 esuberi immediati se si fa una rapida sottrazione tra la compagnia in amministrazione straordinaria e il numero minimo dei futuri assunti da "Alitalia-Ita".

Tre miliardi per salvare ancora Alitalia ma non i suoi lavoratori e 1,5 miliardi per "salvare" la scuola, intesa come asilo, elementari, medie, superiori, università e ricerca. Alla scuola, al "futuro del Paese" è andata la metà dei soldi che si è presa Alitalia. Perché in Italia ormai ci piace volare basso. E criticare il Reddito di cittadinanza, che sicuramente ha difetti evidentissimi (importi troppo bassi, maglie troppo strette a causa dei cavilli dell'ISEE), pochi controlli per stanare chi percepisce il Rdc e lavora in nero, "tutor" rivelatisi insufficienti, eccetera. Una manovra imperfetta, per carità, che in due anni ha "tolto" allo Stato 12,3 miliardi di euro (dati Inps), briciole rispetto a quello che le imprese hanno preso per fare utili e investimenti che nulla, assolutamente nulla, restituiscono al singolo contribuente.

Una manovra imperfetta, per carità, che tuttavia, secondo uno studio della Caritas, ha consentito a oltre la metà delle famiglie che lo hanno percepito di superare la soglia di povertà. Una manovra imperfetta, per carità, che ha arricchito furbacchioni, ma pure un milione e mezzo di famiglie, dove nel 17% dei casi vive un disabile e per un terzo vivono dei minori. Una manovra imperfetta, per carità, che con un importo medio di 586 euro ha cambiato la vita non a tutte, ma ad alcune persone. Perché nel dibattito pubblico il Reddito di cittadinanza è quella cosa che i ricchi chiamano "demagogia", i poveri chiamano "possibilità di mangiare due volte al mese la carne". Altro che abolito, il Reddito di cittadinanza va migliorato e ampliato.

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