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24 Giugno 2022
11:58

Talebani e terremoto, ma per i profughi afghani di serie B i corridoi umanitari non ci sono

Sono appena 1.200 gli afghani inseriti nei corridoi umanitari per l’Italia dall’arrivo dei talebani, ma sono rimasti bloccati in Pakistan e Iran perché il Viminale non fornisce ai due paesi le macchine per rilevare le impronte digitali. Solo nella giornata del 22 giugno, l’Italia ha accolto 1.611 profughi ucraini. E mentre il ministero degli esteri nega i visti umanitari agli afghani, loro, dopo il terremoto, spariscono. Come Hassan e la sua bimba.
A cura di Stela Xhunga
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Benaltrismo. È questo il rischio, essere tacciati di benaltrismo. Ma se a distanza di un anno dal ritorno dei talebani in Afghanistan e terminata la vergognosa ritirata dell’Occidente dalla zona, ancora non abbiamo attivato i corridoi umanitari per i civili più fragili, devastati da guerre e attentati e bombe e carestie, ecco, un confronto andrà pur fatto con l’accoglienza unanime (e sia chiaro: giustissima) dell’Italia e dell’Europa con i profughi ucraini.

Non solo mancano i corridoi umanitari per i quali il governo Draghi si è impegnato ufficialmente lo scorso 4 novembre, ma il ministero degli esteri nega i visti umanitari ai cittadini afghani fuggiti in paesi dove mancano uffici delle Nazioni Unite a cui rivolgersi.

E chi non è riuscito a fuggire e disgraziatamente ha avuto un altro figlio in questo ultimo anno non può più fuggire. Come Hassan di Herat.

Anche lui aveva una bottega di utensili dentro l’area in cui operava il contingente militare italiano TAAC-W di base a Herat, proprio come il giovane Omid, che invece è riuscito a scappare (qui la storia raccontata da Fanpage). "Non abbandoneremo gli afghani", aveva detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio il 15 agosto 2021, mentre Kabul cadeva sotto l'invasione nera dei talebani. Ma andiamo con ordine.

Se ti è nato un figlio sotto i talebani, scappare è impossibile

Hassan ha una moglie laureata in Economia e Commercio, fuori casa indossa il burqa per non farsi riconoscere.

Quando gli italiani hanno abbandonato la base è riuscito a farsi aiutare da uno di loro per, almeno, presentare i documenti all’ambasciata italiana e lasciare il paese. Da allora non ha mai ricevuto risposta. Nel mentre, quest’anno è nata la secondogenita, una gioia, ma pure una condanna per l’intera famiglia.

"Richiedere il passaporto per la bambina significa ammettere che si vuole lasciare il Paese. Significa subire il terzo grado e dio sa cos’altro da parte dei talebani". Pesa infatti su di lui l’avere "collaborato" con gli occidentali, anche solo avere venduto delle posate e dei bicchieri è una colpa.

Per parlare con "noi occidentali" Hassan usa un cellulare che nasconde in un posto segreto fuori casa, così i talebani, nei loro svariati controlli e blitz, non gli trovano nulla in casa. Prende il cellulare, esce dalla città, e chiama, chiede aiuto. Non si hanno più notizie di lui dal terremoto del 21 giugno.

E si fa fatica a raccontare la sua storia, perché non si sa se si scrive di un vivo o di un morto.

Corridoi umanitari fermi perché mancano le macchine per prendere le impronte digitali

In Italia è tutto tutto pronto per il loro arrivo grazie alle associazioni laiche e religiose ma gli afghani sono rimasti bloccati in Pakistan e Iran perché i due paesi che li ospitano non forniscono le apposite macchine di rilevazione delle impronte digitali e la legge italiana prevede che tale pratica venga fatta necessariamente lì anziché in Italia.

Arci, Caritas, Sant’Egidio e Tavola valdese, le associazioni che hanno pagato di tasca propria la messa in sicurezza dei 1200 civili afghani, inclusi i voli, chiedono al governo italiano una deroga per accelerare le partenze, ma ad oggi nulla si è mosso.

Eppure, spetterebbe proprio all'Italia fornire la strumentazione delle impronte digitali a Iran e Pakistan. Il 4 novembre il governo italiano aveva firmato un documento che lo impegnava ad attivare i corridoi umanitari con l'aiuto del dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione al quale hanno preso parte i rappresentanti del ministero degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale (Maeci), della Conferenza episcopale italiana, della Comunità di Sant’Egidio, della Federazione delle Chiese Evangeliche, della Tavola Valdese, dell'Associazione ricreativa e culturale italiana (Arci), dell’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà (Inmp), dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) e dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr).

Una lista notevole di istituzioni mondiali, in stallo da un paio di macchinari che non costano più di 3.000 euro cadauno.

La diversa accoglienza dei cittadini ucraini e dei cittadini afghani

Ad oggi, dati ufficiali del ministero degli interni, sono arrivati in Italia 63.104 profughi dall’Ucraina, di cui 32.361 donne, 5.592 uomini e 25.151 minori.

Solo l'altro ieri, 22 giugno, sono arrivati 1.611 cittadini ucraini. Più dei 1.200 cittadini afghani, per oltre tre quarti donne e bambini, che da oltre un anno aspettano di trovare accoglienza in Italia e provare a di riprendersi da una vita devastata.

Le regole del buon scrivere imporrebbero di allungare il paragrafo e uniformarlo ai precedenti, ma le regole non scritte della dignità umana impongono il contrario. Ogni commento è superfluo.

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