Stiamo affrontando la pandemia del Coronavirus abitando un corpo malato, segnato da “patologie pregresse”, come ci siamo abituati a leggere in questi giorni. Questo corpo è l’Unione europea. Le soluzioni che affannosamente si cercano in questo periodo di emergenza vengono pescate dalla sacca da cui sono nati molti dei problemi che dobbiamo fronteggiare: una sanità al collasso alle prese con la mancanza di strutture e personale, un’economia che si è lasciata affascinare senza dubbi dal mito della globalizzazione, una società attraversata dagli egoismi che nascono dalla sfiducia e i timori. Così, nei corridoi dei palazzi di Bruxelles, in cui anche quando si usa il “noi” si parla al singolare, inizialmente sono state sciorinate le ricette di sempre. Con la stessa posologia: prima si minimizza, poi si passa alla solidarietà – tanto per rimarcare che in pericolo ci sono gli altri -, arriva quindi il momento del “whatever it takes”, ossia del “tutto quello che serve”, da ripetere a ogni occasione ufficiale per “infondere fiducia”. Pochi giorni fa è arrivato l'annuncio epocale della sospensione del patto di stabilità e il refrain rischia di cambiare nel già noto "too little too late".

I cordoni dei vincoli di bilancio, delle politiche di austerità, che qualcuno credeva di aver stretto per proteggerci, come è prevedibile stanno soffocando tutti. I numeri erano già noti, basti pensare che dal 2011 al 2018 la Commissione ha chiesto per 63 volte agli Stati Membri di tagliare le proprie spese sulla sanità o di privatizzare. L’Ue ha un budget ridicolo rispetto alla sfida che le stiamo chiedendo di accogliere. I 37 miliardi che ha appena messo sul tavolino erano già destinati altrove e i vari Paesi ci stavano già sicuramente facendo i conti. Il Parlamento europeo propone di alzare l’impegno, chiede “uno sforzo maggiore”. La parola passerà di nuovo al Consiglio, accetterà? Visti i precedenti, probabilmente no. In questi casi di solito inizia il balletto delle lunghe trattative, per poi arrivare a un compromesso, sempre al ribasso, che però viene raccontato come la vittoria di tutti. Ecco, adesso non c’è tempo per questo. Solo pochi giorni prima dello scoppio dell’epidemia in Italia, i capi di stato europei si incontravano per discutere del prossimo bilancio. La riunione si è conclusa con un nulla di fatto. Quattro nazioni hanno tenuto in scacco tutte quante le altre perché si rifiutavano di concedere più dell’1 per cento del loro PIL. La proposta iniziale era dell’1.16, abbassata all’1.07 per mediazione, con il Parlamento che continuava a chiedere l’1.3, l’unica cifra lontanamente realistica per poter portare a casa il tanto sbandierato Green Deal o continuare a vantarsi delle meraviglie dell’Erasmus. I classici numeri da prefisso telefonico sui quali però si arenano le speranze – o forse anche solo i salvagenti – di milioni di cittadini.

Significa che dobbiamo arrenderci a un futuro di nazionalismi e pragmatiche delusioni? Una storia non è un destino, ma deve essere conosciuta – e anche riconosciuta – per essere cambiata. Nei prossimi giorni il Consiglio si dovrebbe pronunciare sui cosiddetti "coronabond", proposti dal governo italiano e che hanno incontrato un segnale di apertura da parte della Commissione, anche se Germania, Olanda e Finlandia hanno iniziato ad alzare muri. In discussione anche la revisione delle regole del Fondo Salva Stati, il Mes, per permettere agli Stati che faranno ricorso ai prestiti di non dover subire pesanti condizioni. Senza queste due essenziali riforme la sospensione del Patto di Stabilità potrebbe rivelarsi un vicolo cieco. Non serve a nulla sollevare eccezioni ora, bisogna ripensare l'intera architettura dell'Unione. C'è bisogno di manovre economiche espansive che mal si adattano alle regole imposte fino a ora: non bisogna sperare di tornare alla normalità, bisogna lavorare per cambiarla.  Se questo virus ci sta insegnando qualcosa è che nessuno basta a se stesso, neanche nelle quattro mura della sua casa, piccola o grande che sia. Molti penseranno che non è il momento, ma non lo era neanche nel 1941 quando Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann scrivevano il Manifesto di Ventotene. Erano nel pieno della guerra, eppure sono stati in grado di immaginare un’Europa unita. Erano al confino, proprio come si sentono molti di noi in questo momento. Forse non abbiamo molto da fare in questi giorni, ma sicuramente ci resta ancora tanto da pensare.