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Le proteste in Italia e il silenzio di influencer e creator: non prendere posizione non è più un’opzione

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Le proteste in Italia e in Europa hanno riacceso il dibattito sul ruolo di influencer e creator, accusati di restare in silenzio o di esporsi solo per salvare la propria immagine. In un contesto di crisi come quello che stiamo vivendo, l’ostentazione della ricchezza o di una vita meravigliosa non funziona più. Per il pubblico, decidere di non esporsi non è più un’opzione.

Le proteste in Italia e in Europa stanno scuotendo il mondo di influencer e content creator. I Per Te di Tik Tok sono pieni di video di creator con milioni di followers che sembrano fatti con lo stampino. L'intro è più o meno la stessa per tutti/e: "Non ho parlato perché non sono informato/a", "comment su quanto si è dispiaciuti per quello che sta succedendo" e breve passaggio sulle violenze che "vanno sempre condannate". Un copy perfettamente tarato per assolvere al compitino e allo stesso tempo, evitare di scontentare l’ampio pubblico di followers che, essendo appunto così vasto, pesca un po' da tutte le parti: destra, sinistra, centro.

La reazione degli utenti nei commenti è indignata. "Ma che scusa è dire che non sei ferrata?", "Hai mai provato ad alzare la testa e guardarti intorno?", "Dissociata", "Il manager ti ha dato l'ok per parlarne?", "È lo stesso script per tutte aiuto".

Già negli scorsi giorni il malcontento era palpabile. Sabato una giovane content creator da 2,8 milioni di followers su Tik Tok  ha pubblicato un video canticchiando una canzone in trend. Mentre Milano veniva messa a ferro e fuoco scriveva "mi confermate che in questo periodo ci vestiamo tutte con le maniche lunghe?". Nei commenti si legge: "Non lo so in questo periodo cerchiamo di non morire di fame", "Confermate che in questo periodo non riusciamo più a fare benzina?". 

Sotto il video di un'altra famosissima creator, con 6,1 milioni di followers, che domenica scorsa, ospite del Victoria Secret Fashion Show, scriveva: "Il mio desiderio per sempre è quella passerella", il feedback è stato: "Il mio sogno è riuscire a trovare un lavoro con la laurea". Il commento ha ricevuto oltre 16mila like. Un altro utente ha scritto: "Il mio sogno è la benzina a 1 euro". Altri 21mila like.

Sempre lei qualche tempo prima aveva elencato i motivi per cui è bellissimo vivere a Milano, senza capire perché anche le altre persone non la pensassero così.

Qualcuno ha descritto questo momento come se fossimo in un lunghissimo episodio di Black Mirror, una realtà distopica in cui  una classe di pochi privilegiati, immersi nell'opulenza, vive completamente distaccata dal mondo reale, che invece cade a pezzi.

Per anni abbiamo seguito influencer che ci raccontavano la loro quotidianità, ci consigliavano cosa comprare e ci facevano entrare nelle loro vite, alimentando un senso di vicinanza che per molti si è rivelato illusorio. Oggi, quella stessa vicinanza viene messa alla prova da un disagio profondo che riguarda la vita concreta delle persone. La rabbia sociale coinvolge sempre più pubblico nel loro target. L'abbiamo visto, è stata soprattutto la generazione Zeta a trainare la protesta; una generazione che usa i social e che rappresenta una parte importante del pubblico a cui i content creator parlano.

In questi giorni, vedendo arrivare la valanga di dissenso arrivare, alcune influencer sono corse a porre rimedio con video o storie in cui provano maldestramente a esporsi su qualcosa che fino a quel momento avevano completamente ignorato.

Ma la toppa si è rivelata peggio del buco. In molti casi quei contenuti non vengono percepiti come autentici, davvero sentiti da parte di chi li ha fatti, ma semplicemente un modo per pulirsi la coscienza e dire: "Ok ho fatto il mio dovere".

Questi sono i commenti sotto il video di un’altra influencer con oltre 2 milioni di followers su Tik Tok: "E anche oggi abbiamo provato a salvare l’immagine". "Ma è seria?"

Ovviamente non è così per tutti, c’è chi ha voluto parlarne da prima che il caro vita diventasse un trend spendibile sui social e ha ricevuto un riscontro più che positivo. Claudio Di Biagio, Elisa True Crime, Huda, Eleonora Locci, Nilufar Addati, per citarne alcuni/e. Altri content creator, come Andrea Perticaroli o Ale_Rubino, hanno utilizzato la loro creatività per denunciare la scarsa copertura dei media tradizionali e attirare l’attenzione sulla protesta.

Ma il punto non è stabilire chi si è comportato bene e chi male. Questa polemica dovrebbe farci riflettere ancora una volta sul ruolo degli influencer e su quello che ci aspettiamo da loro. Qualcosa si è rotto anche in quel mondo e già da tempo.

Potremmo individuare almeno due ragioni. Indubbiamente, il Pandoro gate ha fatto da spartiacque, segnando in qualche modo l’inizio della disillusione. Dal caso Ferragni in poi, il modo in cui guardiamo e fruiamo di quei contenuti è cambiato. Non ci fidiamo più ciecamente. Quell'immagine di trasparenza che fino a qualche anno fa accompagnava il mondo dell'influencer marketing si è incrinata. Se prima pensavamo di star ascoltando un consiglio spontaneo, oggi siamo molto più consapevoli del fatto che dietro quel video c’è una strategia commerciale. L’introduzione degli obblighi su "adv" e contenuti "supplied by" ha contribuito a rendere molto più riconoscibile la natura promozionale dei post.

Ad accelerare il processo di messa in discussione degli influencer ci ha pensato poi, la situazione economica e sociale in cui viviamo. Il progressivo peggioramento delle condizioni socioeconomiche sta erodendo la loro rappresentatività. È un dato di fatto che in questi anni le disuguaglianze siano aumentate. Il divario economico e di possibilità tra l’utente medio e l’influencer si è allargato così tanto da essere diventato sempre più difficile da ignorare. In un contesto di crisi come quello che stiamo vivendo, l’esibizione della ricchezza da parte dell’influencer non funziona. Non mi stai vendendo un sogno, stai solo ostentando una differenza di classe. Quello che prima poteva essere aspirazionale ora genera frustrazione.

In questo contesto il video confezionato per commentare il caro vita e solidarizzare con chi è in difficoltà, senza però prendere davvero una posizione infastidisce. Soprattutto quando chi parla sembra che voglia rimanere su un piedistallo, evitando di esporsi per non compromettere i rapporti con i brand o per non scontentare qualche fetta di pubblico. Il risultato è che quella solidarietà non viene percepita come autentica. "Non ti sei informata perché semplicemente quei problemi non ti toccano", ha commentato un utente sotto il video di un’altra content influencer con oltre un milione di followers, che si giustificava per non averne parlato.

Ma allora, è giusto pretendere che un influencer si esponga su tematiche sociali o politiche anche se non ne ha le competenze per affrontarlo? È giusto condannarlo quando sceglie di non farlo? Oppure stiamo trasformando gli influencer nel bersaglio più facile di un malessere collettivo, proprio perché rappresentano una realtà privilegiata e distante da quella di chi li segue? Non è tanto una questione di giusto o sbagliato, ma piuttosto di responsabilità. Avere milioni di follower non comporta necessariamente  l'obbligo di esprimere un'opinione su ogni questione. Né che una persona debba improvvisarsi esperta di politica, economia o conflitti internazionali solo perché dispone di una grande piattaforma. Esporsi senza conoscere i fatti può essere perfino controproducente.

Ma chi ha una piattaforma, chi vive il privilegio, chi ha milioni di followers ha pubblico e potere. Mezzi che l’oppresso e il resto delle persone comuni non hanno e difficilmente potrebbero raggiungere nel breve periodo. Da tempo, che ci piaccia o meno, il dibattito politico è anche sui social, piazze capaci di incidere sulla realtà. In questo senso gli influencer sono casse di risonanza potentissime: non devono avere le risposte, ma possono contribuire a far circolare le domande, le informazioni e le voci di chi altrimenti faticherebbe a essere ascoltato.

Per questo, la scusa del "non essere abbastanza informati" per parlarne non basta. Perché si pretende che usino quello spazio per sensibilizzare e diffondere consapevolezza. Non si tratta di sostituirsi ai giornalisti o ai divulgatori. Ma di arrivare dove il cittadino comune non può offrendogli la propria visibilità.

Ci si può informare, dare spazio a chi ne sa più di noi, condividere fonti affidabili, contribuire a portare una questione all'attenzione di un pubblico che altrimenti potrebbe non incontrarla mai. Anche se quella causa, quel disagio o quella discriminazione non la vivi direttamente in prima persona non significa che tu non possa parlarne o comunque accendervi un faro.  

Il dibattito sul silenzio degli artisti, del resto, esiste da tempo. L’abbiamo visto recentemente, con il caso Macklemore-Ed Sheeran. È vero, in quel caso parlavamo di artisti che, pur avendo una platea enorme, occupano delle posizioni differenti rispetto agli influencer e hanno costruito un rapporto diverso con il proprio pubblico. Ma il punto resta: oggi se decidi di non esporti è come se già mi stessi dicendo da che parte stai. E non è la mia.

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Dopo gli studi in Scienze politiche a Cagliari e un erasmus a Nottingham, dall’Isola sono approdata nella Capitale, dove ho conseguito la magistrale in Media e giornalismo alla Sapienza. Prima al Foglio, ora a Fanpage.it, mi occupo soprattutto di politica (e di intelligenza artificiale, quando capita).  
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